


La guerra nel Labour non è finita con l’elezione di Burnham. È appena iniziata. Lo dimostra il caso Darren Jones: escluso dal governo nonostante fosse tra i membri del precedente gabinetto più preparati e tra i favoriti per una futura leadership. Con un solo post, Jones ha smontato la copertura finanziaria del primo provvedimento del nuovo premier.
La stampa lo ha descritto come una “rising star” del Labour e come uno dei nomi con più margine per una futura leadership nazionale. Giovane, esperto e competente, Darren Jones ha ricoperto ruoli di governo di rilievo tra cui Chief Secretary to the Treasury, Chancellor of the Duchy of Lancaster e Chief Secretary to the Prime Minister. Possiede una qualità che a Keir Starmer mancava: una notevole capacità comunicativa, ed è per questo che è uno dei volti laburisti più spesso in televisione. Riesce a coniugare il dinamismo richiesto dalla comunicazione politica contemporanea con un linguaggio concreto, senza ricorrere agli slogan tipici del populismo. Più che promettere l’impossibile, spiega ciò che intende fare, come intende farlo e perché. E lo sa fare bene.
Inoltre, il fatto che abbia avuto responsabilità su finanza pubblica, Cabinet Office e coordinamento tra governo e Parlamento, oltre ad una solida preparazione tecnico-scientifica, lo rende uno di quei politici che possono essere letti come “premier in waiting”.
La rinuncia alla sfida
Malgrado un profilo di altissimo livello e una crescente popolarità – o forse proprio a causa di essa e della sua lealtà a Starmer – Darren Jones è stato escluso dal nuovo esecutivo. Una scelta che potrebbe rivelarsi costosa per Burnham. All’indomani della sfida lanciata a Starmer, numerosi deputati avevano infatti guardato proprio a Jones, invitandolo a non lasciare campo libero all’ex sindaco di Manchester, in quello che veniva percepito come un colpo interno. Jones aveva rifiutato, ritenendo che il partito avesse bisogno di chiudere rapidamente il conflitto interno e di ritrovare unità (o forse, aggiungiamo noi, aveva intuito che con la stampa che aveva già dato, da mesi, Burnham come successore di Starmer, ogni sfida sarebbe stata un bagno di sangue mediatico).
L’esecutivo come club privato per frondisti
Quello della riconciliazione era, del resto, lo stesso messaggio ripetuto da Burnham durante la corsa alla leadership. Ma il momento della verità è arrivato con la formazione del governo. Più che un gabinetto di riconciliazione, Burnham ha costruito un club esclusivo per frondisti, replicando la logica di Boris Johnson: il governo come premio per i vincitori e non come strumento di ricomposizione del partito (e sappiamo come è andata a finire: i tories consumatisi in faide interne e 4 primi ministri tra il 2019 e il 2024).
La componente starmeriana, pur rappresentando ancora una larga parte del gruppo parlamentare, è stata interamente esclusa. Eppure era stata proprio quella fetta ingente di deputati ad accettare l’esito della leadership senza ulteriori strappi, seguendo l’appello di Jones (e dello stesso Starmer) a deporre le armi e sostenere il nuovo leader nell’interesse dell’unità del partito.
La riconciliazione finita prima di cominciare
Ed è per questo che, a sole ventiquattr’ore dall’insediamento del nuovo primo ministro, il Partito Laburista è già in fermento. Una larga parte dei deputati si sente tradita. I licenziamenti pesano, e tra tutti spiccano quelli di Darren Jones, e di Dan Jarvis alla Difesa. Le nomine fatte nel segno non delle competenze ma del ruolo giocato nello scalzare Starmer hanno fatto storcere il naso. Da parte di Burnham non c’è stata alcuna volontà di riconciliazione. La composizione del governo certifica invece una presa del potere costruita attorno a chi ne ha sostenuto l’ascesa, con l’esclusione sistematica di tutti gli altri.
Non è un buon inizio. È il segnale che la stagione della riconciliazione è finita prima ancora di cominciare. Per molti parlamentari laburisti, più che un invito all’unità, questo governo appare come una dichiarazione di guerra. E Darren Jones ha lanciato subito il sasso.
È bastato un post
Tra i primi annunci del nuovo primo ministro c’è stata la cancellazione del progetto di Identità Digitale avviato dal governo Starmer e seguito da Jones. Burnham ha presentato la decisione come un taglio agli sprechi, sostenendo che le risorse così liberate saranno utilizzate per finanziare la riduzione dell’IVA sull’elettricità.
La replica di Jones, affidata a un post sui social, è stata tanto sobria quanto micidiale. Accoglie con favore qualsiasi misura che alleggerisca il costo della vita per i cittadini, ma precisa un dettaglio: il progetto delle Carte d’Identità digitali non disponeva di alcun finanziamento dedicato. Dunque, la sua cancellazione non libera risorse. Il governo può certamente tagliare l’IVA ma dovrà reperire i fondi necessari per finanziare la manovra.

È un intervento che colpisce subito al cuore la narrazione del nuovo governo e, soprattutto, del nuovo Ministro del Tesoro John Healey, perché ora: o il nuovo Chancellor ha annunciato una misura senza aver verificato come fosse finanziato il progetto che intendeva cancellare, rivelando impreparazione; oppure sapeva che quelle risorse non esistevano e ha utilizzato un argomento fuorviante per giustificare un taglio fiscale. In ogni caso, non ne esce bene.
Burnham aveva presentato l’abolizione delle Carte d’Identità digitali proprio come la copertura finanziaria della riduzione dell’IVA sull’elettricità, nel tentativo di rassicurare mercati e investitori che la misura non sarebbe stata finanziata in deficit. Se quella copertura non esiste, viene meno non solo la credibilità dell’annuncio, ma anche il principale argomento con cui il governo aveva cercato di presentarsi come fiscalmente responsabile.
Così, nel primo giorno a Downing Street di Burnham, l’attenzione mediatica si è subito spostata dall’agenda del nuovo esecutivo alla solidità dei suoi conti, creando anche incertezza sulla competenza. E a Darren Jones è bastato un solo post. Il primo giorno.
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Un certo miracolismo populista è ben integrato anche nel Labour e non da oggi.
Ricordiamo che la narrazione principalmente economica eccessivamente ottimistica in caso di vittoria della Brexit, è riuscita a imporsi anche a causa della propaganda del Labour.