

Israele. Spesso, quando ne parlo, vedo sopracciglia alzarsi, labbra serrarsi, sguardi farsi sospettosi—qualsiasi segnale di curiosità o scetticismo. Per due anni della mia vita ho vissuto nella terra del latte e del miele, nella terra dei paradossi, nella terra della speranza e della guerra.
Israele è un piccolo paese del Medio Oriente, con soli 8 milioni di abitanti, il che rende improbabile che la maggior parte delle persone nel mondo abbia mai incontrato un israeliano. Eppure, sembra che tutti ne abbiano conosciuto almeno uno. Questo minuscolo stato è uno dei più discussi al mondo, in un pianeta con oltre 200 nazioni.
Potrei speigare di perché sia così, ma forse non ce ne è bisogno. Tra fatti storici e, spesso, palesi menzogne, tra ferventi sostenitori e ancor più accesi detrattori, sembra che tutti abbiano già capito perfettamente Israele.
Ma è davvero così?
Cosa sanno di Tel Aviv, con i suoi infiniti bar e i suoi giovani sempre in movimento? Cosa sanno di Haifa, con la sua università multiculturale e la numerosa popolazione araba? Cosa sanno di Gerusalemme, dove tre religioni si intrecciano ogni giorno? E di Eilat, con le sue spiagge cristalline e gli yogi che salutano il sole? Non possono saperlo.
Eppure, credono di sapere tutto. Basta un post sui social media, una dichiarazione di un sedicente storico, ed ecco che diventano esperti assoluti. Israele? Uno stato suprematista bianco, colonialista, genocida.
Suprematista bianco? Colonialista? Genocida?
Forse i miei amici di origine marocchina e algerina non sarebbero d’accordo. O gli ebrei etiopi che vivono a Florentin, a Tel Aviv. O gli yemeniti che servono piatti tipici in Allenby Street. O forse neppure gli arabi palestinesi con cittadinanza israeliana, che solo loro sanno davvero cosa significhi vivere in Israele.
E sulla questione del colonialismo, basterebbe chiedere alla Bibbia. O, per chi non è religioso, all’analisi genetica del popolo ebraico, che prova la sua presenza su quella terra da prima della nascita di Cristo o di Maometto.
E per quanto riguarda il genocidio, qualcuno potrebbe spiegare perché la popolazione di Gaza è cresciuta esponenzialmente dall’inizio dell’ultima guerra?
Ma questi sono fatti, e i fatti richiedono onestà e accettazione, qualità sempre più rare quando si parla di Israele. Ogni israeliano è abituato a questo.
Le persone con cui parlavo nelle mie serate a Tel Aviv, dove potevo vestirmi come volevo ed essere chi volevo senza paura, scherzavano spesso con me: “Sai, quando viaggio in Spagna dico che sono greco, e quando viaggio in Grecia dico che sono spagnolo.” Con quell’accento inconfondibile, mi sembrava strano che pensassero di poter nascondere la loro identità—o che trovassero divertente doverlo fare.
Di solito, quando le persone lasciano il proprio paese, il loro patriottismo si moltiplica. I miei amici francesi, peruviani, siriani, americani, filippini provano un orgoglio profondo nel dichiarare le proprie origini. Noi italiani non siamo da meno: quando io e il mio ragazzo siamo stati a New York, siamo andati subito a Little Italy, fieri della nostra cultura esportata nel mondo. Voleva una foto sotto una bandiera italiana, orgoglioso delle sue radici e senza paura di mostrarlo.
Nel 2021, quando l’Italia ha vinto gli Europei contro l’Inghilterra, ero a Tel Aviv, e portare la bandiera italiana in giro per la città è stata una delle sensazioni più belle di sempre. Poter esibire con fierezza la vittoria della mia nazione in faccia ai tifosi inglesi, che stringevano la loro bandiera un po’ più in basso.
Solo ora mi rendo conto che i miei amici israeliani non potranno mai vivere la stessa esperienza. Non potranno mai sventolare con orgoglio la loro bandiera all’estero. Non potranno mai dire apertamente da dove vengono, senza temere ritorsioni, minacce o persino rischiare la vita.
I palestinesi sono diversi: possono urlare le loro origini dai tetti, e l’Occidente li applaudirà. Il loro diritto di farlo è incoraggiato dal nostro senso di colpa collettivo, dalla nostra ossessione per il sostegno incondizionato agli “oppressi”, veri o presunti. È questo che rende impossibile per un israeliano fare lo stesso.
Gli israeliani sono forti, determinati, fieri di ciò che sono, senza bisogno di trasformarlo in uno spettacolo per compiacere il mondo. Sono qualità che l’Occidente ha gettato nella spazzatura, qualità che spaventano l’Occidente stesso. Perché i nostri leader devono essere morbidi, malleabili, compiacenti, la nostra cultura deve essere inclusiva di tutto e di tutti, il nostro orgoglio schiacciato.
Molti in Occidente vedono gli israeliani come i loro peggiori nemici, perché gli ricordano ciò che noi eravamo prima di distruggere la nostra cultura con le nostre stesse mani. E mentre ci convinciamo che la strada giusta sia abbandonare Israele, lasciandolo solo in questa guerra culturale, ci raccontiamo che questa sia la scelta morale.
Ma come potrei mai tornare a Tel Aviv e guardare negli occhi gli arabi del mio bar preferito, chiamandoli “colonialisti”? Come potrei sedermi con i miei amici ebrei a una cena di Shabbat e dire loro che non sono inclusivi? Come potrei mai guardare un popolo fatto di innumerevoli etnie e religioni, dicendo loro che stanno commettendo un genocidio, quando più della metà di loro ha origini arabe?
