
Quindicesima puntata del dialogo a distanza tra Enrico Marani e Alessandro Tedesco. In fondo a questo articolo le puntate precedenti.
C’è una parola per definire le scoperte fortunate fatte mentre si cercava altro: serendipità. Anni fa, mentre navigavo in rete alla ricerca di testi sulla “saggezza”, mi imbattei per caso in un discorso di laurea tenuto da David Foster Wallace al Kenyon College. Si intitolava “Questa è l’acqua”. Mi colpì con una tale violenza che non solo recuperai e divorai la sua opera, ma iniziai a regalarne i libri agli amici come un antidoto.
Mi è tornato in mente leggendo il pensiero di Enrico Marani, quando cita il sarcasmo tagliente di Dino Andreani nel nostro dialogo sulla libertà: “È un’erronea convinzione che alla gente interessi la libertà”. Ha ragione, ma Wallace ci spiega perché.
Wallace ci racconta di due giovani pesci che nuotano tranquilli. Un pesce anziano passa e chiede: “Com’è l’acqua oggi, ragazzi?”. I due proseguono in silenzio, finché uno guarda l’altro e domanda: “Che diavolo è l’acqua?”.
Noi occidentali siamo quei pesci. Siamo talmente immersi nella libertà da ottant’anni che non la sentiamo più. Non sappiamo nemmeno che esiste. La diamo per scontata come l’ossigeno. Ma c’è un secondo nemico, forse ancora più insidioso dell’assuefazione, che mi riporta al cinema di Paolo Sorrentino. Un autore che, pur non convincendomi nella sua produzione più recente, in quest’opera tocca vette straordinarie: This Must Be the Place.
C’è una scena in cui il protagonista Cheyenne, una rockstar in pensione interpretata da uno stralunato Sean Penn — un uomo-bambino, ricco, annoiato e rifugiato in una Dublino artificiale — sta giocando a ping-pong con Jeffrey, un giovane incontrato per caso in un locale. Lo sfida e il ragazzo perde il colpo determinante: guarda altrove ingannato da Cheyenne con una battuta malefica. Cheyenne lo fissa e pronuncia una sentenza che sembra scritta per la nostra epoca: “È un problema molto diffuso tra i giovani: la distrazione.”
Eccolo, il male oscuro. La distrazione. La “seduzione della matrice”, quella voglia di arrendersi a un autocrate purché ci garantisca la comfort zone, si nutre di questa distrazione di massa. Siamo troppo impegnati a intrattenerci a morte per accorgerci dell’acqua in cui nuotiamo.
Ma il viaggio di Cheyenne non si ferma alla constatazione della distrazione. Diventa una discesa agli inferi per affrontare la Storia, incarnata dal carnefice di suo padre ad Auschwitz. Ed è qui, nel confronto finale con il vecchio nazista, che il film tocca vette di etica assoluta. Cheyenne non cerca la vendetta banale, cerca una riparazione. C’è un momento di vertigine terribile quando sentiamo in bocca all’aguzzino le stesse parole poetiche e nostalgiche sulla “dolcezza degli inverni in Polonia” che il padre di Cheyenne aveva scritto nel suo diario. Chi le ha scritte quelle parole? La vittima o il carnefice? Il male si appropria della poesia, confondendo i segni e i significati.
È qui che la libertà diventa necessaria: non come diritto astratto, ma come spazio semantico. Non serve scomodare la psicoanalisi per capire che il ricordo, se resta muto, è solo dolore che si ripete. Per uscire dal trauma serve un atto linguistico. Cheyenne costringe il nazista a subire la stessa umiliazione inflitta al padre, ma lo fa sotto lo sguardo di Mordecai, il cacciatore di nazisti, che rappresenta il testimone, la Legge, il “Terzo” necessario a ogni comunicazione.
È una lotta per il riconoscimento. Qui stiamo passando dalla brutale logica della forza — io ti uccido, ti riduco a cosa — alla più alta logica dello Spirito: io ti costringo a guardarmi e a riconoscere che siamo entrambi esseri umani, soggetti a qualcosa di più grande, di intellegibile, o semplicemente di umano, come una legge morale. La violenza pura riduce l’altro a cosa, a oggetto; la giustizia invece impone il riconoscimento dell’altro come soggetto. Ciò che rende la scena catartica, e la distingue dalla semplice vendetta, è la Parola. La vendetta è un’azione muta, circolare, distruttiva. La Giustizia è un atto comunicativo. Mordecai e Cheyenne, attraverso la parola e la testimonianza, restituiscono senso a ciò che il nazismo voleva cancellare.
Ed è qui che torniamo a Enrico Marani e al suo pezzo che ha la consistenza della carta vetrata. Enrico scrive: “La polvere, a differenza delle parole, non mente”. Questa frase è un macigno. La polvere delle macerie di Mostar o dell’Ucraina possiede un valore semantico violentissimo, persino superiore a quello della parola. La polvere è un segno tangibile, è un significante assoluto. Non c’è finzione nella polvere, non c’è simulacro, non c’è la “bistecca virtuale” di Matrix.
La polvere è la Verità nuda, l’ostensione della realtà che emerge quando crollano le sovrastrutture della nostra distrazione. È rivelatrice perché non è negoziabile. In questo senso, Marani ha ragione: l’ignoranza non è una benedizione, perché la polvere arriva comunque, indifferente alle nostre illusioni. Ma è proprio perché la polvere è un segno così potente e definitivo — un segno di morte e distruzione — che abbiamo un disperato bisogno della Libertà.
Perché? Perché la Libertà è l’unico strumento che abbiamo per decodificare quel segno senza esserne annientati. Senza la libertà di parola e di pensiero, restiamo schiacciati sotto il peso muto di quella verità materiale. Senza libertà, non c’è spazio per elaborare il trauma, non c’è Mordecai che testimonia, non c’è Cheyenne che trasforma il dolore in giustizia. Resta solo il significante della distruzione, senza nessuno che possa più attribuirgli un senso umano.
Ed è vero: alla gente distratta, finché nuota nell’acquario, della libertà non importa nulla. Preferisce non vedere. Ma quando l’acqua finisce, arriva la polvere.
Il compito di chi vuole restare libero è smettere di essere distratto e custodire la Parola. Perché se la polvere è la Verità della fine, la Parola libera è l’unica possibilità di un nuovo inizio.
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Certo che ve le suonate di santa ragione!!!!
Benissimo dico!! Noi, leggendovi gongoliamo
Grazie Samuele! :))
Ehm… sommessamente: per quel che ne so, “serendipity” non deriva dal greco ma dal un neologismo ideato da Horace Walpole (lettera del 28 gennaio 1754) che spiegò di averlo coniato ispirandosi ad una antica fiaba persiana “I Tre Prìncipi di Serendib” che nella storia giravano il mondo e, un po’ per fortuna e un po’ per acume, scoprivano per caso cose che non cercavano.
Scusate la puntualizzazione, ma i vostri dialoghi sono talmente belli che forse non devono offrire il fianco a critiche gratuite (purtroppo gli haters non mancano)
Tommaso, grazie, hai perfettamente ragione. Non so perché ma ero convinto fosse un termine derivato dall’antica Grecia. Corretto.
Grazie davvero.
Alessandro