

In questa intervista densa e appassionata il professor Richard Landes, medievista e studioso di fenomeni apocalittici e di manipolazione mediatica, ripercorre i fatti che portarono alla creazione del termine Pallywood, spiegando i meccanismi della propaganda nel conflitto israelo-palestinese. Dalla vicenda di Muhammad al-Durrah al ruolo dei social media, Landes analizza come i media occidentali abbiano contribuito attivamente alla diffusione di narrazioni fuorvianti e mendaci. (Per una migliore leggibilità del testo, nella traduzione abbiamo eliminato i link presenti nell’intervista originale che è possibile scaricare qui.)
Professor Landes, lei è un medievista e ha studiato come le persone nel cosiddetto “medioevo” credessero in grandi cambiamenti o eventi apocalittici. Come utilizza queste idee per comprendere le narrazioni fuorvianti di quello che chiama “Pallywood”?
In quanto medievista, non solo so come lavorano i falsari, ma anche quanto siano riluttanti ad ammettere di essere stati ingannati coloro che sono caduti vittima delle loro falsificazioni. Ho lavorato su uno dei dossier più straordinari di documenti falsi dell’inizio dell’XI secolo, scoperti negli anni ’20 e ignorati dagli storici per i successivi 60 anni, quindi la reazione alle falsificazioni del caso al Durah mi ha sorpreso meno di altri.
Inoltre, come medievista, studio società in cui ottenere onore, salvare la faccia ed evitare la vergogna è così importante che non solo è permesso e previsto perseguire questi fini con la violenza, ma è addirittura necessario farlo (come vendetta considerata giusta) per salvare l’onore ed evitare la vergogna. Israele è circondato da società simili, alcune delle quali arrivano a uccidere le proprie figlie o sorelle per mantenere l’onore della famiglia.
Per quanto riguarda l’odio antiebraico, la continuità tra le forme premoderne (medievali) e le forme (post-)moderne (manifestazioni dell’odio antiebraico all’inizio del XXI secolo) è inquietante: in entrambi i casi “tutto il mondo” giunge alla conclusione che gli ebrei uccidano deliberatamente bambini gentili innocenti come parte di un complotto per dominare il mondo. Questo delirio apocalittico paranoico emerse per la prima volta nel Medioevo, raggiunse un parossismo all’inizio del XX secolo e, dopo due generazioni di pausa, ritorna oggi.
Ancora una volta “tutto il mondo” crede che gli ebrei prendano di mira deliberatamente bambini gentili, anche se chi li accusa prende deliberatamente di mira bambini ebrei; che gli ebrei commettano genocidio quando chi li accusa è impegnato, a parole e nei fatti, nel genocidio. In entrambi i casi troviamo la proiezione della malizia e l’adozione diffusa di quella terribile proiezione da parte di “tutto il mondo”.
Il termine “Pallywood” nasce dal suo lavoro sul caso di Muhammad al-Durrah. Può ricordare brevemente come è iniziato tutto?
Il 30 settembre 2000, primo giorno del Capodanno ebraico, sulla scrivania di Charles Enderlin, giornalista franco-israeliano di France2, arrivarono delle immagini. Secondo il cameraman che le aveva consegnate, mostravano un bambino, Muhammad al Durah, accanto al padre, colpito e ucciso dal fuoco israeliano.
Charles montò il filmato per rendere questa narrazione il più credibile possibile e annunciò che il bambino e suo padre erano il “bersaglio del fuoco proveniente dalla posizione israeliana”. Le immagini provocarono enormi reazioni sia nel mondo musulmano che in Occidente; divennero l’icona dell’odio del XXI secolo.
Quando lessi l’articolo di James Fallows sull’indagine di Nachum Shahaf su questo caso, nel 2003, mi fu chiaro (anche se Fallows evitava di esplicitarlo) che la scena era stata messa in scena. Andai a indagare personalmente – prima in Francia, poi in Israele, dove visionai due ore di filmati di un cameraman Reuters di quella giornata. Contenevano solo scene messe in scena, una dopo l’altra.
