

Parte oggi InOltre con stile, una nuova rubrica che apparirà il sabato con cadenza settimanale.
Vuole essere un divertissement critico su costume, moda, gusto, ma anche stile e classe, due sostantivi spesso e ingiustamente ritenuti elitari e accostati al censo e allo snobismo. Classe e stile non sono sinonimi, ma generalmente vivono in simbiosi, la prima esprime tout court il modo di essere di una persona, il secondo la via che ha scelto per mostrarlo.
E non dovrebbe riguardare solo il modo di abbigliarsi, ma, soprattutto, il rapporto con gli altri: educazione, empatia, gentilezza e disponibilità. Il mestiere del “critico” impone a chi lo esercita uno sforzo di obiettività, che è una merce irreperibile, meglio, come affermava Max Weber, dichiarare fin da subito i propri riferimenti culturali.
Un esempio chiarisce meglio il concetto: Giorgio Armani in jeans, t-shirt e sneaker e il meccanico in tuta che ti accoglie con un sorriso cordiale, hanno più classe e stile di tanti tartufi abbronzati e impennacchiati che ostentano orologi dal costo stratosferico. (Abbiamo citato esempi maschili per non essere scortesi con le signore, ma anche tra loro c’è qualche tacco dodici di troppo e del botulino malandrino).
Speriamo di riuscire a suscitare dei dibattiti, perché di una cosa siamo certi: non è vero che “De gustibus non est disputandum”.
L’abbigliamento maschile contemporaneo (ma anche in parte femminile) deve quasi tutto al mondo anglosassone, in particolare derivato dall’uso militare, il tempo libero, la caccia e lo sport.
Solo per citare alcuni esempi: il blazer, la camicia button down, il Montgomery, il Barbour che abbiamo visto in tante foto indossare dalla regina Elisabetta mentre scendeva da una Land Rover anni ‘60 per una delle sue passeggiate nei boschi della tenuta di Balmoral.
Ma forse il capo più iconico, divenuto un classico per ambo i sessi, è il “trench coat” letteralmente “cappotto da trincea”.
Nasce infatti al tempo della Prima guerra mondiale ed era il pastrano di ordinanza dei soldati inglesi ammassati nel fango delle trincee, ma quello giunto ai nostri giorni è il risultato di molte trasformazioni che riguardano i tessuti usati e la foggia.
Due sono i marchi universalmente noti che si contendono la primogenitura: Burberry e Aquascutum, anche se molti altri accampano tale diritto.
Il più antico è il Makintosh dell’omonima ditta Charles Makintosh & Co. il cui fondatore nel 1823 aveva trovato una tecnica per gommare i tessuti, tanto che gli inglesi lo chiamano familiarmente “Mac” l’impermeabile.
Nel 1851 John Emary riuscì invece a impermeabilizzare all’acqua un tessuto di cotone che brevettò col nome di Aquascutum, iniziando a produrre impermeabili nella sua sartoria di Londra nel quartiere di Mayfair, ottenendo un rapido successo.
I suoi soprabiti impermeabili vestirono militari inglesi nella guerra di Crimea e in quelle Angloboera.
Ma solo dopo aver realizzato dei capi per re Edoardo VII, poté fregiarsi della “Royal Warrant”.
Fino ad allora la foggia di quei capi era diversa da quella ben nota, che risale al 1914, inizio della Grande Guerra.
Condivideva le commesse militari con Aquascutum la ditta Burberry, il cui titolare Thomas Burberry nel 1879 aveva reso impermeabile un tessuto di cotone pesante e fitto da lui denominato “gabardine”.
Il modello praticamente identico all’attuale è stato introdotto da Aquascutum col nome di Tielocken nel 1912.
Il cinema lo ha reso famoso: Humphrey Bogart in Casablanca, Peter Sellers nell’indimenticabile ispettore Clouseau della Pantera Rosa, ma anche Audrey Hepburn e George Peppard nelle scene finali di “Colazione da Tiffany”.
L’inconfondibile foggia del trench nasce da precise esigenze dell’uso militare, niente è lasciato al caso.
Doppio petto per maggior protezione dalle intemperie, spalline su cui montare le mostrine o i gradi, gancetti e fascetta sottogola per chiudere ermeticamente il collo, unitamente ai cinturini ai polsi e la cintura con anelli di ottone per attaccarvi le giberne, la spada o un’arma.
Tasche oblique con patella e bottone e aperture sui fianchi per mettere le mani in tasca senza dover sollevare una falda o slacciare il trench.
Sul pettorale con bottone, a sinistra nella versione maschile e a destra in quella femminile, è nota una diceria priva di fondamento che lo qualifica come una specie di tasca da imbottire per appoggiarvi il calcio del fucile.
In realtà è solo un espediente che impedisca all’acqua di penetrate all’interno in caso di pioggia a vento.
Lo coulisse con bottone sul retro, sovrastata dallo spallone protettivo nel punto di maggior esposizione alla pioggia, serve per cavalcare o andare in moto.
In fine la famosa fodera a quadri era diversa per ogni reggimento, come le cravatte regimental, attualmente identifica la marca, quella di Burberry è trasmigrata in mille prodotti del marchio.
In alcune versioni è possibile inserire un riscaldo all’interno.
La lunghezza canonica è sotto il ginocchio, ma recentemente alcuni stilisti hanno proposto delle lunghezze inferiori che snaturano l’equilibrio del capo, proponendo anche dei colori diversi dai tre classici: ghiaccio, nocciola e verde militare.
Oggi è un po’ in disuso, sostituito da giacconi e piumini meno costosi, ma il fascino che emana è inalterato per coloro che non amano omologarsi.
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a mio parere, per i “comuni” mortali, il Burberry non lo batteva nessuno. Però ebbi anche un Corneliani Allegri nero, che faceva tanto Port Sandeman e mi piaceva tanto…
Mia moglie mi ha appena spiegato che il Doctor Who indossa una redingote, non un trench.
Mi scuso.
Non dimentichiamo il personaggio del Doctor Who, nell’interpretazione di David Tennant, che negli anni 10 ha rilanciato il trench anche tra i giovanissimi.