

Negli stessi giorni in cui Volodymyr Zelensky ricorda all’Europa una cosa evidente – «Siamo la vostra difesa» – il dibattito europeo sulla crisi con l’Iran si divide tra cautela, esitazioni e molte prese di distanza dalle richieste americane di cooperazione militare.
A Bruxelles si invoca il rispetto del diritto internazionale e la necessità di una soluzione diplomatica. In diverse capitali europee si moltiplicano precisazioni giuridiche e prese di distanza dalle operazioni militari: ieri il ministro della Difesa Guido Crosetto ha parlato esplicitamente di violazione del diritto internazionale, mentre altri governi insistono sul fatto di non essere stati informati o coinvolti. Alcuni, come quello spagnolo, rifiutano l’uso delle proprie basi per operazioni offensive.
In questo clima c’è chi parla di “mostrare all’America cosa significa restare soli”, un’espressione che ricorda un po’ il celebre motto autoironico (o no?) dei britannici: “Nebbia sulla Manica, il continente è isolato”.
Bene. Ora torniamo a un anno fa. Nello Studio Ovale della Casa Bianca Zelensky viene umiliato da Trump in mondovisione. Avrebbe avuto il sacrosanto diritto di andarsene sbattendo la porta. Non lo fece. Perché un leader responsabile sa che il destino del proprio paese dipende anche da alleanze difficili e dal dover mandare giù bocconi amari.
Ancora ieri Donald Trump è tornato ad attaccare Zelensky, definendolo come “vero ostacolo per la pace”. L’ennesimo oltraggio alla verità cui Trump ci ha abituato.
Nel frattempo succede qualcosa di interessante. Dopo quattro anni di guerra contro la Russia, l’Ucraina è diventata uno dei paesi più avanzati al mondo nella guerra dei droni e nella difesa contro i droni iraniani Shahed. Oggi persino gli Stati Uniti e i loro alleati guardano con crescente attenzione all’esperienza operativa ucraina per affrontare questo tipo di minaccia.
«Abbiamo ricevuto dagli Stati Uniti una richiesta specifica di supporto per la protezione contro i droni Shahed nella regione del Medio Oriente – ha detto Zelensky che ha aggiunto «ho dato istruzioni affinché vengano forniti i mezzi necessari e sia garantita la presenza di specialisti ucraini».
Ovvero gli ucraini non si tirano indietro e non sembrano fare obiezioni su presunte violazioni del diritto internazionale e altre nefandezze. Sono generosi gli ucraini? No, sono pragmatici.
Il loro paese è invaso dalla Russia da quattro anni e ogni cooperazione militare con il più potente degli attori in campo può rivelarsi una questione di sopravvivenza. Per di più l’Iran è uno dei principali fornitori di droni alla Russia nella guerra contro l’Ucraina. I droni kamikaze Shahed – utilizzati ripetutamente negli attacchi contro città e infrastrutture ucraine – sono stati forniti da Teheran a Mosca fin dalle prime fasi del conflitto e sono diventati uno degli strumenti più usati nella campagna aerea russa.
Non si può non notare un atteggiamento molto diverso da quello di certi europei che oggi parlano di “mostrare i muscoli” agli Stati Uniti – con il piccolo particolare di non avere un invasore in casa – senza una difesa autonoma credibile e soprattutto senza preoccuparsi troppo della minaccia rappresentata dalla Repubblica islamica dell’Iran.
A giudicare dal dibattito pubblico europeo, infatti, il dossier iraniano sembra interessare ma fino a un certo punto. A differenza dell’Ucraina, non viene percepito come un problema diretto per la sicurezza del continente. E, al di là della solita liturgia delle sanzioni economiche e delle grandi dichiarazioni di principio, per gli europei il popolo iraniano può tranquillamente continuare a vivere in un regime dalla ferocia medievale e gli ayatollah possono continuare serenamente ad incendiare il Medioriente allo scopo di cancellare Israele dalla mappe.
Come capita spesso all’Europa, si tratta di un calcolo miope.