Quando finalmente riuscii a vedere il girato grezzo del cameraman di Enderlin, era chiaramente pieno di scene false. A un certo punto il cameraman israeliano di Enderlin rise perché era così evidentemente messo in scena. Quando lo affrontammo, Enderlin rispose: “Oh sì, fanno sempre così. È una cosa culturale.”
Fu in quel momento, lasciando il suo ufficio, che capii: “Non sono solo i palestinesi a fingere; hanno complici disposti nella stampa occidentale che trasmettono il loro ‘lavoro migliore’ come se fosse notizia.” È un’industria simile a “Bollywood” – da qui il termine “Pallywood” (“Palestinian Hollywood”).
Ho realizzato un film su Pallywood prima di affrontare il falso di Al Durah perché la maggior parte degli occidentali non poteva nemmeno immaginare che i palestinesi fingessero cose simili. (E ancora oggi, non riescono a immaginarlo.)
Nel suo libro Can ‘The Whole World’ Be Wrong? lei spiega come i media spesso presentino Israele come il “cattivo”, la causa di tutti i problemi, e vede in questo una risposta pericolosa a sfide serie. Quale meccanismo riconosce, riferendosi ai periodi di grande cambiamento? Esiste un copione che si ripete?
I copioni basati sull’onore e sulla vergogna che si ripetono sono evidenti: 1) l’isteria trionfalista musulmana di fronte a uno Stato infedele autonomo in quello che dovrebbe essere Dar al Islam (cioè Israele), e 2) il bisogno “sostituzionista” di coloro che si considerano l’avanguardia morale globale (oggi i progressisti globali, ieri i musulmani e i cristiani) di guardare agli ebrei con disprezzo come parte della loro formazione identitaria.
Tutti questi movimenti, inclusa la postmodernità, dicono: “Okay, abbiamo finito con il passato e le sue superstizioni ebraiche, stiamo aprendo un futuro completamente nuovo e migliore” – quando in realtà a) prendono la maggior parte delle loro (migliori) idee dagli ebrei e b) ripetono il passato senza imparare nulla, insistendo di averci pensato da soli e di essere superiori agli ebrei e a tutti i movimenti successivi.
I progressisti hanno una vocazione messianica: si considerano i leader morali globali che salveranno il pianeta; eppure, nella loro invidia competitiva, nutrono un’avversione particolare per gli ebrei, che rimangono leader globali in molti campi progressisti, compreso quello di leader naturali del “Quarto Mondo” autonomo (cioè quei gruppi etnici oppressi dal “Terzo Mondo”).
Così comprano le narrazioni letali di Hamas e credono all’accusa di coloro che apertamente vogliono e cercano di commettere genocidio secondo cui è Israele a prendere di mira i bambini, a far morire di fame i civili, a commettere genocidio.
Rifiutano di guardare indietro e vedere come i loro antenati abbiano fatto ripetutamente la stessa cosa agli ebrei. Per secoli e millenni, questi “giganti” morali hanno replicato le stesse narrazioni semplicistiche e letali in cui gli ebrei sono i cattivi. E ora, anche mentre gli studiosi occidentali postmoderni e postcoloniali respingono il loro “passato malvagio”, ne replicano uno degli aspetti più orribili.
Prendiamo l’immagine simbolica di Muhammad al Durah: il bambino dietro il barile “tra le braccia del padre” (che in realtà non lo teneva). Nella mente dell’intellighenzia “progressista”, questa iconografia della malignità di Israele ha “sostituito e cancellato l’immagine del bambino nel ghetto di Varsavia”.
È letteralmente un discendente postmoderno del millenario blood libel (accusa del sangue) sugli ebrei che uccidono bambini gentili. E come nel caso dell’accusa del sangue negli anni 1890, quando gli ebrei dicevano di non aver mai cotto sangue gentile nella loro matza, e quando Israele afferma di non aver mai massacrato palestinesi (Jenin 2002), di non aver commesso genocidio (Gaza 2023-25) – la risposta, ancora e ancora, è: “Può davvero essere che tutto il mondo abbia torto e gli ebrei abbiano ragione?”
