

La felicità è un lavoro. Va coltivata ogni giorno, ogni minuto, va difesa. Va amata, anche quando fa male. A Chiara e Marianna la felicità sembra qualcosa di estremo e distante. Qualcosa che si riesce a raggiungere solo per qualche frazione di secondo e poi scompare rapidamente. È un obiettivo a cui tendere, che si sposta ogni volta sempre un po’ più in là. Un’unica certezza: se la felicità esiste ed è raggiungibile, ci arriveranno insieme.
Marianna e Chiara sono le giovani protagoniste del nuovo romanzo di Antonella Lattanzi, intitolato Chiara, edito da Einaudi. Un libro atteso, ricco di aspettative, dopo il successo dei precedenti Questo giorno che incombe e Cose che non si raccontano. Anche in questo caso, a mio giudizio, Lattanzi ha fatto centro grazie a una storia che travolge il lettore, portandolo in una spirale narrativa. E grazie al suo stile di scrittura unico, ruvido e poetico, riconoscibile anche senza leggere il nome dell’autrice stampato sulla copertina.
Conosciamo Marianna e Chiara prima bambine e poi adolescenti. Vivono a pochi passi di distanza, nella Bari popolare di inizio anni Novanta. Si incontrano, per la prima volta, fra i banchi della scuola elementare e si riconoscono immediatamente. Entrambe provengono da famiglie che sembrano agli antipodi, ma che in realtà sono accomunate dalla stessa fragilità.
Chiara ha un padre violento, che picchia lei, le sorelle e la madre. Anche Marianna ha un padre violento, ma che rivolge la propria aggressività contro se stesso, con una forma estrema e feroce di autolesionismo. Fra le due ragazze nasce subito un legame assoluto e unico, che le porta a costruirsi un mondo solo loro. Cercano in tutti i modi di fuggire, anche solo con la testa, dalla violenza che le circonda.
Come spesso accade a quell’età, il confine tra amicizia e amore è davvero labile e molto delicato. Tanto che, grazie ai capitoli che si alternano tra presente e passato, sappiamo che oggi Chiara e Marianna non sono più amiche. La vita adulta le ha portate ad allontanarsi. Eppure una volta si erano fatte una promessa, di esserci sempre l’una per l’altra. Sapranno mantenerla?
Chiara non è una semplice storia d’amicizia. Il nucleo più profondo di questo romanzo è il rapporto padri-figlie. Lattanzi scrive: «Il padre era un dio, un dio cattivo ma era un dio, e con il dio non si scherza, tu lo ami, tu lo servi, e tu lo preghi la notte prima di dormire». Ma mentre Chiara cerca solo di salvarsi da questa realtà di violenza, anche scendendo a patti col terrore, Marianna coltiva dentro di sé una rabbia profonda, vuole spaccare tutto, sperimentare tutto, inventarsi di sana pianta come non fosse mai nata da nessuno.
Un romanzo con due protagoniste, ben distinte, mai sovrapponibili. Da un lato abbiamo Marianna, la voce narrante, con uno sguardo soggettivo e personale: vediamo tutto attraverso i suoi occhi, sentiamo tutto attraverso la sua pelle. Al contrario, Chiara è l’oggetto dello sguardo di Marianna, colei che dà il titolo al romanzo e che viene vista dalla voce narrante. In realtà il lettore non conoscerà mai veramente Chiara, la leggerà sempre e solo attraverso il filtro dello sguardo di Marianna. Al contrario Marianna si staglia in tutta la sua essenza e sincerità.
Chiara è un libro oscuro e incalzante, che vi porterà nel vortice di due famiglie sull’orlo dell’abisso e nei meandri di un’amicizia assoluta.

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