3 pensieri su “Comunicazione di guerra. I giornalisti di Hamas e quelli per Hamas

  1. Sig. Palma, Lei scrive di “fascistizzazione dell’ideale sionista da parte del Governo Netanyahu” e di “obiettivi di guerra del tutto diversi dalla liberazione degli ostaggi e dal disarmo di Hamas”.
    Sarei curioso di capire, senza allusioni e senza scorciatoie ideologiche, che cosa intende esattamente con queste espressioni.

    Quali sarebbero gli “obiettivi di guerra diversi”?
    E in cosa consisterebbe la “fascistizzazione del sionismo”?

    Perché, se il riferimento è alle iniziative su Ma’ale Adumim o alla zona C, è bene ricordare che gli accordi di Oslo hanno sancito chiaramente che quelle aree sono sotto pieno controllo israeliano. Non si può evocare Oslo solo a senso unico: i palestinesi non hanno mai rispettato né applicato fino in fondo quegli accordi, né hanno mai realmente voluto la soluzione dei due stati. È storia, non sono opinioni.

    Se dunque la sua posizione si fonda soltanto sulla narrativa ONU/UE, che definisce “occupati” territori che non sono mai stati sovranamente palestinesi (dal 1948 al 1967 erano occupati da Egitto e Giordania, senza che nessuno protestasse; dal 2005 non c’è un israeliano né un ebreo a Gaza: abbiamo sotto gli occhi cosa è diventata), allora più che di analisi si tratta di un presupposto ideologico.

    Sarebbe gradita una spiegazione puntuale, che distingua fatti giuridici e storici da giudizi politici.

    1. Mi permetto una correzione: non è che i palestinesi non abbiano rispettato gli accordi di Oslo “fino in fondo”: non li hanno rispettati in nessuna misura, né mai hanno avuto l’intenzione di farlo.
      Dichiarazione di Arafat: “Visto che non possiamo sconfiggere Israele con la guerra, dobbiamo farlo in diverse tappe. Prenderemo tutti i territori della Palestina che riusciremo a prendere, vi stabiliremo la sovranità, e li useremo come punto di partenza per prendere di più. Quando verrà il tempo, potremo unirci alle altre nazioni arabe per l’attacco finale contro Israele” (alla radio giordana, la sera del 13 settembre 1993, subito dopo la firma degli accordi e la “storica” stretta di mano). E successivamente a quella data:
      “Il nostro primo obiettivo è il ritorno a Nablus [Cisgiordania], poi proseguiremo per Tel Aviv” (1994). “Noi aspiriamo alla fondazione di uno Stato che useremo per la liberazione dell’altra parte dello Stato palestinese.” (1994). “La battaglia contro il nemico sionista non è una battaglia che riguarda i confini di Israele, ma l’esistenza di Israele.” (1994). “[Il processo di pace] è soltanto una tregua d’armi fino al prossimo stadio della lotta armata. Fatah non ha mai preso la decisione di cessare la lotta armata contro l’occupazione.” (1994)
      E in precedenza, a scanso di equivoci:
      “Non abbiamo posato il fucile. Fatah continua ad avere gruppi armati che continueranno ad esistere. Tutto quello che sentirete [di contrario], serve solo ed esclusivamente per scopi strategici.” (1992).
      Totalmente d’accordo invece sulle critiche all’ultima parte dell’articolo, che mi hanno risparmiato la fatica di scriverle io.

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