

Dai dazi alle provocazioni social, Donald Trump ha trasformato il Canada in un bersaglio politico, commerciale e culturale. Ottawa prova a contenere l’escalation, mentre la destra americana guarda con favore anche ai movimenti indipendentisti dell’Alberta.
Dalle minacce sui dazi commerciali fino ai continui attacchi propagandistici via social, la secolare e pacifica relazione tra Washington e Ottawa sta attraversando una delle fasi più turbolente della storia recente, con Donald Trump che sembra aver individuato nel vicino settentrionale il perfetto capro espiatorio politico ed economico per alimentare la propria agenda populista.
Il presidente americano continua a prendere di mira il Canada con una pressione costante che spazia dalle ritorsioni commerciali alle frecciate sulla politica interna e persino su complesse questioni ambientali.
Tra le ultime tappe di questa escalation bilaterale figurano i nuovi pesanti dazi al 50 per cento minacciati o applicati dagli Stati Uniti su merci canadesi per un valore complessivo di circa 28 miliardi di dollari, una ritorsione bellicosa che rischia di destabilizzare intere filiere produttive ampiamente integrate del Nord America.
La pressione americana non si limita, tuttavia, alle barriere doganali: la Casa Bianca ha infatti ventilato l’ipotesi di ostacolare la regolare apertura del nuovo ponte internazionale Gordie Howe, a meno che Ottawa non conceda sostanziose contropartite commerciali, mentre persino le recenti emergenze ecologiche sono diventate terreno di scontro ideologico.
Trump ha apertamente accusato il governo canadese di “volontaria negligenza” nella gestione degli incendi boschivi, il cui fumo denso si è riversato sugli Stati settentrionali degli USA, arrivando perfino a condividere sui propri canali social un’immagine satirica generata dall’intelligenza artificiale, raffigurante un imponente filtro d’aria posizionato lungo l’intero confine tra i due Paesi.
Come evidenziano con preoccupazione i corrispondenti e i giornalisti della stampa canadese, il Canada è progressivamente diventato, per la retorica della Casa Bianca, un “punching bag”, ovvero un bersaglio politico a basso costo ideologico, ma dall’altissima resa propagandistica, ideale per dimostrare ai propri elettori un’intransigente difesa degli interessi nazionali senza temere ripercussioni elettorali dirette.
Nella narrazione costruita dalla destra americana più radicale e dal movimento MAGA, il Canada non rappresenta soltanto un partner commerciale da spremere, ma viene dipinto come l’emblema supremo delle derive del progressismo e delle politiche cosiddette “woke”, portando come presunta dimostrazione di illiberalità la gestione delle proteste dei camionisti a Ottawa e il blocco dei conti correnti da parte delle autorità federali.
Allo stesso tempo, i media conservatori d’oltreconfine guardano con crescente simpatia ai movimenti indipendentisti dell’Alberta, ribattezzando con condiscendenza quei cittadini come “Texani delle nevi” e offrendo sponda alle loro istanze separatiste.
Di fronte a questa complessa offensiva, che mescola protezionismo economico e guerra culturale, per la diplomazia e le istituzioni di Ottawa gli spazi di manovra rimangono estremamente ridotti, costringendo il Paese a un difficile esercizio di resilienza basato sul mantenere i nervi saldi, tutelare i settori produttivi strategici ed evitare pericolose escalation verbali, mentre si cerca faticosamente di condurre i negoziati bilaterali sul binario della pragmatica convenienza reciproca.
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