


Una fotografia di classe riapre il guardaroba sentimentale di un’epoca: grembiuli neri, Montgomery, jeans introvabili, mocassini lucidissimi e primi goffi rituali di seduzione. Tra nostalgia e ironia, il modo di vestirsi diventa il racconto di un’Italia che stava cambiando.
Ero a corto di idee per la mia rubrica sullo stile; mi ha risolto il problema una foto, capitatami tra le mani, che mostra la mia classe, IV ginnasio sezione A, scattata sul terrazzo dell’istituto Virgilio di Roma, con lo sfondo non proprio edificante del carcere di Regina Coeli sull’altra sponda del Tevere.
In prima fila, con i professori ai lati, le ragazze, che ritrovavo dopo le elementari e il purgatorio dei tre anni alle medie in classi tutte maschili.
È di noi di allora che voglio parlare, del nostro modo di vestire e non solo, nel passaggio tra la fine degli anni 50 e gli inizi dei 60, con un po’ di sana nostalgia e, spero, un po’ di ironia.
Tra l’altro, in quella foto, proprio al centro delle ragazze, ce n’è una con l’aria di chi proprio non vorrebbe essere lì, la quale è mia moglie da 59 anni (la foto pubblicata è una foto immaginaria n.d.r.).
Con il gruppo di compagni provenienti dalle medie, il primo giorno eravamo curiosi ed eccitati (in senso metaforico) di scoprire le nuove compagne.
Alcune erano ancora deludenti ragazzine con scarpe basse e calzini bianchi, altre invece esibivano calze di nylon e mezzo tacco.
Erano però accomunate dal tremendo grembiule nero che celava le forme, dall’obbligo di non usare trucco e dal divieto di indossare pantaloni.
Non solo occupavano delle file di banchi a loro riservati, ma entravano e uscivano da un portone separato.
Tutto questo la dice lunga su quanta acqua del Tevere sia passata da allora sotto il ponte Mazzini, di fronte al Virgilio.
La nera palandrana di satin era lunga quasi oltre i polpacci e celava la gonna; solo alcune coraggiose lo avevano più corto, mostrando una gonna comunque lunga oltre le ginocchia.
Molti di noi ragazzi erano in giacca e cravatta, indossate per la prima volta per entrare al ginnasio; alcuni avevano orribili pantaloni alla zuava con elastico e sbuffo, italica versione degli anglosassoni knickerbockers, qualcuno ancora i pantaloni corti.
Tra questi ultimi il compagno di banco che mi fu assegnato il primo giorno, sì perché allora erano i professori che assegnavano i posti, non so con quale criterio.
Io ero il classico fighetto borghese con blazerino blu, cravatta regimental e pantaloni grigi di flanella (su scarpe e camicia sorvolo); il mio vicino di banco aveva degli spessi occhiali da miope, un’aria popolare e indossava degli strettissimi pantaloni raso coscia (che poi seppi gli erano stati passati da un fratello maggiore).
Nella mia sciocca insipienza borghese gli chiesi perché indossasse ancora quei calzoncini; mi rispose con una domanda che fu una lezione di vita, di cui gli sono ancora grato:
“Perché non ti fai i cazzi tuoi?”
Proveniente da una numerosa e povera famiglia abitante in borgata, purtroppo è mancato da alcuni anni. Siamo poi stati molto amici, frequentandoci per tutta la vita: un cervello raro, genio della matematica, primo laureato italiano in informatica; il suo ultimo lavoro fu la digitalizzazione del patrimonio artistico italiano.
Con le ragazze i primi timidi approcci avvennero in cortile (dove ai liceali era permesso fumare) durante il quarto d’ora di ricreazione.
In quell’occasione, senza controlli, alcune ragazze coraggiose ed esibizioniste sbottonavano il grembiule per mostrare un kilt Black Watch con sopra un Giulietta e Romeo blu (nome in codice del classico twin-set).
Ma noi ragazzi eravamo interessati anche agli scooter Vespa e Lambretta parcheggiati in cortile dai liceali, sognando il nostro momento di averli in dono da papà.
Era il momento del soprabito Montgomery: per i ragazzi rigidamente color cammello, per le giovinette in colori vivaci, arancio, azzurro, verde chartreuse, mentre alcune erano infagottate in paltoncini di lana riccia bouclé che appesantivano anche le più magroline.
Al primo sole primaverile spuntavano i jeans, che solo pochissimi potevano permettersi e vantare “autentici”: Lee, Roy Rogers e i mitici Levi’s 501 con i bottoni al posto della lampo, oggetto di invidia, proposte di acquisto ai possessori e persino furti.
Con un mio amico e compagno, con cui preparai la maturità, organizzammo uno scherzo che creò un momento di ilarità in classe, nello stupore dell’ignara professoressa di storia.
Quel giorno il mio amico indossava dei jeans panna e una polo Lacoste rosa, io dei jeans blu e una Lacoste bianca (allora ero magrissimo e me lo potevo permettere). Poiché avevamo più o meno la stessa taglia, durante la ricreazione ce li scambiammo in bagno, rientrando in classe a mise invertita.
Gioco scemo di ragazzi cretini, ma un diversivo per alleggerire le ore di studio.
Giunti in prima liceo esplosero varie tendenze per ambo i sessi: la più eclatante il lupetto blu di lana fredda da portare a pelle fino all’estate (una tortura per la cute), acquistabile sulle bancarelle; gli originali si trovavano al mercatino americano di Livorno, spesso provenienti di contrabbando dall’Army Surplus del deposito americano della pineta di Tombolo.
