

L’irruzione di un gruppo di studenti filopalestinesi nell’aula del Polo Piagge a Pisa, con il professor Rino Casella spintonato e costretto a finire al pronto soccorso, è l’ennesimo segnale di un clima che rischia di riportarci indietro di decenni, a quegli anni in cui le parole venivano usate come manganelli morali e la violenza finì per apparire a qualcuno un’opzione legittima e praticabile.
Negli anni Settanta, ci fu un’Italia che si crogiolò in slogan come “Né con lo Stato né con le BR”. Nei salotti borghesi e in certi editoriali sui giornali borghesi si ripeteva quell’ambiguità furbastra con la stessa leggerezza con cui si condividono oggi post e hashtag.
È il clima che portò all’omicidio del commissario Luigi Calabresi, definito senza grande scandalo un “boia”. Quella delegittimazione verbale preparò il terreno all’omicidio politico.
Oggi respiriamo un clima e assistiamo a fatti che sempre di più ci riportano a quel periodo. Un professore universitario viene definito “sionista” – termine che nel dibattito pubblico contemporaneo è diventato il peggior marchio d’infamia – e quell’etichetta diventa una giustificazione per un atto di violenza e sopraffazione.
Ma si badi, “sionista” non viene più usato in senso descrittivo, ma come insulto universale contro chiunque non si allinei a una certa visione del conflitto israelo-palestinese. È diventato un’etichetta liquidatoria, un po’ come dire “servo del sistema” o “mainstream”: non serve a spiegare niente, serve solo a delegittimare.
Se poi chi usa la parola “sionista” come una clava smette di distinguere tra Israele, il governo israeliano, i cittadini israeliani, il sionismo storico e gli ebrei in generale allora siamo davvero nell’anticamera del pogrom.
Ecco perché il riferimento al clima dell’omicidio Calabresi non vuole essere un paragone retorico, ma un avvertimento: quando un’etichetta — allora “boia” o “fascista”, oggi “sionista” — diventa marchio d’infamia, il passo verso la legittimazione della violenza è pericolosamente breve.
E questo avviene mentre – senza nessun intervento da parte delle istituzioni, per opportunismo o correità – giornali, talk show, social amplificano senza remore il parallelismo tra Israele e il nazismo, parlano con leggerezza di “genocidio”, irridono chi denuncia l’antisionismo come foglia di fico dell’antisemitismo.
Così si costruisce un terreno fertile per normalizzare l’idea che colpire un “sionista”, un “sostenitore del genocidio” non sia violenza, ma un atto di giustizia.
È in questo contesto che l’irruzione all’università di Pisa deve essere letta. Non è attivismo, è intimidazione. Non è un’azione politica, è un atto di bullismo, ammantato di moralità. La memoria dovrebbe vaccinarci contro certe derive, ma se le istituzioni minimizzano, se i media rincorrono la moda del giorno, se l’opportunismo prevale sul senso di responsabilità, allora il rischio è che la storia si ripeta.
Per questo l’episodio di Pisa non è solo un fatto di cronaca. È l’ennesimo campanello d’allarme che suona sempre più forte. Colpevole senza giustificazioni chi continua ad ignorarlo.
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