


Il liberalismo non è una via di mezzo tra destra e sinistra, ma una tradizione radicale nei principi: porre un limite a ogni potere assoluto. Dal Manifesto del rinoceronte di Adam Gopnik al “legno storto” di Isaiah Berlin, una difesa della libertà fondata sull’imperfezione umana.
L’articolo di Luigi Corvaglia, Il liberalismo non è una versione annacquata di destra e sinistra né un rifugio per moderati, pubblicato qualche giorno fa su InOltre, ha avuto il merito di smontare un equivoco ricorrente nel dibattito pubblico italiano, dove il liberale viene spesso descritto come un moderato per vocazione: qualcuno che corregge gli eccessi altrui, ma non porta con sé una propria visione forte della società.
Mi ha fatto tornare in mente il Manifesto del rinoceronte. L’avventura del liberalismo, Guanda, 2020 di Adam Gopnik, un libro che può essere letto proprio come una difesa del liberalismo nella sua fortissima e peculiare autonomia morale e politica.
Il rinoceronte del titolo non è un’immagine ornamentale: serve a distinguere il liberalismo dalle ideologie perfette, dalle grandi narrazioni che promettono una società finalmente riconciliata. Il rinoceronte non ha la grazia dell’unicorno, non appartiene alla mitologia, non seduce per eleganza. È un animale reale, terrestre, imperfetto. Ed è questa la forza della metafora.
Per Gopnik, il liberalismo non è la promessa di una perfezione politica. È una pratica di convivenza dentro l’imperfezione umana. Non pretende di cancellare il conflitto, ma di renderlo regolabile. Non immagina una società senza dissenso, ma costruisce istituzioni capaci di proteggerlo. Non assolutizza una verità politica, ma riconosce la necessità di procedure, garanzie, diritti, contrappesi.
In questa prospettiva, il rinoceronte di Gopnik dialoga idealmente con un’altra immagine centrale del pensiero liberale novecentesco: il “legno storto” di Isaiah Berlin. Il riferimento, ripreso da Kant, indica l’impossibilità di costruire una società perfettamente diritta a partire da una natura umana irriducibilmente imperfetta.
Se l’uomo è fatto di legno storto, allora ogni progetto politico che prometta di raddrizzarlo definitivamente contiene già una minaccia. Il liberalismo non nasce per perfezionare l’umanità, ma per impedire che qualcuno, in nome di quella perfezione, ottenga il potere di piegare gli individui ad un presunto “fine superiore”.
È su questo terreno che il liberalismo si distingue dalle culture politiche illiberali. Il populismo, in particolare, tende a identificare il popolo con una volontà unitaria, immediata, non mediata. Ogni limite istituzionale viene allora percepito come un ostacolo: il parlamento diventa un freno, la stampa un’interferenza, le autorità indipendenti un intralcio, il rispetto per le minoranze un lusso.
La cultura liberale parte da una premessa opposta: la democrazia non è soltanto il governo della maggioranza, ma anche l’insieme delle condizioni che impediscono alla maggioranza di diventare potere illimitato. Per questo libertà di stampa, separazione dei poteri, autonomia della magistratura, tutela delle minoranze e garanzie processuali non sono elementi accessori. Sono la sostanza stessa della democrazia liberale.
Il liberalismo storico, naturalmente, non è immune da contraddizioni. Ha convissuto con disuguaglianze profonde, esclusioni sociali, cecità rispetto a molte forme di dominio materiale. Ma il suo tratto distintivo sta proprio nella possibilità di autocorrezione: una società liberale può essere criticata dall’interno, può ampliare i diritti, può riconoscere errori passati senza dover distruggere l’intero edificio democratico. Le ideologie chiuse, al contrario, tendono a interpretare la critica come tradimento e il dissenso come una minaccia da neutralizzare.
È anche per questo che la distinzione tradizionale tra destra e sinistra, pur conservando una sua utilità storica, non basta più a descrivere la frattura decisiva del nostro tempo. Da una parte vi sono culture politiche che accettano il limite del potere, il pluralismo e la libertà individuale come fondamenti non negoziabili. Dall’altra vi sono culture che, pur molto diverse tra loro, considerano questi limiti un impedimento alla realizzazione di un progetto superiore.
Il liberalismo appartiene alla prima famiglia: profondamente alternativo sia ai nazionalismi autoritari sia ai collettivismi egualitari, sia ai paternalismi statali sia ai moralismi religiosi o secolari.
