


Sull’Ucraina Conte non cambia linea, ma cambia il terreno dello scontro nel Campo Largo: primarie non solo per scegliere il leader, ma anche il programma. Una sfida che mette a nudo le divisioni con il Pd e solleva il dubbio decisivo: esiste davvero una coalizione?
Non c’è (quasi) nulla di nuovo nelle dichiarazioni sull’Ucraina che Giuseppe Conte ha consegnato ad Alessandro De Angelis domenica ad Asiago.
La fascinazione dell’Avvocato del popolo per il telefono come arma diplomatica e strumento di pace è risalente. Già a novembre ’24, sotto lo sguardo estatico di Luca Telese, l’allora incontrastato sensale del rossobrunismo italico (oggi soffre la concorrenza di Vannacci e, chissà, magari domani patirà anche quella di Di Battista), aveva svelato il suo concretissimo piano di pace. Incentrato, appunto, sull’uso del telefono.
“Sapete cosa vi dico? – disse allora – Se io fossi stato al governo l’avrei massacrato di telefonate Putin, ogni giorno, per costringerlo a sedersi ad un tavolo, ad accettare delle condizioni”.
Sempre lì siamo, con il cellulare in mano. Cambia solo il ruolo in cui Conte si immagina mentre assedia Putin con le sue chiamate. Ora il mago di Oz (copyright by Beppe Grillo) dice che lo farebbe all’indomani della vittoria nelle primarie del Campo Largo. “Per imprimere una svolta negoziale”.
E qui, se a sovrastarci non ci fosse la tragedia ucraina, saremmo in piena farsa. Non si comprende, infatti, quale svolta negoziale potrebbe derivare da un colloquio tra Putin ed un candidato premier che potrebbe pure perdere le elezioni e che sarebbe privo di qualunque leva politica e negoziale.
Senza dire che non si vede perché mai lo Zar aggressore dovrebbe essere indotto a trattare da un tizio che gli ripeterebbe alla nausea (come fatto ancora ieri) che, qualora fosse eletto, non consegnerebbe neppure più una fionda agli ucraini aggrediti. I quali ultimi, beninteso, vanno difesi “con le unghie e con i denti”. Con tutto, insomma, tranne che con le armi.
Fin qui nulla di nuovo, dunque. Eppure le parole pronunciate da Conte domenica stanno terremotando il centrosinistra. Et pour cause.
Le parole del leader 5S, infatti, non modificano in nulla la sua posizione sulla questione ucraina, ma deflagrano come una bomba sui dilemmi di metodo e di calendario che stanno finora paralizzando il Campo Largo, nascondendone malamente le profonde divisioni politiche.
Primarie sì o primarie no? E l’accordo programmatico (quale?) prima o dopo le eventuali primarie?
Erano questi, fino a domenica, i rovelli dei campolarghisti, ansiosi di consegnarsi alla mitica “pausa estiva”, alibi buono per sottrarsi ad ogni scelta ancora per qualche settimana.
Ora però Conte spariglia. Quando dice che la posizione sull’Ucraina verrà decisa dagli elettori delle primarie nei gazebo delinea un metodo che annulla ogni distinzione temporale tra elaborazione del programma e primarie: il programma viene scelto, in uno con il leader, nelle primarie.
Primarie vere, insomma, primarie “all’americana”. Primarie senza esclusione di colpi.
Non primarie a valle della firma di qualche prolisso documento programmatico nel quale l’abuso di termini sfumati ed ambigui consenta a tutto il caravanserraglio di sigle campolarghiste di rimanere a bordo e a caccia di seggi.
Non primarie finalizzate a scegliere “solo” il frontman o la frontwoman con la missione di dare attuazione governativa ad un barocco e interpretabile accordo di governo, ma primarie in cui mettere a nudo e portare in piazza, oltre alle ambizioni personali, anche tutto il carico di divisioni politiche e ideologiche che percorre lo schieramento.
La parola agli elettori, rectius all’elettorato sfuggente e permeabile del gazebo. Elettorato che è solo in parte quello che ti fa vincere o perdere le elezioni vere.
Elettorato che, con la sua forte carica identitaria, può facilmente chiudere uno schieramento nel ridotto di una riserva indiana di “puri e duri”, privi persino del vocabolario capace di attrarre, alle elezioni politiche, altri segmenti di elettori.
Il tutto con contorno di media ed opinionisti di riferimento di ciascuna “anima” del Campo Largo, pronti a incrociare le lame.
