
Lo scorso 16 novembre, a Londra, si è tenuta la cerimonia di consegna dei premi della “Global Magnistky Justice Campaign”, notizia pressoché ignorata in Italia ma che merita di avere di essere raccontata perché dischiude un mondo di storie d’impegno per la lotta alla corruzione e per i diritti umani. Perché in Russia chi combatte la corruzione del regime di Putin, poi muore. Grazie al lavoro di Rossella Zugan, InOltre pubblica a puntate le storie dei vincitori del premio che meritano di essere raccontate.
( la cerimonia della consegna dei premi è disponibile su YouTube in inglese[1]).
Il Premio Giovane Attivista per i Diritti Umani è stato assegnato a Chloe Cheung, attivista pro-democrazia nata e cresciuta a Hong Kong. A presentarla è Sir Ian Duncan Smith, parlamentare conservatore britannico sanzionato dal governo cinese per il suo lavoro sulle violazioni dei diritti umani, al quale è oggi vietato l’ingresso in Cina e a Hong Kong.
La storia di Chloe Cheung è quella di una radicale precocità politica. Nel 2019, a soli quattordici anni, prende parte alle proteste pro-democrazia che attraversano Hong Kong. Con l’entrata in vigore della legge sulla sicurezza nazionale, la scelta diventa obbligata: l’auto-esilio, insieme alla famiglia, per sottrarsi a un rischio concreto di persecuzione e detenzione. Nel 2024, le autorità di Hong Kong hanno fissato su di lei una taglia di un milione di dollari hongkonghesi. Anche a Londra, dove vive oggi, non è al sicuro: intimidazioni, molestie online e pedinamenti fanno parte di un repertorio pensato per logorare e silenziare.
Non ha funzionato. Chloe Cheung continua a intervenire pubblicamente, anche in sedi istituzionali come il Parlamento britannico, denunciando la repressione cinese e sostenendo chi a Hong Kong continua a manifestare. Dal palco della cerimonia non risparmia critiche neppure al governo che la ospita, accusato di un’eccessiva prudenza nei confronti di Pechino. È consapevole di essere ricercata, ma altrettanto consapevole che tacere significherebbe accettare l’ingiustizia. La sua testimonianza è un promemoria scomodo: libertà e democrazia non sono conquiste definitive. Vanno difese, anche quando il prezzo è alto.
Il Premio Giornalista Eccezionale è stato assegnato ad Abraham Jiménez Enoa. A presentarlo è Paul Caruana Galizia, giornalista investigativo maltese e figlio di Daphne Caruana Galizia, uccisa nel 2017. Paul, insieme ai fratelli, ha ricevuto nel 2020 il premio Magnitsky per la Straordinaria Campagna in favore della Giustizia.
Jiménez Enoa ha fondato una rivista indipendente a Cuba. Per questo è stato sottoposto a sorveglianza costante, controlli continui e arresti domiciliari. Nonostante le pressioni, non ha mai smesso di raccontare ciò che nel suo Paese non si può dire. Costretto all’esilio, continua il suo lavoro di denuncia dall’estero, mettendo consapevolmente a rischio la propria sicurezza. La sua convinzione è netta: le parole possono sopravvivere alla paura[1]. Il giornalismo, per lui, non è una professione neutra, ma un atto di resistenza che impone di dare voce a chi viene ridotto al silenzio, anche quando questo significa lasciare il proprio Paese.
Il Premio Eccezionale Avvocato dei Diritti Umani è stato attribuito a Ruth Eleonora López, avvocata salvadoregna specializzata in anticorruzione e diritti umani. A presentarla è Caoilfhionn Gallagher, avvocata irlandese con una lunga carriera nella difesa delle libertà fondamentali a livello internazionale. López è a capo dell’unità anticorruzione e giustizia dell’organizzazione Cristosal ed è stata inserita dalla BBC, nel 2024, tra le cento donne più influenti al mondo.
Oggi Ruth Eleonora López è in carcere da 179 giorni. Le accuse – appropriazione indebita e abuso di fondi pubblici – sono costruite ad arte per giustificarne la detenzione e neutralizzarne l’azione. È una strategia ricorrente nei regimi autoritari: accusare di corruzione chi combatte la corruzione. È accaduto, tra gli altri, a Maria Ressa nelle Filippine e a Jimmy Lai a Hong Kong.
López non ha potuto partecipare alla cerimonia. È stata arrestata di notte nella sua abitazione, privata per quaranta ore della possibilità di contattare la famiglia e un avvocato, mentre le autorità diffondevano pubblicamente le accuse sui social. Il premio è stato ritirato dal marito, Louis Benavides Monterosa, che ha raccontato con voce spezzata il lavoro e il coraggio di una donna impegnata a difendere lo stato di diritto in un Paese in cui le garanzie costituzionali sono di fatto sospese. Dal suo racconto emerge anche la forza silenziosa di chi resta accanto a queste figure: famiglie che resistono, senza notizie, aggrappate all’idea che giustizia e verità, prima o poi, prevalgano.
La cerimonia si avvia alla conclusione. Resta l’impressione netta di un filo che unisce tutte queste storie: la consapevolezza che i valori su cui l’Occidente ama fondarsi non sono astratti né al sicuro. Nella prossima e ultima puntata, il racconto si chiuderà con altre testimonianze che interrogano il nostro presente e, forse, indicano modelli da cui non distogliere lo sguardo.
[1] Magnitsky Human Rights Awards Ceremony 2025 https://www.youtube.com/watch?v=EcKwdub5Y_0
dal minuto 54:03 al minuto 54:11
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Scusate, non ho capito: i premiati per le loro battaglie per i diritti umani sono una di Hong Kong, un cubano e una salvadoregna, e l’articolo inizia spiegando che la notizia merita di avere di essere raccontata perché in Russia chi combatte la corruzione del regime di Putin, poi muore: quale sarebbe il nesso?
Questo post fa parte di una serie di 4 puntate. Le prime due sono state pubblicate il 1 e il 9 dicembre scorsi.
Il premio Magnitsky è stato istituito per premiare chi si distingue nella lotta contro la corruzione e la violazione dei diritti umani, a prescindere da dove si trova.
Il nome di questo avvocato russo è associato anche ad una legge, Global Magnitsky Act che mira a sanzionare chi è colpevole di corruzione e violazione dei diritti umani. Questa legge è stata accolta in diversi paesi, Europa compresa, ma non ancora in Italia.
Per la storia di Sergej Magnitsky, ho pubblicato, sempre su Inoltre un post il 9 giugno ultimo scorso.
Ah ok, chiedo scusa: le prime due evidentemente mi sono sfuggite.
Grazie del suo contributo a far conoscere questi moderni eroi