
Posso immaginare che i vandali che hanno deturpato il murale in viale Andrea Doria a Milano, dedicato a Liliana Segre e Sami Modiano, siano dei giovani attivisti propal. È verosimile che con il loro gesto iconoclasta abbiano voluto colpire due note figure rappresentative del Sionismo internazionale. Oppure no?
A ben pensarci si fatica a collegare Liliana Segre e Sami Modiano al Sionismo. Per la verità non so neanche se siano sionisti o se non lo siano. Liliana Segre e Sami Modiano sono due sopravvissuti ai campi di sterminio nazisti che hanno deciso di testimoniare la loro esperienza alle successive generazioni che non hanno vissuto l’orrore della Shoah. Sono due persone miti che incarnano in modo esemplare la sofferenza e l’ingiustizia subite dagli ebrei per la sola colpa di essere ebrei.
“Ero una bambina qualunque – ha detto la Segre – felice, figlia unica in una famiglia italiana da 500 anni e profondamente inserita nel tessuto di Milano. Un giorno a tavola – era l’anno in cui avrei dovuto iniziare la terza elementare – mi dicono che sono stata espulsa da scuola. Penso di aver fatto qualcosa di molto grave. Dico: ‘perché?’, un ‘perché?’ grave, che ripetevo con gli occhi pieni di lacrime. Ma anche i miei famigliari non riuscivano a trovare una risposta. Che cosa avevo fatto di male?”
È una domanda che vorrei rivolgere, oggi, a quei teppistelli che hanno deturpato quel murale che nulla ha a che vedere con la politica del governo d’Israele.
Che colpa hanno, dunque, Liliana Segre e Sami Modiano? Perché deturpare un murale che li rappresenta?

Sono ovviamente domande retoriche le mie perché la risposta è semplice. Oggi si è raggiunta una perfetta identità tra ebraismo e sionismo. Tra ebreo e sionista.
I molti account che incontro sui social, spesso appartenenti a persone di estrema sinistra, si riferiscono agli ebrei chiamandoli sionisti. “Le banche sono in mano ai sionisti”. “L’usura è un’invenzione dei sionisti”. Basta cambiare una parola e ci si ritrova immersi nella propaganda della Germania degli anni Trenta. In questa temperie, la Segre e Modiano vengono trasfigurati e, da ebrei scampati alla morte in una camera a gas, diventano dei simboli sionisti.
Non si tratta di un risultato accidentale. Non è una confusione colposa. Il meccanismo del pregiudizio, che alcuni cattivi maestri maneggiano con cinica padronanza, funziona bene proprio quando si piega dolosamente la realtà fattuale ad un giudizio precostituito che in questo modo si rafforza. L’utilizzo abusivo della parola genocidio applicata ai palestinesi ne è un esempio lampante.
Si tratta di una balla che non è neanche difficile da smascherare ma è una balla che è servita a rinvigorire l’antipatia per gli ebrei che da antipatia torna a trasformarsi in odio. La storia del pregiudizio antiebraico degli ultimi due millenni è una lunga sequenza di menzogne inventate ad arte per precostituire una giustificazione alla violenza nei confronti degli ebrei.
L’idea, ricorrente anche in questi giorni dopo i fatti di Amsterdam, che gli ebrei si meritino il male che accade loro è un adagio che non nasce con lo Stato d’Israele, come vorrebbero farci credere i molti antisemiti in libera uscita che scrivono sui social e sui giornali.
L’atavismo della colpa ebraica ci riporta indietro nei secoli fino all’accusa di deicidio, passando per la profanazione delle ostie, gli omicidi rituali, la pratica della magia nera, i piani per conquistare il mondo, la sconfitta della Germania nella Grande Guerra, i danni della finanza globalista e altre immaginifiche nefandezze.
La vicenda di quel murale deturpato ci dimostra che per qualcuno Israele è solo l’ennesima occasione per trovare una conferma al proprio pregiudizio antiebraico. Un pregiudizio così peculiare e sedimentato che qualche decennio fa ha convinto qualcuno nella civilissima Europa che gli ebrei meritassero di essere sterminati su scala industriale.
Un pregiudizio così peculiare e sedimentato che spinge qualcuno a deturpare con odio insensato un’innocua immagine di due ebrei che da quello sterminio si erano salvati.
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Semplificando al massimo il giudizio purtroppo di molti , taciuto finora per pudore, è il seguente:”Questi ebrei tra Shoah e Israele hanno rotto i coglioni”.