Non c’è dubbio che tra tutti i fallimenti che queste elezioni europee consentono di mettere a verbale, il tonfo che fa più rumore è quello del Movimento 5 Stelle, scivolato sotto la soglia del 10%, conseguenza dell’emorragia di 2 milioni di voti, che si sommano agli altri 6 persi alle politiche del 2022.
Un risultato in qualche modo pronosticabile dopo la campagna elettorale nella quale Conte ha pagato la evidente incapacità di scardinare il tacito asse creatosi tra Giorgia Meloni ed Elly Schlein, le quali, indicandosi a vicenda come avversaria da battere, si sono di fatto autolegittimate, polarizzando attorno alle loro figure un gioco di contrapposizione politica che ha giovato ad entrambe. Uno stratagemma pianificato dalla leader di FdI, attraverso mirate provocazioni, che la segretaria del PD ha prontamente raccolto e rilanciato, accettando di buon grado di ignorare il capo dei 5 Stelle, in parte favorita dal sistema elettorale che impone ad ogni partito di correre per sé, ma anche desiderosa di togliersi finalmente qualche sassolino dalle scarpe e rendere all’ex premier pan per focaccia, ricordandogli che gli attuali rapporti di forze imporrebbero che sia il movimento ad inseguire il PD pregandolo di allearsi e non viceversa.
Ma sui singoli argomenti non va meglio, dal momento che l’attualità ha in parte costretto l’ex creatura di Grillo a giocare sulla difensiva su terreni scivolosi, come quello del superbonus, argomento relativamente al quale l’azzeccagarbugli di Volturara Appula ha cercato di uscire dall’angolo tentando maldestramente di addossare ai governi successivi al suo le responsabilità del disastro causato ai conti pubblici dal contributo per le ristrutturazioni. Una manovra della quale ha rivendicato malvolentieri la primogenitura, ma ha poi disconosciuto le colpe (quantificabili in almeno 160 miliardi), e però incredibilmente preteso che gli venissero riconosciuti i (peraltro assai marginali) meriti in termini di occupazione ed entrate per lo Stato. L’avvocato del popolo ha persino criticato chi annovera i 15 miliardi di truffe scoperte dalla Guardia di Finanza tra i danni erariali, dal momento che, a suo parere, si tratterebbe invece di truffe tra privati. Una versione tuttavia già smentita dal direttore dell’Agenzia delle Entrate, il quale ha invece riferito nel corso di un’audizione in Senato che almeno 6 di quei 15 miliardi sono già stati utilizzati per pagare meno tasse.
Né ha giovato la totale inaffidabilità che il Movimento ha palesato attraverso un atteggiamento che si potrebbe definire fratricida nei confronti del PD, alleato prima oscurato e marginalizzato nella vittoria della pentastellata Alessandra Todde alle regionali in Sardegna, poi additato come responsabile nella sconfitta in Abruzzo e infine addirittura schifato a Bari nella scelta del nuovo candidato Sindaco, dopo i casi giudiziari che avevano coinvolto alcuni esponenti della maggioranza comunale e regionale, con un gesto che diversi esponenti Dem avevano giudicato – non a torto – come mero sciacallaggio.
Ma in cima alla lista delle cause della fuga di voti ci sono certamente le mille ambiguità alle quali la leadership di Conte ha di fatto costretto il Movimento e per gran parte emerse anche in una recente apparizione del leader maximo pentastellato alla trasmissione di La7 “Otto e Mezzo”, dove la conduttrice Lilli Gruber e il giornalista Mario Sechi hanno invano tentato inutilmente di ottenere dall’intervistato parole chiare soprattutto in merito alla collocazione internazionale del partito, l’unico a non aver nemmeno mai dichiarato a quale gruppo i suoi eurodeputati avrebbero aderito una volta conquistato lo scranno a Strasburgo. Una scelta non scontata per una forza politica che in passato ha fatto accordi con il nazionalista euroscettico britannico Nigel Farage, flirtato con i gilet gialli francesi, strizzato l’occhio al dittaore siriano Assad, a quello venezuelano Maduro, oltre che alla Russia di Putin con una visita a Mosca da parte di una delegazione guidata dai soliti Alessandro Di Battista e Manlio Di Stefano, mandati in avanscoperta ovunque ci fosse un dittatore con cui solidarizzare. Lo stesso partito che ora si proclama progressista, sebbene su molti grandi temi ben poco accomuni il Movimento fondato da Grillo alla famiglia dei socialisti europei.
Tra questi il tema della pace, quello sul quale Conte ha deciso di puntare buona parte della campagna elettorale, evocando in ogni occasione i rischi di una terza guerra mondiale tra Russia e Occidente, ma anche chiedendo a gran voce lo stop all’invio di armi all’Ucraina e l’apertura di trattative, senza riuscire a spiegare con chi – vista l’indisponibilità di Putin a trovare un accordo che non sia una resa – e per chiedere cosa. Al punto di piazzare proprio la parola “pace” persino sul simbolo, in un momento in cui il fronte finto-pacifista era già fin troppo affollato e la pace (così come anche la guerra) non si può dire che scaldi il cuore degli italiani, come forse il fallimento della campagna di raccolta delle firme per i referendum contro l’invio di armi avrebbe dovuto far subodorare, un anno prima.
Dopo tutto questo fa quasi sorridere il fatto che Conte, la cui fallimentare gestione, come ha ribadito anche Davide Casaleggio, in un’azienda privata avrebbe imposto all’Amministratore Delegato un passo indietro, offra “generosamente” la propria disponibilità a farsi da parte, salvo poi farsi blindare dai parlamentari del Movimento, in gran parte a lui fedeli. Diversi deputati e senatori non hanno nemmeno avuto problemi ad ammettere più o meno velatamente agli organi di stampa che in realtà la vera questione è che di alternative, tra le file ex grilline, non ce ne sono, dopo che il leader si è cinicamente sbarazzato di ogni possibile concorrente, ed ha trasformato l’ex partito dell’“uno vale uno” in uno in cui “Conte vale tutti”, basato su regole costruite per rendere il nuovo capo un re assoluto e plenipotenziario e conferirgli persino il potere di compiere per vie legali un parricidio di fatto, ingabbiando per statuto il ruolo del fondatore Grillo (relegato a compiti di mera rappresentanza), dopo aver accompagnato alla porta anche l’ingombrante ex capo politico Luigi Di Maio.
Si attende ora l’esito della discussione con la quale il padre padrone (adottivo) del Movimento intende di voler cambiare l’organizzazione, a partire da quelli che erano finora considerati dogmi del M5S, quali il limite dei due mandati. Come se cambiare le regole del gioco, anziché i giocatori, di per sé possa essere più che un pannicello caldo. Ma d’altra parte chi ritiene che una resa possa chiamarsi pace e che il superbonus abbia fatto bene ai conti pubblici, può anche pensare che per tappare una falla dalla quale sono fuoriusciti 8 milioni di voti, possa bastare anche solo un dito.
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