L’altro must fu l’impermeabile unisex “motorcycle coat”, color panna, di cotone pesantissimo e gommato, con le cintine interne per fermarlo alle gambe, cosa che naturalmente nessuno faceva.
Capo oggetto di ricerca spasmodica e di prenotazioni, perché reperibile in pochissimi negozi.
Ma per segnare l’epoca tre furono le componenti che costituirono la divisa dei maschietti modaioli: i “collettoni” di eduardiana memoria delle camicie, alti più di 12 centimetri e con doppia asola, che impedivano di girare la testa, le giacche avvitate e lunghe con spacchi enormi detti “spacconi”, e i calzini bianchi con mocassini penny loafer.
Delle ragazze sono da segnalare i vestiti di faille sbrilluccicante nei colori malva e azzurro, che sfoggiavano alle festicciole del sabato pomeriggio, con aranciate e pizzette al suono dei 45 giri, mostrando le prime timide scollature a barchetta sotto la pelliccia prestata dalle madri.
Anche per le fanciulle ci fu una combinazione molto ambita e praticata: i mocassini di cuoio grasso coordinati con la borsa dello stesso materiale; in un negozio di Roma si prenotavano pagando in anticipo, un fenomeno simile a quello degli stivali messicani “Camperos” della metà degli anni 70.
Rivedendo oggi quella fotografia spiegazzata, con le firme dei compagni sul retro, mi accorgo che, oltre ai volti, ricordo i dettagli: un colletto troppo alto, un grembiule sbottonato, una Lacoste rosa, un paio di mocassini lucidissimi.
Forse perché a quell’età credevamo solo di vestirci per fare colpo e attrarre le compagne, mentre in realtà ci stavamo acconciando a diventare adulti.

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Io, pur avendo qualche anno in meno, di jeans al liceo non ne ho mai visti. Nella mia classe su 36 eravamo in due figli di operai e un figlio di contadini, e devo dire che la cosa pesava parecchio, sotto diversi punti di vista. Vestiti e scarpe portavo per lo più quelli smessi da mia zia, cosa che una volta in V ginnasio mi è valsa il feroce sarcasmo della prof di lettere perché mia zia era parecchio più bassa di me e così è successo che una gonna che a lei arrivava appena sotto il ginocchio, a me arrivava qualche centimetro sopra, e mi ha svergognata davanti a tutta la classe chiedendomi se mi mandavano gli spiccioli per quel po’ di centimetri di stoffa in più, e poi tutte che venivano a dirmi “mamma mia che vergogna”. Naturalmente l’unica che si sarebbe dovuta vergognare era lei, ma a 15 anni non è facile capirlo.
Del grembiule si sente spesso dire: almeno eravate tutti uguali senza distinzione fra ricchi e poveri: balle. Fra il mio di nylon dell’UPIM da mille lire e quello di tessuto di qualità confezionato dalla sarta su misura e sagomato, la differenza si vedeva eccome.
Che pagina straordinaria di memoria… Non ho potuto resistere a fare i confronti con lo stile che definire “libero” abbiamo dovuto confrontarci una decina di anni dopo o poco più.
Nella foto di classe della prima liceo – scientifico, quindi a 14 anni – sembravamo scappati dall’asilo. In compenso i kilt delle ragazze erano visibili e decisamente adattati al post-post Mary Quant, e i twin set piacevolmente aderenti. Ma più che la loro moda seguivo loro…
Noi ragazzi non faticavamo a trovare i 501 di cui ricordo la taglia, 29-33 -traduco: magro stecco e altino per l’epoca- né gli stivali (io e il mio partner in crime li abbiamo presi in Arizona in una vacanza-studio… eravamo reaganiani anche prima di Ronnie). In compenso c’erano gli anni di piombo e non applaudire alla revoluciòn complicava un po’ la vita, anche con i professori. Però è stato educativo, almeno per la costruzione di uno stile sobrio e non barricadero: ci lavavamo, capelli corti (io facevo due ore di piscina al giorno), le camicie button down prima di Veltroni, cravatte regimental un po’ strette, sciarpine scozzesi, impermeabili bianchi o panna – non trench!
L’aspetto difficile erano le scarpe. Cowboy boots a parte andavano le scarpe a punta, orribili e un supplizio. Pur non essendo di sinistra adoravo (anche adesso) le Clarks, qualche crisi di identità me la facevano venire. Giubbotti in pelle neri, e che qualità (ne ho in armadio uno che ne ha compiuti 50 l’anno scorso), d’inverno i primi piumini ma la piuma sembrava lana di vetro… Lacoste d’estate, giacche di lino che a metà pomeriggio erano tutte grinze, pantaloni da strettissimi a larghissimi che c’erano degli anni un cui non compravo niente per il fastidio.
Concludo con i miei più affettuosi complimenti alla signora, che sta reggendo 59 anni. La mia è arrivata a 43 e l’ultima minaccia è stata “Se non ti decidi ad andare in pensione io faccio la valigia per il pezzo di mondo che ancora ci manca. Intanto parto io, tu poi arrivi”. In pensione sono andato, ma non ho smesso di lavorare, ho solo abbassato la fiamma sotto la pentola.
Grazie ancora per il viaggio nel tempo!
Stefano Tenedini