Vivendo a Gerusalemme, come ha visto cambiare il modo in cui si parla del conflitto israelo-palestinese con i social media come TikTok o X, rispetto alle tradizionali notizie televisive?
TikTok ha solo un effetto indiretto sulla vita a Gerusalemme. Siamo consapevoli del suo ruolo nel demonizzarci nel resto del mondo, ma non è un attore diretto nella vita quotidiana.
Da qui, guardando all’Occidente, è piuttosto chiaro che i social media intensificano e amplificano i messaggi negativi, ma esiste una linea di continuità diretta con ciò che trasmettono i media tradizionali. Su TikTok è normale accusare Israele di genocidio. La CNN non lo dirà apertamente, ma offre spazio e interviste empatiche a persone che lo affermano.
Tutte le discussioni della CNN sul genocidio riguardano Israele; non mostrano al loro pubblico gli appelli costanti al genocidio pronunciati nelle moschee non solo in Palestina, ma in tutto il mondo.
I social media semplificano eccessivamente e rendono più accessibile la narrativa decisa dai media tradizionali.
Prenda l’esempio della presunta carestia a Gaza: il New York Times dedica più spazio a una foto falsa della carestia senza nemmeno verificare se sia davvero un’immagine di un bambino colpito dalla fame o piuttosto di una vittima di una malattia congenita.
Con immagini simili in prima pagina, anche ebrei di sinistra negli Stati Uniti dicono: “Oh mio Dio, è come il ghetto di Varsavia.” I social media poi moltiplicano milioni di varianti di quel messaggio. Ma il problema è a monte, alla fonte avvelenata.
I nostri media ricevono informazioni (che adottano in modo acritico) da un movimento totalitario in cui la propaganda è un’arma di guerra. Perché mai i nostri media dovrebbero schierarsi con il nemico totalitario e servirci la sua propaganda come se fosse notizia?
Nel suo blog The Augean Stables, lei smaschera storie mediatiche che considera false. Qual è un trucco semplice che il pubblico può usare per capire se un video o una notizia su Israele è manipolato, come nel caso “Pallywood”?
Ogni volta che sentite accuse del tipo “gli israeliani stanno deliberatamente uccidendo civili, prendendo di mira bambini”, e vi raccontano una storia precisa e immediata su una vittima, chiedetevi: da dove provengono queste informazioni dettagliate?
Cercate persone che sorridono quando pensano di non essere riprese. Controllate i segni di sangue. Cercate indizi anomali di messinscena (alcuni si abbassano, altri rimangono in piedi), cercate il trucco.
Visitate il sito Gazawood con migliaia di esempi. Magari non sarete d’accordo con tutte le loro valutazioni, ma la quantità di prove è inesauribile.
E la velocità con cui arrivano le informazioni sulle vittime? Per esempio, recentemente c’è stato un crollo di un edificio a Roma a causa di un’esplosione di gas: ci sono volute circa tre ore per capire chi fosse sotto le macerie. Ma a Gaza, dopo due minuti, sanno già che ci sono “cinque donne, cinque bambini”, e la stampa riporta questi numeri senza verifica.
Sì. La realtà è che la maggior parte delle notizie sul numero dei morti a Gaza proviene direttamente dal Ministero della Sanità di Hamas, e la stampa – non solo qui, ma anche il New York Times – riporta questi numeri come se fossero fatti verificati.
Così, quando Israele colpisce un obiettivo e uccide un importante comandante di Hamas, il titolo sarà “Oltre 90 morti”, senza alcuna prova oltre alla dichiarazione del ministero.
Stiamo conducendo uno studio sulla CNN e stiamo riscontrando un allineamento dell’85-95% tra ciò che Hamas vuole che i media dicano e ciò che la CNN effettivamente dice.
Questo non è giornalismo professionale: è giornalismo suicida (own-goal war journalism), cioè riportare la propaganda del nemico come notizia alla popolazione bersaglio. È come se Troia avesse accolto il cavallo greco: un suicidio.
