3 pensieri su “Contro la pedagogia come fabbrica delle opinioni conformi”

  1. Si chiama “pensiero unico” (gli altri, in quanto a priori sbagliati, non devono esistere).
    È tipico delle dittature. È stato tipico del fascismo e del comunismo, dell’Italia e della Germania degli anni ’30, della Russia e poi URSS dal 1917 in avanti.
    Oggi è molto più subdolo, perché non è imposto con la polizia ma con l’esclusione sociale. Non è più imposto sotto la minaccia del carcere, ma della censura, dell’esclusione dagli ambienti che contano, i quali soli vengono considerati “culturali”. Il resto (ciò che non è accettato nei festival, o per lo meno in quelli “mainstream”, previo auto da fé) è immediatamente, anzi preventivamente, bollato come pseudo-cultura. Con il disprezzo dello “stilita”, che se ne sta schifato a guardare il resto del mondo dalla cima di una colonna.
    Ciò che è accaduto a De Luca e a De Gregori è emblematico di tutto questo. La loro colpa? Non solo non si sono allineati. Peggio: non corrispondono più all’idea che la maggioranza dei “giudicanti” si erano fatti di loro. Salvo alcuni, i più “svegli”, quelli che lo avevano capito prima degli altri. Mi è capitato di leggere sui social, sotto ai post che rilanciavano le dichiarazioni di De Gregori, commenti del seguente tenore: “Ma non lo avevate capito? Lui è sempre stato così, io l’ho sempre saputo. Lessi anni fa un’intervista in cui si capiva benissimo che non era come lo credevate” (tradotto: Credevate che fosse dalla parte giusta? Io ho sempre saputo che non era affidabile, che non era veramente “giusto”, che non c’era da fidarsi, che era un traditore, ecc. ecc.).
    Viviamo un allucinante bigottismo laico. Un integralismo religioso senza trascendenza.

  2. Bellissima analisi che mi ha aiutato a capire meglio l’educazione e gli educatori. Trovo anche che dia una spiegazione esauriente della povertà di linguaggio denunciata da Alessandro Tedesco nel suo articolo del 20 giugno, povertà che è alla base non solo del bipopulismo politico ma anche della difficoltà di formare un’alternativa “centrista” o, meglio, liberal democratica.
    Rosa Filippini

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