Ora – a prescindere dal fatto che appare folle l’idea che la collocazione internazionale del paese e la sua politica estera vengano dettati ad una futuribile compagine di governo dal “popolo delle primarie” – l’approccio di Conte appare gravido di conseguenze esplosive.
Chi ha subito fotografato bene la situazione è stato Matteo Renzi. Il quale, all’indomani delle parole di Conte, ha prontamente tuittato:
“In tutto il mondo ci sono due sinistre, con idee diverse sull’economia, la politica estera, l’energia. Ci sono da sempre gli Obama e i Sanders, i Biden e le Ocasio-Cortez. E le primarie servono a decidere candidato e sensibilità programmatiche. Il nodo è che il giorno dopo nessuno si può tirare indietro, chiunque vinca. Perché dall’altra parte c’è Trump in America come Meloni in Italia. Ci sono due idee di sinistra. Andiamo alle primarie e che vinca il migliore. Con un patto di ferro da sottoscrivere prima: il giorno dopo tutti insieme. Altrimenti non sono primarie ma è una presa in giro”.
Ora, sul fatto che Renzi, all’indomani della vittoria di Conte alle primarie, sarebbe pronto a sostenere ventre a terra un programma filoputiniano, più propal della media già alta del centrosinistra, decrescitista, volto a smantellare ogni residua traccia della sua esperienza di governo, non abbiamo dubbi.
Lo farebbe solo fino al giorno dell’elezione sua e di pochissimi altri guastatori scelti, ma lo farebbe.
Il punto è cosa accadrebbe con l’elettorato dei maggiori partiti della coalizione, in caso di esito sfavorevole di primarie cosi’ impostate.
Immaginiamo Conte che fa una campagna elettorale per le primarie tutta all’attacco sul no alle armi all’Ucraina e sul no al riarmo europeo.
Il corollario, nemmeno troppo implicito, sarebbe che se nei gazebo vincessero “gli altri” la cifra del Campo Largo diventerebbe “guerrafondaia” o, come minimo, “non all’altezza del necessario impegno per la pace”.
Cosa farebbe allora, nelle urne vere, il popolo pentastellato?
Cosa farebbe se a vincere le primarie fosse quella Elly Schlein alla quale è bastato abbandonare una sola volta, in un’intervista al “Foglio” e proprio sul tema Ucraina, il consueto, vuoto linguaggio in modalità ChatGPT per venir marchiata da Travaglio con il nomignolo Melonelly?
“Le analogie con le ricette meloniane superano ampiamente le divergenze” ha fantasiosamente sentenziato il direttore dell’house organ pentastellato che nutre ricattatorie mire di eterodirezione dell’intero Campo Largo.
Come si comporterebbe alle urne la setta fattoide con Melonelly candidata premier?
Dall’altra parte, svolgere le primarie alla maniera delineata da Conte sarebbe un vero incubo per il Pd. Come contrastare efficacemente Conte, sul terreno programmatico, dopo anni di atteggiamento gregario nei suoi confronti, dopo averne inseguito le posizioni su tutto?
In caso prevalesse Conte, cosa sarebbe, in sede di elezioni politiche, di un elettorato piddino frastornato dal prevalere delle tesi di un leader di un altro, più piccolo partito?
Se “ha ragione” Conte – potrebbero dirsi in tanti – tanto vale votare direttamente lui e il suo partito (come molti a quel punto avranno già fatto nei gazebo).
Cosa sarebbe, poi, dell’elettorato, tutto da quantificare, che si riconosce nella cosiddetta “area riformista” del Pd, l’unica che ieri, di fronte alle parole di Conte sull’Ucraina, ha avvisato: “no ad alleanze a tutti i costi”?
La conferma del livello di allarme al Nazareno arriva 24 ore dopo la performance di Conte.
Elly Schlein, lei “testardamente unitaria”, lei che quando proprio non può dar ragione a Conte finge di non averlo sentito, questa volta lo affronta apertamente.
“Non funziona così. Prima il programma condiviso da tutta l’alleanza e poi le primarie, perché chi le vince deve guidare tutta la coalizione, non soltanto il proprio partito”.
Riassumendo: per Conte, prima le primarie e poi il programma della coalizione è quello espresso da chi le vince; per Schlein, prima un programma comune e poi le primarie il cui vincitore si dovrà attenere a quel programma.
Nessuno sfiorato dal dubbio che, se i leader dei due principali partiti della coalizione sono fermi a questo stadio del confronto, forse quel che manca non è solo il programma o la data delle primarie: è la coalizione.
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