Parliamo delle reazioni che ha incontrato dopo il suo lavoro: i “media tradizionali” hanno reagito duramente alle sue accuse? E questo l’ha danneggiata in qualche modo?
Sì, penso che le critiche abbiano danneggiato la mia reputazione. La gente mi accusa di “teorie del complotto” e di essere “insensibile” alla sofferenza palestinese. Una sorta di silenziamento silenzioso.
E non è solo la sinistra woke. Quando “Pallywood” uscì per la prima volta, un collega del USC Annenberg Center voleva invitarmi a parlare e il (ebreo) capo del dipartimento chiese informazioni su di me all’ambasciata israeliana. “No, non invitatelo, è contro la pace.”
Penso che l’idea che i palestinesi possano inscenare dei filmati sia talmente al di là dell’immaginazione della maggior parte dei “liberali” che preferiscono considerarmi un razzista piuttosto che ammettere di essere stati ingannati.
Ma è anche strano: in passato, in Occidente, la sinistra si distingueva per pensare spesso in termini di “cospirazioni”, specialmente quelle governative – significava fare domande difficili, per quanto assurde potessero sembrare.
Ricordiamo che la maggior parte delle teorie del complotto occidentali sull’11 settembre provenivano dalla sinistra antiamericana. All’improvviso è diventata una cosa negativa e impensabile il fatto che i palestinesi possano essere d’accordo nel diffondere menzogne? “No”, rispondono i progressisti, “non puoi dirlo, è islamofobia.”
Quando leggo le confutazioni dei miei argomenti, mi sembra di non leggere giornalisti, ma persone che dicono al loro pubblico cosa pensare. Non si riferiscono mai alle prove originali, solo a caratterizzazioni negative.
Guardando al futuro, quali problemi nei media di oggi – come le fake news o i video virali – considera più urgenti da affrontare per aiutare le persone a capire la verità su Israele e sul conflitto?
Sicuramente dobbiamo riconoscere e chiamare i nostri media a rispondere della loro intimidazione da parte di Hamas. Matti Friedman descrive l’intimidazione aperta che gioca un ruolo nel censurare qualsiasi cosa negativa su Hamas: se non fai ciò che Hamas vuole, sei nei guai, i tuoi referenti palestinesi sono nei guai, le loro famiglie sono nei guai.
E di certo non tornerai a Gaza a fare reportage in futuro. Ma c’è di peggio. Molti giornalisti si impegnano attivamente nell’adottare la narrativa jihadista, soprattutto quando si tratta di demonizzare Israele. Il loro lavoro va ben oltre la semplice conformità dettata dalla paura. Sono partecipanti attivi in una campagna di diffamazione.
Cosa fare al riguardo? A un certo livello è relativamente semplice. Basta fare il proprio lavoro di giornalista: indagare sulle fonti invece di dare per scontato che le prove siano reali.
Quando ricevi una foto che dovrebbe essere di gemelli appena nati, chiedi se sono davvero gemelli di due giorni prima di presentarla come tale; quando un padre crolla in lutto sventolando copie plastificate dei certificati di nascita dei suoi gemelli, cerca segni di messinscena del suo dolore.
Quando la tua fonte ti dice che più di 90 persone sono morte subito dopo un raid aereo israeliano, chiedi come hanno ottenuto quei numeri così in fretta.
Se i media non fossero quasi dogmaticamente creduloni riguardo alle affermazioni palestinesi, molto di tutto questo non accadrebbe.
C’è poi l’altra faccia della medaglia – il materiale che i giornalisti per qualche motivo rifiutano di trattare: gli incitamenti genocidi predicati dai pulpiti palestinesi (compresi quelli dell’Autorità Palestinese) e trasmessi dalla TV palestinese, le ammissioni pubbliche – in arabo – che il “processo di pace” è solo un altro modo per condurre la guerra, il razzismo palese della società palestinese, la brutale repressione del dissenso, che si tratti di giornalisti o manifestazioni pubbliche.