Va detto, infine, qualcosa sul tono del libro, che è forse la sua qualità più sorprendente. Gopnik scrive del liberalismo con un entusiasmo raro, quasi anacronistico: non il fervore del militante, ma l’affetto di chi racconta una tradizione fatta di persone concrete — Mill e Harriet Taylor, George Eliot, Frederick Douglass — più che di sistemi astratti.
È un entusiasmo che contagia proprio perché non promette nulla di grandioso: nasce dalla convinzione che il cambiamento graduale, la conversazione, la riforma paziente abbiano prodotto più libertà reale di qualsiasi rivoluzione. Leggendolo, si ha l’impressione che il liberalismo possa tornare a essere non solo difendibile, ma amabile.
Eppure, alla fine, la questione non è tanto se il liberalismo sia capace di entusiasmare. La domanda è se una società democratica possa permettersi di farne a meno. Ogni volta che le democrazie si stancano delle garanzie, delle procedure, dei limiti e del dissenso, si apre lo spazio per qualcuno che promette decisione, identità, ordine, giustizia immediata. Sono promesse potenti, soprattutto nelle fasi di crisi. Ma spesso chiedono in cambio proprio ciò che una società aperta dovrebbe proteggere: la libertà degli individui davanti al potere.
Il merito del Manifesto del rinoceronte è dunque quello di sottrarre il liberalismo a due equivoci opposti. Da un lato, l’idea che sia soltanto una tecnica di governo, fatta di procedure e liturgie. Dall’altro, l’idea che sia una filosofia rinunciataria, incapace di opporsi con fermezza alle minacce illiberali. Gopnik mostra invece che il liberalismo è una cultura morale della libertà, fondata sulla consapevolezza dell’imperfezione umana e sulla necessità di istituzioni capaci di contenerne gli abusi.
Il rinoceronte, in questa prospettiva, diventa il simbolo di una politica poco incline alla retorica, ma resistente. Non l’animale immaginario delle utopie perfette, bensì una presenza concreta, talvolta sgraziata, ma capace di attraversare il terreno difficile della storia senza cedere alla tentazione della purezza.
La stessa immagine ritorna, sotto altra forma, nel legno storto di Berlin. Il liberalismo non nasce dall’illusione che l’uomo sia perfetto, ma dalla consapevolezza opposta. Poiché l’uomo è imperfetto, nessun potere deve essere perfetto. Poiché i valori sono plurali, nessuna ideologia può pretendere di ordinarli una volta per tutte. Poiché la libertà è fragile, non può essere consegnata alla benevolenza di chi governa.
Alla fine, la questione non è se il liberalismo sia ancora capace di entusiasmare. La domanda è se una società democratica possa permettersi di farne a meno. Ogni volta che le democrazie si stancano delle garanzie, delle procedure, dei limiti, del pluralismo e del dissenso, si apre lo spazio per qualcuno che promette decisione, identità, ordine, giustizia immediata.
Sono promesse potenti, soprattutto nelle fasi di crisi. Ma spesso chiedono in cambio proprio ciò che una società aperta dovrebbe proteggere: la libertà degli individui davanti al potere.
Per questo il liberalismo non va difeso come una posizione comoda, ma come una disciplina difficile. Non è la politica della tiepidezza, bensì della misura. Non è l’assenza di principi, ma la consapevolezza che nessun principio può giustificare il potere illimitato. Non è il centro geometrico tra destra e sinistra, ma una tradizione che giudica le culture politiche da un’altra prospettiva: il modo in cui trattano la libertà concreta delle persone.
Il punto più forte del libro di Gopnik è forse proprio questo: ricordare che il liberalismo non è una forma di prudenza senza principi, ma una cultura del limite. Non difende poco; difende ciò che impedisce al potere di diventare assoluto.
Perché, se l’uomo è fatto di legno storto, il compito della politica non è costruire uomini migliori, ma garantire che la liberta non venga sacrificata sull’altare dell’ennesima dottrina salvifica.
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Buongiorno Filippo. Ho sentito che un sondaggio rivela che il 30% degli italiani auspica un \”governo forte\”. La percentuale sale a 50 tra i giovani. È urgente che putin perda la guerra e che trump sia messo sotto impeachment per riportare la pace, non nel mondo, ma nei cuori e nelle coscienze. Buona settimana. Nadia Mai
Inviato da Outlook per Androidhttps://aka.ms/AAb9ysg ________________________________
Grazie Nadia
Condivido molte cose dell’articolo, ma non vorrei che questa visione dell’uomo che è imperfetto, diventasse un paradigma rigido e che non contempli invece una umanità possa evolversi e migliorarsi nel tempo. E’ un traguardo a cui tutti dovremmo tendere invece di cullarci e accettare supinamente le nostre imperfezioni psicologiche e caratteriali.