

Due giorni fa è andata in onda la cinquecentesima trasmissione di Piazza Pulita e il conduttore, Corrado Formigli, l’ha voluta dedicare “ai circa 200 reporter, giornalisti, cameramen uccisi a Gaza mentre facevano il loro lavoro”.
Nelle stesse ore, lo staff della comunicazione della Global Sumud Flotilla ha espulso la giornalista de La Stampa Francesca Del Vecchio dal gruppo dei colleghi accreditati a seguire e raccontare la missione.
È stata ritenuta “inaffidabile”, pur essendosi sottoposta a regole (perquisizioni, ritiro del cellulare e del passaporto) ancora più severe di quelle che non una (sedicente) allegra compagnia di volontari, ma le forze armate di uno stato in guerra impongono ai giornalisti embedded.
Dal racconto che ne fa la stessa Del Vecchio è stata accusata di diffondere informazioni riservate, che per altro riservate non erano e di lavorare per una testata nemica: “Il tuo giornale ci ricopre ogni giorno di merda”.
C’è un’identica missione che lega i “giornalisti di Gaza” e i “giornalisti per Gaza”. C’è un requisito comune, cioè il necessario allineamento con il racconto che devono diffondere e con il progetto che devono servire e che è sostanzialmente il medesimo per entrambi: la rappresentazione della guerra di Gaza come tappa finale del progetto genocida sionista e della realtà di Gaza come trincea della resistenza umana alla barbarie.
I “giornalisti di Gaza” per ovvie ragioni non possono che essere i giornalisti di Hamas e svolgere volenti o nolenti la funzione che la cupola islamista della Striscia riserva a ciascuno di loro, non esistendo – non essendo mai esistita – nella Gaza di Hamas per nessun “civile” la possibilità di essere altro che un testimone vivo o un martire morto della gloria della jihad e dell’infamia degli ebrei. I “giornalisti di Gaza” sono i coscritti della guerra santa e meritano la pena e il rispetto che si deve alla carne da macello.
Avevamo già detto a proposito di un apologeta digitale del pogrom del 7 ottobre, caduto sul campo con la pettorina Press, che la qualificazione giornalistica riconosciutagli dall’orgogliosa stampa antifascista non serviva a nobilitare la sua persona, ma l’esperimento sociale totalitario di Hamas a Gaza, descritto come una libera comune islamica, in cui ci sono eroici e liberi giornalisti che documentano professionalmente la guerra genocida di Israele.
Ieri sera Formigli ha fatto esattamente questo e a questo serve – che lo vogliano o no i tanti o pochi volontari in buona fede convinti di portare il pane a Gaza – anche la spedizione della Flottilla, come dimostra l’espulsione dalla carovana di una giornalista vera, sospettata di non prestarsi al gioco di fare la trombetta della rivolta antisionista.
Anche (anzi soprattutto) chi pensa, come il sottoscritto, che a Gaza e in Cisgiordania Israele stia perseguendo obiettivi di guerra del tutto diversi dalla liberazione degli ostaggi e dal disarmo di Hamas e guarda con apprensione raccapriccio la fascistizzazione dell’ideale sionista da parte del Governo Netanyahu, dovrebbe guardare la sceneggiata della Flottilla per quella che è e non chiamare “informazione” la comunicazione di guerra di Hamas.
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Sig. Palma, Lei scrive di “fascistizzazione dell’ideale sionista da parte del Governo Netanyahu” e di “obiettivi di guerra del tutto diversi dalla liberazione degli ostaggi e dal disarmo di Hamas”.
Sarei curioso di capire, senza allusioni e senza scorciatoie ideologiche, che cosa intende esattamente con queste espressioni.
Quali sarebbero gli “obiettivi di guerra diversi”?
E in cosa consisterebbe la “fascistizzazione del sionismo”?
Perché, se il riferimento è alle iniziative su Ma’ale Adumim o alla zona C, è bene ricordare che gli accordi di Oslo hanno sancito chiaramente che quelle aree sono sotto pieno controllo israeliano. Non si può evocare Oslo solo a senso unico: i palestinesi non hanno mai rispettato né applicato fino in fondo quegli accordi, né hanno mai realmente voluto la soluzione dei due stati. È storia, non sono opinioni.
Se dunque la sua posizione si fonda soltanto sulla narrativa ONU/UE, che definisce “occupati” territori che non sono mai stati sovranamente palestinesi (dal 1948 al 1967 erano occupati da Egitto e Giordania, senza che nessuno protestasse; dal 2005 non c’è un israeliano né un ebreo a Gaza: abbiamo sotto gli occhi cosa è diventata), allora più che di analisi si tratta di un presupposto ideologico.
Sarebbe gradita una spiegazione puntuale, che distingua fatti giuridici e storici da giudizi politici.
Mi permetto una correzione: non è che i palestinesi non abbiano rispettato gli accordi di Oslo “fino in fondo”: non li hanno rispettati in nessuna misura, né mai hanno avuto l’intenzione di farlo.
Dichiarazione di Arafat: “Visto che non possiamo sconfiggere Israele con la guerra, dobbiamo farlo in diverse tappe. Prenderemo tutti i territori della Palestina che riusciremo a prendere, vi stabiliremo la sovranità, e li useremo come punto di partenza per prendere di più. Quando verrà il tempo, potremo unirci alle altre nazioni arabe per l’attacco finale contro Israele” (alla radio giordana, la sera del 13 settembre 1993, subito dopo la firma degli accordi e la “storica” stretta di mano). E successivamente a quella data:
“Il nostro primo obiettivo è il ritorno a Nablus [Cisgiordania], poi proseguiremo per Tel Aviv” (1994). “Noi aspiriamo alla fondazione di uno Stato che useremo per la liberazione dell’altra parte dello Stato palestinese.” (1994). “La battaglia contro il nemico sionista non è una battaglia che riguarda i confini di Israele, ma l’esistenza di Israele.” (1994). “[Il processo di pace] è soltanto una tregua d’armi fino al prossimo stadio della lotta armata. Fatah non ha mai preso la decisione di cessare la lotta armata contro l’occupazione.” (1994)
E in precedenza, a scanso di equivoci:
“Non abbiamo posato il fucile. Fatah continua ad avere gruppi armati che continueranno ad esistere. Tutto quello che sentirete [di contrario], serve solo ed esclusivamente per scopi strategici.” (1992).
Totalmente d’accordo invece sulle critiche all’ultima parte dell’articolo, che mi hanno risparmiato la fatica di scriverle io.