Era la massa battente di un popolo che ritrovava sé stesso dopo 28 anni di apnea; che riannodava il filo della propria storia, interrotta dal peso delle lastre di cemento erette in tutta fretta da burocrati di regime ossessionati dal controllo.
Cadeva il Muro, i varchi si aprivano, la fiumana passava; le Trabbi arrancavano tra gli sguardi smarriti degli armigeri schierati, per la prima volta senza ordini in quello che era l’ordine fattosi sistema.
La tempesta perfetta in una notte di novembre, che diede inizio alla frana di un sistema destinato a collassare due anni più tardi sotto il peso di sé stesso.

Una fine ed un inizio, 35 anni a ritroso da oggi. La fine di un secolo breve che avrebbe dovuto coincidere con la fine della Storia, per positiva mancanza di alternative migliori alla democrazia liberale, trionfante nel vuoto di un bipolarismo in macerie.
Poi, tra il frastuono del crollo, all’improvviso il silenzio di cancellerie sconcertate, di caserme obsolete rese inutili dagli eventi. Tacquero quelle armi che non avevano mai sparato per timore dell’apocalisse, ma che quella apocalisse l’avevano evitata proprio per il fatto di poterla provocare, in un supremo paradosso di equilibristico terrore.
Si spense la retorica del nemico assoluto, che pareva ormai non esserlo neanche in relativo, dallo ieri all’oggi trasformato in quasi-amico o in procinto di diventarlo.
La stella polare scomparve dalle mappe, i modelli rodati divennero obsoleti, le granitiche certezze si sciolsero nel magma di una modernità inesplorata e liquida, ma finalmente realizzata in una nuova libertà che si pensava irreversibile in quanto immunizzata da totalitaristiche pulsioni.
Due decenni di illusioni. Il grande inganno di un secolo breve che ad un certo punto volle riappropriarsi di ciò che gli mancava, proiettando la sua ombra su quello successivo: l’ombra dei regimi novecenteschi accantonati nella pattumiera della Storia, che riemergevano beffardi sublimandosi in una ennesima e forse definitiva ibridazione di loro stessi: ostile e rancorosa e beceramente ancorata alla narrativa fallace dei torti subiti, della fiducia tradita, dei patti mancati da un Occidente scellerato ed aggressivo, incapace di rimanere al proprio posto.

Paranoie in realtà, ossessioni malsane alimentate da ideologhi furibondi nella testa di un demiurgo decadente e misantropico, prigioniero di una realtà deformata e perseguitato dall’idea narcisistica di lasciare la propria impronta nella Storia: un impero restaurato da trasmettere al futuro, ma fuori luogo nei tempi e fuori tempo nei luoghi e con l’unico paradossale risultato finora acquisito, di avere riportato indietro di 30 anni le lancette della Storia.
La scimmia del Quarto Reich
ballava la polka sopra il Muro
e mentre si arrampicava
le abbiamo visto tutti il culo
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