Cinque anni fa, Beppe Grillo sul suo blog proponeva di privare gli anziani (in Italia gli over 65 sono circa quattordici milioni) del diritto di voto perché incuranti -per ragioni anagrafiche- del futuro politico, economico e sociale del paese. Allora fu considerata come la boutade di un comico in vena di gag. Solo Giorgia Meloni e pochi altri la presero sul serio, accusandolo di attentato alla Costituzione e di mettere in discussione il principio del suffragio universale.
Ebbene, confesso che allora non trovai l’idea sconveniente. Settantacinquenne di lungo corso, fu sufficiente un’occhiata alla mia pensione per accorgermi che ne avrei tratto un discreto giovamento. Perché Grillo, se mi voleva togliere il diritto di voto, mi doveva esentare anche dal dovere di pagare le tasse. Infatti, “no taxation without representation” (nessuna tassazione senza rappresentanza).
Mi si potrà obiettare che il vecchio slogan dei coloni americani, cardine degli Stati liberali, da noi è largamente eluso in virtù di un’evasione fiscale di massa; ed è stato addirittura capovolto da una legge che permette agli italiani residenti all’estero, ma che non sono contribuenti del nostro erario, di eleggere ancora dodici parlamentari (dopo la riduzione del numero dei senatori e deputati). Vero. Tuttavia, messa da parte ogni facile ironia, fateci caso: in ogni fantasiosa provocazione del cofondatore del movimento pentastellato si manifesta immancabilmente la congenita inclinazione per quella che si potrebbe definire una “democrazia dispotica”. Il lupo perde il pelo, ma non il vizio.
Scopri di più da InOltre
Abbonati per ricevere gli ultimi articoli inviati alla tua e-mail.
