Foto: Alliance / DPA / Martin Schutt.
La democrazia tedesca è molto più giovane (e fragile) di quanto si pensi
Per la prima volta nella sua storia, Alternative für Deutschland ha vinto le elezioni statali in Turingia, sfiorando l’affermazione anche in Sassonia. Due Länder orientali. I cristiano-democratici tengono, i partiti della coalizione governativa (socialdemocratici, verdi e liberali) ne escono a pezzi. L’eco della notizia è globale, con molti quotidiani e network che aprono con il tema. C’è preoccupazione, in alcuni casi persino paura. La si può comprendere, se si tiene presente chi è Björn Höcke, leader del partito a Erfurt, e per cosa è noto: dalle sue affermazioni controverse – «Noi tedeschi siamo l’unico popolo al mondo che ha piantato un monumento alla vergogna (il memoriale dell’Olocausto di Berlino, n.d.r.) nel cuore della sua capitale» – alle posizioni mai nascoste o edulcorate, come quelle in politica estera – «Una cooperazione economico-politica con la Russia ci avrebbe reso imbattibili». Tra i leader informali dell’ex corrente estremista “Der Flügel” – nata in seno al partito e sciolta de iure nel 2020 – Höcke è attualmente tenuto sotto controllo dall’Ufficio federale per la protezione della costituzione, il servizio che si occupa di vigilare sulle attività contrarie alla Legge fondamentale.
Ogni qualvolta AfD ha ottenuto risultati eclatanti – lo scorso giugno come nel 2017 – si è cercato di comprendere cosa porti l’elettore medio a scegliere come propri rappresentanti individui dalle opinioni così radicali. Spiegare come i cittadini dell’ex Germania orientale si siano sentiti lasciati soli durante le difficoltà della riunificazione – dalle criticità economiche alla diffidenza dei loro connazionali occidentali – aiuta senz’altro ad avere una visione di insieme, ma non basta: tra i suoi sostenitori non rientrano soltanto persone con salari o livelli di istruzione bassi, ma anche imprenditori e ricchi uomini d’affari che, contrariamente a quanto credono molti, non finanziano il partito perché convinti di poterne approfittare in futuro, ma perché credono nel messaggio che propugna, al punto da partecipare in prima persona a eventi e incontri riservati – come quello avvenuto a gennaio nei pressi di Potsdam, in cui si è discusso di piani per l’espulsione di cittadini (oltre ai migranti irregolari) sulla base di criteri razzisti. La stessa tematica dell’immigrazione spiega solo in parte il successo dell’ultradestra, ritengo valga la pena parlarne in seguito.
Il motivo per cui AfD cresce (e vince) è più profondo, figlio di una questione che molti tedeschi sembrano ignorare: la giovane età della loro democrazia, da cui deriva la sua fragilità. Se la Germania fosse rimasta quella di Bonn, la Repubblica Federale che abbiamo conosciuto dal dopoguerra alla caduta del muro, il problema forse si sarebbe posto in termini minori. Esistevano infatti gruppi neonazisti e formazioni minori dalle posizioni simil-nostalgiche, ma non hanno mai avuto un seguito imponente o un margine d’azione come quello che Höcke si è conquistato in Turingia. Nel momento in cui la Germania occidentale ha proceduto con la riunificazione – avvenuta sotto forma di annessione, per evitare la realizzazione di una nuova costituzione – ha immesso nel suo sistema democratico milioni di persone che non avevano mai sperimento la libertà e la partecipazione politica attiva. Certo, non era colpa loro, avendo vissuto da sempre in un regime dittatoriale – i più anziani ne avevano conosciuti persino due – dal quale erano desiderosi di liberarsi, ma non erano abituati alle responsabilità che comporta la democrazia, così come ai suoi tempi lunghi e alle pratiche farraginose. Il punto è proprio questo: molti di loro non lo sono ancora, mancano di consapevolezza e guardano alla democrazia come a una “dimensione” incapace di soddisfare i loro bisogni. Pensare che i tedeschi dell’est si sarebbero trasformati per magia in una copia dei loro concittadini occidentali più esperti è stata una grave mancanza di lungimiranza. Nel 1991 il calcolo dell’età della democrazia tedesca si è azzerato: sono soltanto 33 anni, è molto poco. Continuare a non considerare questo fattore è un problema, perché la stabilità di un sistema democratico non si misura soltanto in termini prettamente istituzionali.
Chi ritiene paradossale che AfD trionfi nell’ex Germania orientale forse non ha chiaro cosa ha rappresentato la DDR oltre la propaganda dei suoi media: uno Stato post-fascista. Può sembrare una provocazione, ma non lo è. All’ombra dei manifesti e dei discorsi pubblici, molti tedeschi dell’est (non tutti) hanno continuato a pensare come i loro genitori e nonni, cresciuti in un Paese isolato, sotto la guida di un solo partito, in cui ogni aspetto era controllato dalla polizia segreta e non abituato alla presenza di stranieri. I lavoratori provenienti dalla Polonia o dalle nazioni africane nell’orbita sovietica erano oggetto di insulti ripetuti, talvolta di attacchi violenti. Circostanze nascoste dai notiziari, che giudicavano impossibile che simili fenomeni avvenissero in uno Stato socialista. La narrazione ufficiale scaricava su Bonn tutte le colpe per quanto avvenuto nella Seconda guerra mondiale, Olocausto compreso. Vi sorprende, in fondo, che i livelli di antisemitismo in Germania siano più alti laddove non c’è stata una riflessione autentica sulle responsabilità di fronte alle deportazioni e ai massacri?
