
Negli ultimi decenni si sono diffusi due miti politici, nati e cresciuti parallelamente.
Procedendo in ordine di nascita, il primo di questi è la cosiddetta “disintermediazione”. L’avvento dei social, la possibilità per tutti di esprimersi davanti a un pubblico e, nel proprio piccolo, di fare opinione, aveva illuso moltissimi che, finalmente, i popoli disponessero di un sistema di coordinamento mondiale della propria autodetermazione e la messianica attesa della democrazia diretta fosse finita. I movimenti legati alla cosiddetta “primavera araba” (sembra un millennio fa) avevano illuso molti sul fatto che i social potessero essere il laboratorio democratico che dal basso avrebbe promosso l’emancipazione delle genti ancora schiacciate dal giogo di regimi autocratici.
Ogni cittadino, ovviamente ben informato grazie alla rete e al suo intrinseco meccanismo autocorrettivo (“tu puoi dire una sciocchezza, ma poi arriva uno competente che ti corregge”, assicurava Beppe Grillo ormai quasi vent’anni fa, con colpevole innocenza), avrebbe potuto dare il suo contributo sulle questioni rilevanti della vita pubblica direttamente da casa, con un click: magari avrebbe potuto votare sul nucleare mentre girava il sugo, o tagliare il numero dei parlamentari cambiando nel frattempo il pannolino alla bimba. Il citizen journalism, intanto, ci convinceva che potevamo essere tutti piccoli attivisti del vero: bastavano un cellulare per registrare e un account. I giornaloni e i professoroni, che fino ad allora avevano detenuto il monopolio, rispettivamente, dell’informazione e della scienza ufficiale, erano spacciati.
In fondo, a pensarci bene, tutto ciò è stato anche l’esito necessario di un movimento cominciato molto prima. La scienza e l’informazione, ciascuna nel proprio ambito, nel loro sorgere avevano attaccato, e con ottimi risultati, il dogmatismo metafisico-religioso da un lato, e quello del potere antidemocratico dall’altro.
Ciò ha prodotto nelle masse un’onda di scetticismo verso entrambi durata secoli. Era ovvio che, prima o poi, anche scienza e informazione fossero investite dalla medesima ondata, dal momento che lo scetticismo della massa non è quello metodologico e controllato dello specialista, bensì quello ingenuo e brutale dell’uomo-massa.
L’altro mito al quale ho fatto riferimento all’inizio, nato subito dopo, è quello del “complotto delle élite”. Nel corso degli anni, anche persone intelligenti e colte, hanno ripetuto che il voto delle persone non contasse più nulla, che tanto i potentati finanziari, formati da gruppi di oscuri burattinai liberal in etica e liberisti in economia, avrebbero trovato sempre il modo di restare in sella.
Mario Draghi, ad esempio, è stata una delle figure indicate da questi complottisti come esempio del cavallo di Troia delle cosiddette élite globaliste. Sappiamo tutti che, col voto del parlamento italiano, eletto dal popolo italiano, l’esperienza da presidente del consiglio di Draghi è durata poco.
Sappiamo che tra i detrattori politici decisivi per la fine dell’esperienza politica dell’ex presidente della BCE, figura quel M5S, guidato da Giuseppe Conte, che pure ha costruito le proprie fortune politiche gridando contro le élite capaci di dribblare la volontà popolare coi marchingegni della burocrazia istituzionale.
Anche Hilary Clinton, Joe Biden e poi Kamala Harris, sarebbero dovute essere le lunghe mani dell’élite ordoliberali e globaliste nelle stanze del potere. Sappiamo che, col voto dei cittadini americani, Donald Trump, il campione del fronte opposto, è presidente USA addirittura per la seconda volta.
La disintermediazione e il complottismo politico sono due fenomeni intrecciati: l’uno ha alimentato l’altro. Il punto è che si tratta di due miti. Qualunque cosa si pensi di Elon Musk e degli altri padroni dei social, oggi sappiamo in modo evidente che la “disintermediazione” è stata semplicemente il passaggio di consegne da vecchi detentori dei mezzi di mediazione ad altri.
E che i vecchi detentori dei mezzi di mediazione avevano almeno il pregio di essere riconoscibili e criticabili facilmente, mentre i nuovi detentori si muovono in un territorio ibrido, in cui non sempre è chiaro dove finisce lo scienziato e inizia l’influencer, dove comincia il proprietario di una piattaforma social e inizia l’attivista politico, e dove termina quest’ultimo e inizia l’editore.
Oggi sappiamo che il voto dei cittadini sposta eccome le cose, che i parlamenti, piaccia o meno, possono ancora essere determinanti, che di élite ce ne sono almeno due, e in questo momento, legittimata dal voto popolare, sta vincendo quella che non avrebbe potuto vincere perché – come hanno detto sui social per anni – la democrazia era truccata e il voto dei cittadini non valeva nulla.
Volevamo uscire dal ‘900, ovvero dalla società democratica fondata sulla mediazione – quella dei rappresentanti politici, quella degli scienziati, quella dei professionisti dell’informazione – e ci ritroviamo in una società un po’ meno democratica perché le mediazioni vecchie sono saltate, o perlomeno sono fortemente indebolite, e ne sono nate molte altre, ma spesso occulte, improvvisate, pazzoidi, non legittimate da un minimo di “cursus honorum” istituzionale che, per quanto pieno di difetti, è ancora il mezzo migliore che abbiamo elaborato per certificare un minimo la qualità di chi scrive su un giornale, insegna in una scuola, si candida a sindaco.
Volevamo uscire dal ‘900 e come in un labirinto ci ritroviamo ancora là, senza vie d’uscita: un giornale fatto bene e decorosamente indipendente, un laureato che ha studiato seriamente, un politico che non si improvvisa nell’amministrazione della cosa pubblica, l’esercizio del diritto di critica non confuso col diritto all’ignoranza, salveranno la baracca, saranno il sassolino nell’ingranaggio che ferma la fabbrica dell’idiozia pericolosa al potere.
Dobbiamo ricostruire la qualità delle mediazioni in forme adeguate al futuro. Sarà un lavoro lungo e difficilissimo, ma necessario: è il compito del nostro tempo. Su questo davvero “non c’è alternativa”. Una società complessa senza mediazioni di qualità e riconoscibili non è altro che l’anticamera della dittatura.
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Forse, la dittatura paventata nell’ultimo periodo, è già in atto grazie alla grancassa dei social e di loschi figuri, con annessi troll e compagnia bella!!
“assicurava Beppe Grillo ormai quasi vent’anni fa, con colpevole innocenza”.
Quella di Grillo era cosciente malafede, non colpevole innocenza.
Del tutto condivisibile ! Il mito della democrazia diretta non esisteva nemmeno ad Atene dove è stata inventata: schiavi e meteci non votavano perché non erano cittadini ma destinati al lavoro dei campi!