Intrighi e conseguenze della scomparsa di Raisi
Le morti del presidente della Repubblica islamica Ebrahim Raisi e del ministro degli Esteri Hossein Amirabdollahian aprono una serie di interrogativi. Le condizioni meterologiche proibitive lasciano poco spazio a supposizioni anche se morti così rilevanti, in una zona critica del mondo, in un paese politicamente instabile non possono non suscitare perplessità, se non altro in considerazione dei precedenti.
Prima di Raisi, la fazione rivale si era liberata di Abolhassan Bani Sadr attraverso l’impeachment; Mohammad Ali Rajaei era invece stato ucciso in un attentato terroristico; Abolhassan Banisadr e Mahmoud Ahmadinejad erano scampati ad altri incidenti di elicotteri. Tradizionalmente, nella Repubblica islamica, chi detiene il potere cerca di sbarazzarsi del rivale e lo fa talvolta politicamente altre volte fisicamente. In questo caso, davanti alla tempesta atmosferica, per non cedere a sterili complottismi, sceglieremo di chiamarlo destino, anche se in Iran probabilmente gli daranno un altro nome.
Gran parte della popolazione forse lo ritiene una questione di karma. Raisi non era amato. Soprannominato “il macellaio di Teheran”, nel 1988 era stato uno dei componenti del “comitato della morte”, il gruppo responsabile delle esecuzioni di oltre 30.000 prigionieri politici. Recentemente, aveva ordinato le brutali e sanguinose repressioni delle ondate di protesta. All’annuncio dell’incidente aereo, domenica sera, in molte città iraniane, si è festeggiato con i fuochi d’artificio mentre i social si sono riempiti di foto di giovani iraniani e iraniane che brindavano all’evento. In un paese in cui si può morire per una ciocca di capelli fuori posto e una donna può finire impiccata se ha commesso il terribile crimine di essere vittima di uno stupro, la morte del boia è occasione di giubilo.
Per altri invece, all’interno della cerchia di potere, e in particolare per Mojtaba, il figlio di Ali Khamenei, la morte di Raisi potrebbe dirsi un bacio della dea bendata. Poco importante infatti chi succederà a Raisi. Nella Repubblica islamica, dove il potere è accentrato nella Guida suprema, il presidente ha un potere limitato. Più importante allora è che Raisi fosse considerato un contendente alla successione di Ali Khamenei, l’unico che avrebbe potuto frapporsi tra Mojtaba e la successione al padre. Con la sua morte, ora per quest’ultimo la strada è spianata e avviene con una tempistica che può consentirgli di consolidare il potere inserendo uomini a lui fedeli alla presidenza del paese e al ministero degli esteri tentando al tempo stesso di rafforzare il controllo dell’IRGC, il Corpo delle guardie rivoluzionare, conosciuti come i pasdaran.
Già le elezioni parlamentari di marzo avevano offerto al figlio di Khamenei l’opportunità di assicurarsi l’elezione di uomini fidati all’interno dell’Assemblea degli Esperti che elegge il leader supremo. Ha bisogno infatti della legittimazione formale. Ora, scomparso Raisi, la propria elezione potrebbe essere assicurata. Questa situazione ottimale presenta però due incognite: lo stesso corpo delle guardie rivoluzionarie e la popolazione.
Non è chiaro al momento, neanche ai più attenti osservatori, i pesi e le misure del controllo del potere tra mullah e guardie rivoluzionarie e in questa variabile risiede la fragilità del regime. È Khamenei a controllare l’IRGC o sono i pasdaran a servirsi dell’autorità della guida suprema? Oppure ancora siamo davanti ad un’alleanza ex tempore nella quale gli interessi di entrambi semplicemente coincidono e quell’alleanza potrebbe venire meno nel momento in cui gli interessi dovessero divergere? Cosa è rimasto della Repubblica islamica se non un regime altamente corrotto che ha depredato il paese e dove le ricchezze sono oggi accentrate in una manciata di individui?
È chiaro ormai che l’islamismo sia coreografico: una maschera che consente tanto la repressione quanto la legittimazione di essa; un sofisticato sistema di controllo metafisicamente giustificato; un’operazione di marketing mediatica che vende bene tanto ai fondamentalisti sparsi per il pianeta quanto agli anti-occidentalisti, pronti a riempire le piazze per Gaza ma che mai si sono preoccupati delle decine di migliaia di vittime del regime dei mullah.
Allora chi comanda veramente, ora che gli iraniani abbandonano in massa le moschee che sono costrette a chiudere i battenti (oltre 50.000 chiuse su 75.000 solo negli ultimi due anni)? Chi comanda in un paese, frutto di una rivoluzione islamo-marxista, nella quale di islamo-marxismo non è rimasto assolutamente nulla? I marxisti, infatti, furono largamente sterminati da Khomeini (e lo stesso Raisi) alla fine degli anni ‘80, mentre adesso la popolazione vede nell’Islam un nemico da distruggere?
È lecito allora almeno chiedersi se dietro le quinte di quest’islamismo posticcio e repressivo non siano i vertici delle Guardie rivoluzionarie ormai ad avere preso le redini del potere e che, sotto l’egida shiita, la Repubblica islamica sia ormai, a tutti gli effetti, una dittatura militare che sfrutta la scenografia religiosa.
Queste variabili offrono diverse ipotesi di scenari. La successione di Mojtaba al padre trasformerebbe infatti la Repubblica islamica in una monarchia ereditaria in veste islamica, cosa che non piace ai khomeinisti che potrebbero tentare di impedire la metamorfosi. Né potrebbe piacere a chi può avere trovato una buona intesa con il padre ma potrebbe volersi inserire e acquisire maggiore potere approfittando della transizione con il figlio. Se infatti è Ali Khamenei a controllare l’IRGC, non è detto che quel controllo possa passare automaticamente al figlio; se invece è l’IRGC ad avere la parola finale, potrebbe trovarsi spaccato internamente innanzi alla discussa questione ereditaria. Sebbene infatti Ali Khamenei e gli uomini a lui vicini abbiano cercato di emarginare le persone sgradite ai vertici, esiste ancora una forte opposizione e la morte dell’ayatollah potrebbe creare fratture insanabili. Inoltre anche il controllo di una popolazione intenzionata a buttare giù il regime è una questione spinosa.
Entro 50 giorni gli iraniani saranno chiamati a votare per eleggere il nuovo presidente e sarà difficile portarli alle urne. L’inevitabile boicottaggio in segno di protesta dovrà essere nascosto al mondo (come avvenne alle elezioni di marzo quando si dovette ricorrere a percentuali taroccate e a parvenze d’incentivi: “le donne potranno votare senza velo!” dichiaravano alle TV estere) mentre lo spettro di nuove rivolte è sempre dietro l’angolo. Ogni occasione può essere una miccia che fa divampare le fiamme e il regime, che nel 2022 ha vacillato, ha il terrore di ritrovarsi nuovamente milioni di iraniani nelle strade di ogni città del paese.
Così se la morte di Raisi non rafforza gli oppositori interni ai Khamenei, né offre sbocchi alla popolazione, crea una situazione fragile, spalancata a diversi scenari.
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Personalmente temo che la lotta intestina per il potere, possa generare una sorta di faida a 3 (pro nepotisti-khameneisti, i puristi pro khomeini e IRGC) tale per cui i pasdaran potrebbero prendere (o consigliati di…) il sopravvento, con la scusa di garantire “stabilità con gli agenti provocatori”. Un classico colpo di stato in salsa sciita!!