Stando così le cose, la democrazia tedesca si rivela troppo giovane per dirsi solida e i partiti costituzionali devono fare di più per difenderla. Insistere sui rapporti che AfD intrattiene con Mosca e Pechino non ha avuto alcun effetto. Vietare il partito non servirebbe a nulla, anzi darebbe manforte alla sua narrativa antisistema. Le grandi famiglie politiche tedesche devono farsi carico di esigenze avvertite da ampie fasce della popolazione – anche se lo considerano “incompatibile” con i propri valori – prima che queste si rivolgano ad attori estremisti. È qui che si inserisce il tema dell’immigrazione, sempre più sentito in Germania: ritenere, di fronte all’aumento dei casi di criminalità, che la gestione del fenomeno dall’era Merkel ad oggi sia stata inadeguata non fa dell’elettore medio un mostro. Credere che un gruppo di richiedenti asilo, o di cittadini di origine straniera, non possa sfilare per le strade di una città invocando il “califfato” (come accaduto ad Amburgo) non rende necessariamente un cittadino razzista, ma simili opinioni possono diventare pericolose se intercettate da politici che intendono cavalcarle per realizzare disegni antidemocratici. L’immigrazione è stata l’ariete che AfD ha usato per sfondare i portoni della legittimità politica, facendo affluire anche la parte restante delle sue idee. La CDU l’ha capito in tempo, per l’SPD – che parla adesso di maggiori espulsioni dopo aver ignorato a lungo il problema – è invece troppo tardi. Da questo punto di vista, la svolta a destra di Friedrich Merz sta già ottenendo gli effetti sperati: in Sassonia, Land orientale in cui l’ultradestra sembrava in procinto di ottenere un’altra vittoria, i cristiano-democratici hanno sconfitto di misura AfD, evitando che assumesse un ruolo determinante come in Turingia.
Prendersi le proprie responsabilità di fronte a temi percepiti come controversi è fondamentale. Non soltanto perché consente di controllare simili esigenze – come quella di maggiore sicurezza – impedendo che scemino nell’estremismo, ma anche perché nega ad AfD l’argomento più potente a sua disposizione: l’incapacità dei partiti tradizionali di farsi carico dei problemi della gente comune. Nel forte clima di sfiducia nei confronti della politica, predominante nell’ex Germania orientale, non sguazza soltanto l’ultradestra, ma anche la neonata formazione di Sahra Wagenknecht, che unisce posizioni di sinistra in economia a istanze conservatrici sull’immigrazione. Entrambe mettono in discussione la collocazione internazionale di Berlino, i suoi impegni nella NATO e il sostegno all’Ucraina, in nome di un sentimento filorusso mai negato. Manca un anno esatto alle elezioni federali e per Merz e Scholz si prospetta un compito decisivo: fermare le voci nei loro partiti che desiderano aprire ad alleanze con AfD e BSW – una possibilità difficile, ma che esiste. La battaglia per l’anima di una Germania democratica può ancora essere vinta, a patto di non fare più regali a chi vorrebbe stravolgerla.
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Di sicuro, il tema alleanze con le nuove formazioni politiche (ed stremiste) darà la misura dell’intelligenza dei politici tedeschi!! Concordo poi con Cesarione52 in merito al problema dell’immigrazione ma è questo generalizzato a tutta la UE, soprattutto nei paesi dove, la sinistra liberal (tanto) democratica (poco, dato che le sue politiche sono molto forzate se non addirittura imposizioni) ha avuto una forte presa sull’elettorato. Come ben spiegato nell’articolo, non si è prestata la giusta attenzione al cittadino comune, alla percezione di come i flussi venivano gestiti né di come questi impattavano nel tessuto sociale. A costo di sembrare semplicistico ricordo che l’onda migratoria (che non si placherà di certo a breve) è stata, purtroppo, una grande occasione/abbuffata di soggetti senza scrupoli che hanno lucrato (e lucrano ancora oggi) sulla pelle dei poveri disgraziati che bramano una nuova vita e nuove opportunità. Tutto questo ha facilitato una finta politica di opposizione (nazionalista e populista) ma solo per accaparrarsi voti, non per affrontare il problema. Un ultimo pensiero: anni addietro le campagne PUBBLICITA’ PROGRESSO affrontavano, insieme ad altri attori che favorivano il confronto pubblico, temi da illustrare e spiegare al cittadino in merito al sociale, la sanità, l’educazione civica. Oggi non vedo questo impegno, piuttosto percepisco una volontà politica che viene imposta da questa o quella fazione con l’aiuto di orde di facinorosi/talebani, da digerire volente o nolente e se qualcuno osa chiedere <> viene semplicemente bannato come illiberale/fascistoide/populista…… Questo bordello sociale spiega bene la congiuntura degli estremi che ha dato origine al rossobrunismo, fomentato dai veri nemici della civiltà occidentale, uno su tutti #putridoputino e la sua cricca, la Kremlin Inc.
Ottimo articolo! Convengo che la gestione dell’immigrazione è il vero problema tanto da essere arma potente nelle mani di chi attacca l’Europa e l’Occidente.