
Il crollo del regime di Assad apre molti interrogativi su quanto avverrà non solo in Siria ma anche in Africa. Se la fine di un regimi brutale non può che rallegrare, l’incognita sul rafforzamento dell’islamismo con conseguenti persecuzioni di cristiani e una regressione culturale che impatterà soprattutto la condizione delle donne non può essere ignorata.
Lindebolimento della Russia, per quanto positivo, presenta un aspetto che non può essere ignorato: a trarne vantaggio potrebbe essere lo Stato Islamico in Africa. La caduta del regime di Bashar al-Assad infatti avrà ripercussioni significative sulla posizione della Russia in questo continente.
Per Putin si tratta di una catastrofe peggiore di quanto si possa immaginare. In Africa, il suo modello di affermazione è consistito principalmente nel sostenere dittature e regimi golpisti: Mali, Burkina Faso, Niger e la Repubblica Centrafricana, tanto per citarne alcuni, con la guerra civile in Sudan alimentata direttamente da Mosca. La guerra e la sofferenza non sono solo un buon affare per l’industria bellica di Putin, l’unica industria operativa in Russia, ma soprattutto per il loro gruppo di mercenari più famigerato, Wagner.
In cambio dell’aiuto della Russia per sostenere questi regimi flagello in Africa, Wagner ha ricevuto il controllo diretto di accordi lucrativi per operazioni minerarie, in particolare per l’oro e i diamanti insanguinati. Le operazioni di sfruttamento vengono eseguite in modo spietato, con totale disprezzo per la vita umana, uccidendo sia locali che stranieri, inclusi lavoratori cinesi. Dopotutto, questa è sempre stata la principale fonte di reddito di Wagner.
Logisticamente, la Russia ha sempre fatto affidamento sulle basi siriane per trasportare le ricchezze e inviare mercenari. A questo scopo, ha investito in basi militari in Siria, come l’aeroporto di Hmeimim e il porto di Tartus, che sono cruciali per le operazioni militari nel Mediterraneo e per il supporto alle sue attività in Africa. La caduta di Assad compromette l’accesso a queste installazioni, riducendo la capacità di Mosca di proiettare potere nella regione e oltre.
Da un punto di vista di immagine, la perdita della Siria danneggia la reputazione di partner affidabile, influenzando negativamente le sue relazioni con i leader africani. D’altra parte, il modello siriano era un esempio di supporto alla “sopravvivenza dei regimi”, e questi oggi si trovano a dover fare i conti con un collasso che sancisce l’inabilità della Russia di offrire adeguato sostegno militare.
Se questo rappresenta un aspetto positivo, va tenuto presente però che dall’indebolimento della Russia potrebbe essere proprio lo Stato Islamico in Africa a trarne vantaggio. Con la caduta di un regime sostenuto da potenze come Russia e Iran, i gruppi jihadisti potrebbero presentarsi come alternative più forti e più unite, attirando combattenti e simpatizzanti attraverso la narrazione di una vittoria contro potenze imperialiste, dimostrando che, nonostante le perdite in Siria e Iraq, il jihadismo può ancora prosperare altrove.
Questi gruppi jihadisti africani, potrebbero cogliere l’opportunità di unirsi sotto un’unica bandiera o strategia, aumentando la loro capacità operativa e il loro raggio d’azione, rendendoli più pericolosi e rafforzando le loro reti globali, ricevendo supporto logistico e finanziario da altre cellule jihadiste che cercano di capitalizzare sulla situazione.
A questo, si deve aggiungere il vacuum che i gruppi jihadisti africani potrebbero cercare di riempire, approfittando delle debolezze dei governi locali che potranno fare meno affidamento sul sostegno russo. In aree già vulnerabili come il Sahel, dove la presenza dello Stato Islamico è già forte, questo potrebbe portare a un ulteriore aumento della violenza e dell’instabilità.