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La Repubblica islamica non è soltanto un attore regionale del Medio Oriente. È un regime che finanzia milizie armate, destabilizza intere aree del sistema internazionale e fornisce tecnologia militare alla Russia impegnata nella guerra contro l’Ucraina. Ignorare questo intreccio tra i due fronti significa non capire come funzionano oggi le crisi globali.
“Come ha annotato il neoconservatore (antitrumpiano) Bret Stephens sul New York Times – ha scritto Goffredo Buccini sul Corriere della Sera di ieri – il presidente americano e il premier israeliano Netanyahu «hanno fatto un grosso favore al mondo» e si sono assunti «grandi rischi politici e militari» eliminando un feroce dittatore e una schiera di suoi vice. Forse per una curiosa curva della storia, l’uomo che per noi europei si sta rivelando un capriccioso e inaffidabile ex alleato ha aperto in Iran uno spiraglio, come nessuno dei suoi predecessori aveva osato fare. Cosa vi entrerà, se caos o libertà, è la vera sfida: questa, sì, epica”.
Si devono criticare le scelte americane e le modalità con cui Washington tratta i propri alleati e il disegno dispotico e autoritario di Donald Trump va contrastato senza ambiguità, perché rappresenta la negazione dei principi liberali e democratici su cui si fonda la comunità politica dell’Occidente.
Per di più, è evidente il grado di inaffidabilità di Donald Trump e la storia recente del Medio Oriente è piena di interventi americani finiti male. Ma nessuna di queste osservazioni cambia la questione centrale di questa crisi: la posta in gioco. La Repubblica islamica non è soltanto un regime autoritario interno. È uno dei principali attori destabilizzanti del sistema internazionale.
Se il potere degli ayatollah dovesse uscire seriamente indebolito da questo conflitto, l’effetto geopolitico sarebbe enorme: cambierebbe l’equilibrio di potere in Medio Oriente, ridurrebbe la capacità militare di Mosca di colpire le città ucraine e colpirebbe una delle principali reti di destabilizzazione regionale. È questa la vera posta in gioco.
Semmai il vero grande rischio di questo conflitto è che gli Stati Uniti non vadano fino in fondo. Che Donald Trump non trasformi questa crisi in una vera sconfitta della Repubblica islamica e si accontenti invece di una soluzione di compromesso, di quelle che nella storia recente abbiamo già visto troppe volte: una sorta di improbabile “soluzione venezuelana”, in cui un turbante grondante di sangue viene semplicemente sostituito con uno appena ripassato in tintoria.
È proprio questo lo scenario che Israele guarda con maggiore preoccupazione. Per lo Stato ebraico la lezione degli ultimi decenni è chiara: solo un vero regime change può offrire garanzie strategiche durature. Ma la voce in capitolo di Israele poggia su un fatto concreto: il suo diretto impegno cobelligerante e una popolazione che, mentre si discute di diritto internazionale nelle capitali europee, corre ogni giorno nei rifugi sotto la minaccia dei missili.
E allora forse gli europei farebbero bene a prendere esempio proprio da Volodymyr Zelensky: in politica internazionale contano i rapporti di forza e la capacità di agire dentro alleanze scivolose e imperfette.
Perché, se davvero il regime iraniano dovesse uscire sconfitto da questa crisi, sarebbe comunque una buona notizia per il mondo libero — anche se a provocarla fosse Donald Trump.

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Gli Stati europei come al solito guardano da lontano e fino a quando non subiscono attacchi diretti minimizzano cercando la strada del dialogo dove dall’altra parte non sono in fondo interessati, anche se le minacce riguardano i loro alleati più importanti.
O magari non considerano Israele un vero alleato da difendere, data la vicinanza diciamo “umanitaria” (per non dire altro) di certi politici e governi europei alla retorica e alla propaganda terrorista dei gruppi intorno ad Israele.
Anche nel conflitto in Ucraina gli Stati europei non vengono considerati, pretendono condizioni sulla fine del conflitto senza dare garanzie effettive di sicurezza sul campo. E così il criminale invasore può continuare indisturbato nel suo proseguimento.
Trump poi agisce ormai da solo in certe situazioni e anche avesse consultato gli alleati europei, alla fine sarebbe andato avanti comunque.