Per la sua visione dell’Islam, Winston Churchill ha sempre causato controversie, accuse e tentativi di riscrittura del personaggio, come quella intrapresa dal giornalista del Guardian, Tariq Ali, con il suo saggio: “Winston Churchill: His Times, His Crimes” (Winston Churchill: i suoi tempi, i suoi crimini). Nel 2020, durante le proteste di Black Lives Matter nel Regno Unito, i manifestanti scrissero alla base della statua di Winston Churchill a Parliament Square. “Churchill era un razzista.”
Certo, che il grande statista fosse anche razzista non ci piove, come in fondo lo erano tutti gli europei dell’epoca, aristocratici o meno. Considerare i bianchi “superiori”, “più civili”, ed “educatori” era nel DNA culturale del periodo, esattamente come lo schiavismo era nel DNA di tutte le antiche civiltà (greche, fenicie, romane, egizie, persiane, arabe, asiatiche o sudamericane e via di seguito) e nessuno lo avrebbe trovato vagamente immorale. Né il razzismo era una particolarità dell’uomo bianco (e questo occorre sempre ricordarlo). Razzisti erano i giapponesi che si consideravano superiori ad ogni altro gruppo umano, razzisti erano (e tuttora sono) gli Han in Cina e molti altri popoli la cui etnia dominante si impone sulle altre. Si potrebbe andare avanti a lungo.
Insomma Churchill è una delle tante vittime della decontestualizzazione balorda del woke. Il razzismo di Churchill e la sua diffidenza verso altre culture vanno contestualizzati e presi come tali, ovvero senza giudizi etici da utilizzare per svilire il personaggio. Quello che interessa piuttosto è comprendere se l’atteggiamento di Churchill scaturisse dal suo culturale senso di superiorità o fosse più strettamente legato ai contenuti e i presupposti dell’Islam.
Certo è che Churchill non era affatto prevenuto verso l’Islam. Al contrario, ne era affascinato. Un aspetto intrigante della sua vita emerse nel 1907, quando sua futura cognata, Lady Gwendoline Bertie, esprimeva preoccupazione per un suo presunto interesse verso l’Islam, tanto da suggerire la possibilità di una conversione. La fascinazione non si tradusse mai però in un’adesione alla fede musulmana: Churchill rimase sempre saldamente ateo.
Se da un lato, il grande statista ammirava i singoli musulmani e alcuni aspetti della cultura, dall’altro però, criticava aspramente la religione stessa, sostenendo che
“non esiste al mondo alcuna forza retrograda più forte dell’Islam”,
e che essendo dominata dalla fiducia in una salvezza ottenuta morendo combattendo per Dio si trattava di una “frenesia fanatica”. Ecco, da uomo figlio della cultura illuminista, Churchill temeva e ripudiava soprattutto la propulsione irrazionale dell’Islam che riteneva l’anticamera del fanatismo. La superiorità della cultura occidentale sull’Islam da lui indicata ruota quasi interamente su questo punto saldo dell’interpretazione della realtà razionale e secolare contro l’irrazionalità del settarismo religioso, e non ha nulla a che vedere con un presupposto senso di superiorità razziale anche quando arrivava a scrivere frasi estreme come:
“l’Islam sta all’uomo come la rabbia ad un cane”.
Ne “La storia dell’esercito di Malakand” (1898) scriveva:
“…La religione maomettana aumenta, invece di diminuire, la furia dell’intolleranza. Originariamente fu propagato con la spada, e da allora i suoi seguaci sono stati soggetti, più delle persone di tutte le altre fedi, a questa forma di follia…”
Durante la seconda guerra mondiale, quando la Germania nazista condusse una vasta campagna di propaganda in Medio Oriente e Nord Africa per influenzare il mondo arabo e favorire sentimenti anti-britannici e anti-ebraici (promuovendo l’idea di una lotta condivisa contro le potenze coloniali), Churchill, per contrapporsi allo sforzo nazista, approvò la costruzione di una moschea nel cuore di Londra. Tuttavia, ormai, gli schieramenti erano già delineati: quando era stato segretario coloniale, aveva promosso la creazione di uno stato ebraico in Palestina. Contro il progetto della nascita di uno stato ebraico, il mondo arabo aveva trovato nell’antisemitismo nazista un alleato naturale.
La contrapposizione tra occidente e mondo islamico ha radici millenarie ma è proprio durante gli anni di Churchill che marturano schieramenti che conducono al presente. Non a caso, Hamas ha radici ideologiche proprio in quell’alleanza tra Islam e nazismo che aveva trovato nell’antisionismo e nell’antisemitismo un terreno comune.
Ma l’analisi di Churchill, partita da quella differenza da lui ritenuta inconciliabile tra la cultura occidentale e quella musulmana, giunge a prevedere un eventuale scontro “finale”. Lo statista avvertiva che la sopravvivenza della “civiltà dell’Europa moderna” dipendeva dalla comprensione della propria superiorità rispetto a chi intendeva distruggerla. Alla base del suo pensiero vi era l’idea dei diritti civili come una forma evolutiva di una civiltà. In sintesi, una società è tanto più civile quanto più garantiti sono i diritti degli individui.
La sua critica all’Islam si poneva dunque in contrapposizione alla difesa della nostra civiltà che riconosce i diritti di tutti gli esseri umani.
“Il fatto che nella legge maomettana ogni donna debba appartenere a un uomo come sua proprietà assoluta – sia come figlia, come moglie o come concubina – deve ritardare l’estinzione definitiva della schiavitù fino a quando la fede dell’Islam non avrà cessato di essere un grande potere tra gli uomini.”
Per il creatore della Convenzione Europea dei Diritti dell’Uomo, la “superiorità” scaturisce anche dunque dal trattamento delle donne da parte dell’Islam, che altro non è che una forma di schiavitù . Nella sua battaglia nell’affermazione dei diritti umani, non poteva accettare l’idea di un essere umano come proprietà (che riteneva primitivo e dunque un tratto di una cultura inferiore).
In conclusione, oltre che per la propensione al fanatismo, Churchill riteneva l’Islam inconciliabile con la direzione della civiltà occidentale, la quale gli è “superiore” nel respingimento dell’irrazionale e nella promozione della parità di genere.
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