Resta pesantissima la situazione a Cuba, dove da due settimane si verificano continui blackout della durata media di 12 ore e fino a 18 ore giornaliere, cui si sono aggiunti anche gli arresti fatti dalla polizia per le proteste di questi giorni. Le manifestazioni più forti hanno interessato le città di Santiago, El Cobre e Bayamo, dove la gente è scesa in piazza anche nei giorni successivi al 17 marzo, data nella quale si sono svolte manifestazioni in tutta l’isola, chiedendo cibo e corrente, ma anche gridando frasi come “abbasso il comunismo”, “abbasso la dittatura”, “il popolo unito non sarà mai sconfitto”, “viva Cuba libera” e “patria y vida”, divenuto lo slogan di chi si oppone alla dittatura filo-castrista.

All’origine della grave situazione che si è creata sull’energia c’è la penuria di carburante, la cui fornitura da parte di partner storici come il Venezuela si è molto ridotta a causa dell’insolvenza del governo cubano ed è solo in parte tamponata dal maggiore afflusso di petrolio proveniente dal Messico. Ma anche la scarsa manutenzione alla quale vengono sottoposti 7 impianti di produzione, uno dei quali, la centrale termoelettrica Antonio Guiteras a Matanzas, sta gradualmente rientrando in funzione dopo 15 giorni di fermo, anche se, secondo i tecnici della compagnia elettrica nazionale, non sono previsti grandi miglioramenti per i prossimi giorni.
La prolungata assenza di energia ha spinto il popolo a scendere in strada, dal momento che senza elettricità, nelle case non arriva nemmeno acqua e lo spegnimento dei frigoriferi rischia di far rovinare anche il pochissimo cibo a disposizione.
Il governo guidato dal Presidente Miguel Diaz-Canel ha subito incolpato gli Stati Uniti di fomentare le proteste, tanto che il Ministero delle Relazioni Estere dell’isola caraibica ha convocato l’incaricato d’Affari USA Benjamin Ziff.
Washington ha però respinto ogni addebito, definendo ridicole le accuse. Il popolo d’altro canto, nonostante la pressante propaganda dei media ufficiali, non crede al governo dell’Avana, i cui rappresentanti vengono apertamente contestati dalla folla, come avvenuto anche a Santiago, seconda città del paese, dove la segretaria provinciale del Partito Comunista, Beatriz Johnson, salita sul tetto di un edificio, ha cercato inutilmente, tra le contestazioni, di calmare la folla, promettendo razioni straordinarie di cibo e assistenza.
La situazione potrebbe alleggerirsi alla fine del mese, quando è previsto l’arrivo di un carico di 650.000 barili di greggio dalla Russia (il primo autorizzato dal Cremlino dopo un anno), partito il 9 marzo scorso. Un aiuto del valore di 50 milioni di dollari, parte del pacchetto di aiuti concordato con Mosca, del quale non è stata resa nota la consistenza complessiva, ma che consisterà nell’invio sull’isola anche di grano, olio e fertilizzanti, a testimonianza della volontà di Mosca di preservare la dittatura per evitare la degenerazione delle proteste, che ne potrebbero determinare il rovesciamento o che l’Avana si trovi costretta a giungere a patti con gli Stati Uniti, che da anni chiedono che sull’isola vengano assicurati il rispetto dei diritti umani e libere elezioni. Un miraggio in una delle più oppressive, violente e corrotte dittature del mondo, nelle cui carceri, secondo la ONG Prisoners Defenders si trovavano, alla fine del 2023, 1.062 prigionieri politici, 34 dei quali minorenni.
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Quindi Maduro non invia più petrolio a titolo gratuito? Mi pare anomalo considerato il supporto contro possibili proteste delle abispas negras e le missioni nei quartieri. Boh, speriamo si sia incrinata l’alleanza, ma dubito.