


L’asse anti-Kyiv che unisce, pur da posizioni diverse, Giuseppe Conte e Roberto Vannacci ripropone un terzismo opportunistico, ostile all’atlantismo e alla difesa europea. In gioco non è soltanto il sostegno all’Ucraina, ma la collocazione dell’Italia nello spazio politico e valoriale delle democrazie occidentali.
L’ex primo ministro ed esponente di spicco del Partito Democratico, Paolo Gentiloni, in un’intervista pubblicata il 13 luglio dalla Stampa, ha parlato dell’esistenza, nel nostro Paese, di un “asse trasversale anti-Kyiv”, la cui pressione dovrebbe essere contrastata tanto da Giorgia Meloni quanto da Elly Schlein.
I suoi interpreti politicamente più visibili sono oggi Giuseppe Conte e Roberto Vannacci, il quale sembra aver sottratto a Matteo Salvini il ruolo di principale referente della destra italiana più ostile al sostegno militare all’Ucraina.
Non si tratta, naturalmente, di immaginare un’alleanza organica fra il Movimento 5 Stelle e Futuro Nazionale, né di cancellare le profonde differenze che li separano. Si tratta, piuttosto, di riconoscere una convergenza: culture politiche lontane per provenienza finiscono per incontrarsi nella diffidenza verso l’integrazione europea, l’atlantismo e, in fin dei conti, verso i fondamentali della democrazia liberale.
Nel caso di Vannacci, l’identikit appena tracciato non richiede, penso, molte giustificazioni. Nel caso del Movimento 5 Stelle, possiamo aggiungere un poco di memoria. Al di là delle notevoli capacità camaleontiche di Giuseppe Conte, il grillismo ha spesso manifestato una singolare indulgenza verso regimi e leadership antagonisti dell’Occidente: dal Venezuela chavista alla Russia di Putin, fino alla Cina di Xi Jinping.
Se Alessandro Di Battista ha rappresentato il frontman degli ultras radicali, Conte è il né-néista moderato (perlomeno nei toni), un po’ movimentista, un po’ chierico felpato. “Non chiamateci putinisti, ma non siamo neppure con questa Europa guerrafondaia”, dicono lui e i suoi.
L’Europa che non piace è sempre “questa” Europa. Nessuno sa esattamente come ne potremmo fare un’altra se non difendiamo questa che c’è, ma andiamo avanti. Conte condanna Putin “ma”; è disposto a parlare di una difesa europea “ma” detta condizioni che, nei fatti, non si verificheranno mai.
Insomma, calcia la lattina in avanti e intanto butta là uno slogan contro le armi, nello stesso discorso in cui lancia un grido d’allarme sulla sanità, per far credere al signor Giovanni che, se deve aspettare un anno per i suoi esami, è perché il signor Ivan, a Kyiv, chiede un aiuto per intercettare i missili russi che Putin lancia sulla testa dei suoi figli.
La questione ucraina non è una parentesi contingente. Come ha osservato ancora l’ex commissario UE Gentiloni, riguarda la salda collocazione dell’Italia nello spazio politico e valoriale delle democrazie euro-atlantiche. Questo, e niente di meno, è in gioco tanto nel sostegno a Kyiv quanto nella costruzione di una credibile difesa europea, ormai non differibile vista la situazione internazionale che si profila.
Con le debite proporzioni, siamo davanti a una scelta che richiama quelle affrontate dall’Italia nel secondo dopoguerra, quando il Paese dovette definire la propria appartenenza internazionale. L’Italia entrò saldamente nel novero degli Stati democratici occidentali aderendo alla NATO, vivendo così non in un mondo perfetto, ma in una combinazione di libertà politica, sicurezza e benessere che non trovava equivalenti nei regimi del socialismo reale.
All’epoca non ci furono solo aperti sostenitori di un’Italia dentro il blocco socialista, ma anche neutralisti teorici di una terza via fra i blocchi (si pensi al dibattito nel mondo cattolico).
Oggi ritorna quel terzismo, anche se soltanto per la forma dell’argomento: quello del dopoguerra era nutrito da autentico travaglio morale e da una visione complessiva dell’ordine internazionale; quello odierno ne è il simulacro opportunistico e non di rado indulgente verso l’aggressore.
Il terzismo internazionale di oggi vuole essere equidistante fra l’Occidente presunto “guerrafondaio” e le minacce di Putin, che si affanna quotidianamente a ridimensionare. L’aggressione russa diventa così la conseguenza degli errori occidentali; il richiamo alla “diplomazia”, un’evocazione mitica priva di proposte circostanziate; se l’imperialismo americano va combattuto, con quello russo “dobbiamo convivere”.
Sono argomenti che ricordano le antiche polemiche contro l’Alleanza Atlantica, che, pur con errori e contraddizioni, ha contribuito a garantire entro i propri confini un periodo eccezionalmente lungo di pace e sicurezza.
Alla luce di questo quadro, occorre oggi una fermezza priva di retorica. Promuovere la pace significa anche preservare le condizioni politiche che la rendono diversa dalla resa: il diritto, la libertà dei popoli, l’impossibilità di modificare con la forza i confini.
Difendere una democrazia, quando necessario anche attraverso la forza militare, non equivale ad amare la guerra. Significa impedire che la violenza diventi un principio ordinatore delle relazioni internazionali.
È semplicemente incredibile che un pezzo della nostra intellighenzia non riesca a comprendere questa elementare logica della resistenza al male, continuando a declamare il disarmo unilaterale come via magica per il disarmo universale.
Questo non significa, naturalmente, liquidare obiezioni, riserve e problematizzazioni con spirito dogmatico. Vanno ascoltate le ragioni di tutti con apertura mentale corrispondente alla gravità del momento.
Ma ascoltare non significa rinunciare a distinguere l’aggressore dall’aggredito; né confondere la ricerca della pace con l’accettazione della legge del più forte; né scordare che la difesa è una condizione imprescindibile per la libertà e che tale condizione non serve tra vent’anni: dobbiamo pensarci al più presto. Questi sono i paletti da cui non recedere.
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