Non posso. E non lo farò.
Continuerò a dire con orgoglio che ho vissuto in Israele.
Anche se ogni volta, chi mi ascolta alzerà un sopracciglio, stringerà le labbra, mi guarderà con aria inquisitoria. Lo farò per i miei amici, che non possono farlo per sé stessi.
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sono stato in Israele. Alla vigilia di una guerra, l’ennesima. Presi una macchina a noleggio e andai a dormire nei kibbutz che avevo precedentemente prenotato (naturalmente all’arrivo di me sapevano tutto fino a tre generazioni precedenti, sono efficienti). Sopportai con pazienza un interrogatorio a Fiumicino, uno a Tel Aviv, e il più lungo all’uscita: 45 minuti, con intervento di un ufficiale. Chi mai d’altronde poteva aver voluto fare un giro dei confini di Israele in macchina da solo? Da Gerusalemme al Mar Morto diedi un passaggio a 3 soldati: appoggiarono con naturalezza i mitra sul pavimento manco fossero ombrelli. Salii a Masada da solo e per poco non ci lasciai le penne perchè fui imprevidente: non avevo acqua e pensavo di arrivare subito in cima, invece gli Zeloti si erano arroccati molto bene. Risalendo la valle del Giordano l’appuntamento con le mitragliatrici ai check-point non mi sconvolse più di tanto. Sul Golan mi fermai a fare una foto da lontano all’accampamento dei caschi blu norvegesi che si distinguevano da lontano per i capelli bianchi. Con mio enorme stupore si girò d’improvviso un masso sotto strada: un tank mi puntò un cannone in faccia, quando si dice mimetizzarsi. Scendendo verso il Mar di Galilea, dietro un dosso trovai un elicottero da combattimento fermo a mezz’aria ad aspettarmi. Ad Haifa fui più sereno diciamo. Fu il viaggio più istruttivo ed interessante della mia vita. Giurai a me stesso che, semmai avessi saputo in anticipo della fine del mondo, avrei desiderato morire in Israele: non dimenticherò mai i canti e i balli nei kibbutz al termine della cena, celebravano la vita con gioia e carnalità, facevano conoscere l’Antico Testamento senza averlo studiato. Poi, per cercare di capire meglio, sono stato in Giordania, in Siria, in Libano, in Tunisia, in Egitto, in Marocco, negli Emirati… (sono un agente di viaggi senior)
Mi trovato a Eilat con un’amica nell’agosto del 2011 quando c’è stato un attentato a un autobus della Egged (è stato abbastanza impressionante vedere alla televisione il grosso foro del proiettile che aveva ucciso il soldato seduto esattamente allo stesso posto in cui il giorno prima, su un autobus della stessa compagnia, sulla stessa strada, ero stata seduta io). Due giorni dopo, finito lo shabbat, tutti in piazza a ballare, a rivendicare il loro essere vivi, il loro orgoglioso resistere a ogni tentativo di annientamento, rendendo così onore al titolo del meraviglioso libro di Giulio Meotti sul terrorismo anti israeliano (il più bello mai scritto su questo tema), “Non smetteremo di danzare”.
Io non ci ho vissuto, ma ci sono stata 17 volte, l’ultima lo scorso settembre, in un viaggio di solidarietà organizzato dal KKL: siamo stati nei kibbutz della strage, abbiamo incontrato i sopravvissuti, abbiamo piantato, ognuno di noi, un piccolo eucalipto per ricostruire la foresta distrutta dai macellai di carne umana a Re’im, abbiamo trascorso una meravigliosa serata presso una base militare sul confine con Gaza, dove ci è stata offerta una succulenta grigliata. Ad un certo punto sono arrivate delle jeep, e dai soldati presenti si sono immediatamente levate grida di giubilo, dal che ho capito da dove arrivavano. Sono andata a fotografare una di queste jeep, poi ho chiesto a un soldato che si era attardato:
– Eravate a Gaza?
Un momento di esitazione – probabilmente non si aspettava questa domanda, forse si è fermato a chiedersi se poteva rispondere, poi evidentemente ha deciso che poteva, e quindi
– Sì.
– Tutti sani e salvi?
– Per oggi sì.
– Anche domani!
– Lo spero.
– Io lo dico: anche domani.
– Non si può sapere.
– Tutti noi preghiamo per voi. E per Israele.
Si è commosso.
Spero di poterci tornare al più presto.
Vivo la stessa esperienza, ho vissuto in Israele e anche in altri luoghi ma in Israele volevo tornarci a vivere se non fosse stato per difficoltà personali e spesso ne parlo e le reazioni sono sempre quelle. Chi conosce Israele la pensa come noi, non è solo un fatto di religione, ma è un’esperienza unica, non mi sono mai sentito tanto a casa.
Ua’ che culo i palestinesi, se non sono stati uccisi ad un check point o mutilati da un attacco aereo dell’IdF o se la loro casa non è stata distrutta “possono urlare le loro origini dai tetti, e l’Occidente li applaudirà”. Ad avercelo, un tetto.
Non hai capito un ca..o
Rileggi piano piano.
Bellissimo articolo di cui condivido la passione e la verità.
Il futuro dell’occidente si difende sotto le mura di Gerusalemme e di Kyev.
Nadia Mai
che articolo bello e commovente.
Grande articolo estremamente coinvolgente
Alfredo Orlandi