2 pensieri su “Collettoni, mocassini e grembiuli: cronache di stile da una vecchia foto del ginnasio

  1. Io, pur avendo qualche anno in meno, di jeans al liceo non ne ho mai visti. Nella mia classe su 36 eravamo in due figli di operai e un figlio di contadini, e devo dire che la cosa pesava parecchio, sotto diversi punti di vista. Vestiti e scarpe portavo per lo più quelli smessi da mia zia, cosa che una volta in V ginnasio mi è valsa il feroce sarcasmo della prof di lettere perché mia zia era parecchio più bassa di me e così è successo che una gonna che a lei arrivava appena sotto il ginocchio, a me arrivava qualche centimetro sopra, e mi ha svergognata davanti a tutta la classe chiedendomi se mi mandavano gli spiccioli per quel po’ di centimetri di stoffa in più, e poi tutte che venivano a dirmi “mamma mia che vergogna”. Naturalmente l’unica che si sarebbe dovuta vergognare era lei, ma a 15 anni non è facile capirlo.
    Del grembiule si sente spesso dire: almeno eravate tutti uguali senza distinzione fra ricchi e poveri: balle. Fra il mio di nylon dell’UPIM da mille lire e quello di tessuto di qualità confezionato dalla sarta su misura e sagomato, la differenza si vedeva eccome.

  2. Che pagina straordinaria di memoria… Non ho potuto resistere a fare i confronti con lo stile che definire “libero” abbiamo dovuto confrontarci una decina di anni dopo o poco più.
    Nella foto di classe della prima liceo – scientifico, quindi a 14 anni – sembravamo scappati dall’asilo. In compenso i kilt delle ragazze erano visibili e decisamente adattati al post-post Mary Quant, e i twin set piacevolmente aderenti. Ma più che la loro moda seguivo loro…

    Noi ragazzi non faticavamo a trovare i 501 di cui ricordo la taglia, 29-33 -traduco: magro stecco e altino per l’epoca- né gli stivali (io e il mio partner in crime li abbiamo presi in Arizona in una vacanza-studio… eravamo reaganiani anche prima di Ronnie). In compenso c’erano gli anni di piombo e non applaudire alla revoluciòn complicava un po’ la vita, anche con i professori. Però è stato educativo, almeno per la costruzione di uno stile sobrio e non barricadero: ci lavavamo, capelli corti (io facevo due ore di piscina al giorno), le camicie button down prima di Veltroni, cravatte regimental un po’ strette, sciarpine scozzesi, impermeabili bianchi o panna – non trench!

    L’aspetto difficile erano le scarpe. Cowboy boots a parte andavano le scarpe a punta, orribili e un supplizio. Pur non essendo di sinistra adoravo (anche adesso) le Clarks, qualche crisi di identità me la facevano venire. Giubbotti in pelle neri, e che qualità (ne ho in armadio uno che ne ha compiuti 50 l’anno scorso), d’inverno i primi piumini ma la piuma sembrava lana di vetro… Lacoste d’estate, giacche di lino che a metà pomeriggio erano tutte grinze, pantaloni da strettissimi a larghissimi che c’erano degli anni un cui non compravo niente per il fastidio.

    Concludo con i miei più affettuosi complimenti alla signora, che sta reggendo 59 anni. La mia è arrivata a 43 e l’ultima minaccia è stata “Se non ti decidi ad andare in pensione io faccio la valigia per il pezzo di mondo che ancora ci manca. Intanto parto io, tu poi arrivi”. In pensione sono andato, ma non ho smesso di lavorare, ho solo abbassato la fiamma sotto la pentola.

    Grazie ancora per il viaggio nel tempo!

    Stefano Tenedini

Rispondi

InOltre App

GRATIS
VISUALIZZA