Per ragioni che possiamo solo ipotizzare, la maggior parte dei giornalisti occidentali fa di tutto per proteggere i palestinesi dalle critiche. Questo include il non invitare analisti che monitorano le dichiarazioni palestinesi in arabo (come Itamar Marcus, Yigal Carmon), critici dei palestinesi e delle istituzioni allineate alla loro guerra contro Israele (Gerald Steinberg, Hillel Newmann, Phyllis Chesler), o persone che sanno vedere il conflitto nel suo contesto più ampio (Andrew Fox, Richard Kemp); femministe e attivisti LGBT che possono dimostrare quanto sia assurdo il sostegno di queste comunità ai palestinesi.
A un altro livello, le persone sembrano ossessionate dal virtue signaling, desiderose di mostrare quanto sono “buone” e di essere “dalla parte giusta” della storia.
Di conseguenza, si aggrappano a una narrativa morale ed evitano di guardare fatti ed evidenze contraddittorie. Per loro è più importante apparire bene agli occhi dei loro compagni progressisti che affrontare alcune verità dure e spiacevoli sulla causa che trovano inspiegabilmente così coinvolgente – il “palestinismo”, con i suoi odi genocidi, l’irredentismo politico, le bugie sistematiche e il sacrificio del proprio popolo.
Solo allora la folla “pro-palestinese” potrà iniziare a comprendere il danno che arreca non solo ai progressisti in Medio Oriente (ebrei e arabi), ma anche alla propria causa e alle proprie società.
Il passo preferito di mio padre nella Bibbia parlava della scelta della vita. Sono cresciuto pensando che fosse ovvio fare quella scelta. Ma guardo l’Occidente e vedo persone che sembrano amare la vita adottare la causa di chi ama la morte. A quanto pare, scegliere la vita non è così facile.
Se ti è piaciuto o se non ti è piaciuto questo articolo, scrivilo nei commenti.

InOltre è completamente gratuito ed è il frutto della competenza e della passione di molte persone che lavorano senza fini di lucro. Se desideri contribuire con un piccolo supporto, puoi farlo effettuando un bonifico come di seguito specificato oppure cliccando sui pulsanti che vedi, scegliendo l’opzione che più preferisci. Le donazioni verranno utilizzate per i costi di mantenimento del sito e per altre attività editoriali.
Grazie per il vostro supporto!
Bonifico bancario intestato a Inoltre Ente del Terzo Settore con Causale: donazione/erogazione liberale a favore di Inoltre ETS.
Codice Iban: IT55A0306909606100000404908



Scopri di più da InOltre
Abbonati per ricevere gli ultimi articoli inviati alla tua e-mail.

Signor Landes, sono imbarazzata quando sento parlare degli Ebrei come coloro che uccidono per uccidere. Lo trovo assurdo, ma pochissime voci si alzano per raccontare la verità. Sembra che la verità dei fatti sia impossibile da reperire. E allora non riesco a dare un giudizio sui fatti perchè ciò che da molte parti sento raccontare mi pare falso. Insomma abitiamo a Pallywood. Ma allora dobbiamo trattenere il giudizio fino a quando persone davvero autorevoli dicono la verità
Persone autorevoli? Quando vedo le immagini di Mohammed alDura “su cui gli israeliani si sono accaniti a sparare ininterrottamente per 20 minuti di fila” senza una sola goccia di sangue addosso non ho bisogno di persone autorevoli per sapere che cosa è successo e soprattutto che cosa NON è successo. Quando vedo il bambino palestinese “scheletrito dalla fame” con accanto il fratellino bello paffuto e in braccio a una madre obesa non ho bisogno di persone autorevoli per sapere che mi stanno raccontando una balla. Quando vedo il video del povero padre orbato che frigna continuando ad asciugarsi gli occhi asciutti con il bambino morto tra le braccia e poi ad un certo punto il morto allunga la mano e si gratta il ginocchio non ho bisogno di aspettare che arrivino persone veramente autorevoli a dirmi la verità!
Completamente d’accordo.