In sintesi, la caduta del regime di Assad in Siria potrebbe fornire allo Stato Islamico in Africa opportunità significative per espandere la propria influenza attraverso il reclutamento, la propaganda, il consolidamento delle forze jihadiste e l’espansione territoriale. Questi sviluppi potrebbero rappresentare una minaccia crescente per la stabilità regionale e internazionale.
Dall’altro lato, con la diminuzione dell’influenza russa, altri attori regionali, come la Turchia, potrebbero espandere il loro raggio d’azione. Questo cambiamento potrebbe portare a una maggiore competizione per l’influenza in Africa.
La presenza e l’influenza della Turchia in Africa sono cresciute significativamente negli ultimi anni, grazie a una strategia che combina diplomazia, cooperazione economica, e soft power. Il numero di ambasciate turche in Africa, per esempio, è passato da 12 a 44 dal 2003 al 2023, segnalando un forte impegno diplomatico. Allo stesso tempo, le missioni africane ad Ankara sono aumentate a 38, evidenziando l’interesse reciproco e l’intensificazione delle relazioni bilaterali.
La Turchia ha anche cercato di posizionarsi come mediatore in conflitti regionali, come dimostrato dai colloqui tra Etiopia e Somalia. Queste iniziative mirano a rafforzare la sua immagine come leader affidabile nel continente, aumentando la sua influenza politica. Inoltre, ha incrementato gli scambi commerciali, che sono aumentati di otto volte tra il 2003 e il 2023. Questo è stato accompagnato da investimenti in vari settori, inclusa la difesa.
Ankara ha firmato accordi con vari paesi africani, come Libia, Kenya e Nigeria, e ha fornito droni turchi a diverse nazioni africane per combattere il terrorismo. Questo approccio è visto come un’alternativa più flessibile rispetto alle restrizioni imposte dai fornitori occidentali.
C’è stato poi l’investimento nell’istruzione, attraverso la Turkish Marrif Foundation, che gestisce una rete di scuole in Africa. Inoltre, oltre 60.000 studenti africani studiano attualmente in Turchia, contribuendo a costruire legami culturali e diplomatici.
In breve, in Africa la Turchia si presenta come un partner alternativo rispetto alle potenze occidentali e alla Cina. Viene allora da chiedersi allora se Ankara potrebbe rappresentare un freno all’espansione dello Stato Islamico in Africa.
Certamente, la Turchia ha una lunga esperienza nella lotta contro il terrorismo, avendo affrontato minacce jihadiste sia all’interno dei suoi confini che nei conflitti regionali, come in Siria. Ha già stabilito relazioni con diversi paesi africani attraverso accordi di difesa e cooperazione militare che potrebbero ora ampliarsi, offrendo addestramento e assistenza nella lotta contro i gruppi jihadisti.
Inoltre, l’influenza culturale musulmana moderata, con investimenti nell’educazione, potrebbe contribuire a contrastare le narrazioni estremiste promosse dallo Stato Islamico, creando alternative ideologiche più attraenti per i giovani africani. Anche gli investimenti turchi in infrastrutture e sviluppo economico potrebbero aiutare a stabilizzare regioni vulnerabili all’influenza jihadista, là dove il miglioramento delle condizioni economiche potrebbe ridurre il reclutamento da parte di gruppi come l’IS, che spesso approfittano della povertà e della disoccupazione.
In sintesi, la caduta di Assad in Siria comporterà grandi cambiamenti nel continente africano, con una diminuzione dell’influenza russa ed il probabile aumento di quella turca per tentare di contrastare l’espansione dello Stato Islamico.
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A ben vedere, l’unico vero vincitore che si erge sulle rovine del regime di Assad è la Turchia di Erdogan che si propone, e non da oggi, come un nuovo califfo. Magari nei suoi sogni c’è la volontà di ricostituire l’impero Ottomano e allora “sono augelli senza zucchero per tutti”