


La crisi di Ceuta mostra come i flussi migratori possano trasformarsi in una leva di pressione su confini, istituzioni e coesione sociale. Ma distinguere tra emergenza umanitaria, sfruttamento criminale e deliberata coercizione geopolitica è indispensabile per costruire una risposta europea efficace.
La crisi migratoria cui abbiamo assistito ieri mostra come un movimento di persone possa trasformarsi rapidamente in una leva capace di mettere sotto pressione confini, istituzioni e coesione sociale. Ma distinguere tra emergenza, sfruttamento criminale e strumentalizzazione geopolitica deliberata è essenziale.
Le immagini provenienti da Ceuta ci pongono, ancora una volta, davanti alla dimensione più drammatica della migrazione incontrollata: migliaia di persone che tentano di raggiungere, anche a nuoto, il territorio spagnolo, con strutture di accoglienza e forze di sicurezza inermi e numericamente inefficaci. Secondo le prime informazioni, migliaia di persone sarebbero riuscite a entrare nell’enclave spagnola, mentre il governo di Madrid ha disposto l’invio di rinforzi militari e di polizia.
È riduttivo, però, leggere quanto sta accadendo soltanto come un’emergenza umanitaria o un problema di controllo delle frontiere. Ceuta rappresenta, in scala quasi laboratoriale, la trasformazione della sicurezza contemporanea: un evento che nasce nello spazio migratorio produce, simultaneamente, conseguenze umanitarie, politiche, sociali, giuridiche, informative e operative. La frontiera esterna dell’Unione europea diventa così anche una frontiera interna della sua stabilità.
Lo scorso maggio, intervenendo a Bucarest sul ruolo della migrazione nelle moderne operazioni militari full-spectrum e ibride, avevo sottolineato un punto essenziale: la migrazione non costituisce, di per sé, una minaccia.
Le persone in movimento restano, anzitutto, esseri umani, spesso esposti a violenza, ricatto e sfruttamento. Ma i flussi migratori possono essere orientati, facilitati o amplificati da attori statali o non statali per esercitare pressione su un Paese, saturarne le capacità di risposta, esasperarne le divisioni politiche e influenzarne le decisioni. Qualcuno si domanda come sia possibile che decine di migliaia di migranti )per la maggior parte giovani uomini, in età militare) siano riusciti a mettere sotto pressione la frontiera a Ceuta in diversi punti?
È qui che la migrazione può assumere anche il valore di una variabile strategica all’interno di operazioni integrate.
Non occorrono necessariamente carri armati né la violazione convenzionale di un confine. È sufficiente produrre effetti convergenti: sovraccaricare i sistemi di accoglienza, impegnare le forze dell’ordine, alimentare la paura e la polarizzazione, mettere in discussione la credibilità delle istituzioni e trasformare la sofferenza delle persone in un moltiplicatore di instabilità.
Il caso odierno richiede, tuttavia, un rigore analitico particolare. Una crisi migratoria può generare effetti destabilizzanti senza essere necessariamente il risultato di un’operazione ibrida orchestrata da uno Stato. Al momento, infatti, non emergono prove sufficienti per attribuire quanto accaduto a Ceuta a un’azione deliberata del Marocco o di un altro attore statale.
Secondo il Ministero dell’Interno spagnolo, l’improvvisa crescita dei flussi sarebbe stata favorita dalle reti criminali, che avrebbero sfruttato una recente sentenza del Tribunale Supremo e diffuso sui social media il messaggio che fosse diventato più difficile procedere al respingimento immediato delle persone intercettate in mare. Madrid sottolinea inoltre la collaborazione delle autorità marocchine, distinguendo espressamente l’episodio odierno dalla crisi di maggio 2021, quando la pressione migratoria si intrecciò chiaramente con le tensioni politiche tra Spagna e Marocco. Questa distinzione non indebolisce la lettura strategica; la rende più precisa.
La “weaponization of migration” non coincide con un arrivo massiccio e non può diventare un’etichetta automatica. Richiede intenzionalità, capacità di orientare il flusso, un obiettivo politico o strategico e l’inserimento della pressione migratoria in un’ampia gamma di strumenti. Senza evidenze di tali elementi, è più corretto parlare di una crisi migratoria gravemente sfruttata da reti criminali, capace comunque di produrre effetti simili a quelli ricercati da un’operazione ibrida.
Ceuta ci ricorda, quindi, che, nella competizione strategica cosiddetta “full-spectrum”, il confine tra sicurezza interna ed esterna è ormai sempre più permeabile. Un mutamento giuridico, la sua amplificazione digitale, l’azione delle reti criminali, la vulnerabilità delle frontiere e la rapidità della mobilitazione umana – facilitata dalla sorprendente disponibilità di dispositivi digitali e dei social media – possono combinarsi in poche ore e generare una crisi multidimensionale.
L’informazione stessa diventa parte dell’ambiente operativo: una sentenza può trasformarsi, attraverso i social media, in un segnale di opportunità e in un acceleratore di comportamenti collettivi.
La risposta europea non può allora esaurirsi nell’alternativa tra accoglienza e chiusura. E su questo punto voglio essere chiaro.
Sospendere il trattato di libera circolazione di Schengen è solo una risposta politica populista e irrazionale, esclusivamente tesa a vellicare o soddisfare la “pancia” elettorale della popolazione votante.
Occorre una capacità integrata di anticipazione, attribuzione e risposta: intelligence sulle reti di traffico, cooperazione con i Paesi di origine e di transito, protezione delle frontiere, meccanismi di accoglienza sostenibili, comunicazione strategica e procedure rapide di coordinamento tra le autorità locali, nazionali ed europee. Significa anche prepararsi a distinguere tempestivamente un fenomeno spontaneo da uno sfruttamento criminale e quest’ultimo da una deliberata coercizione geopolitica.
La lezione di Ceuta è importante: la migrazione può essere al contempo tragedia umana, sfida per il governo e vulnerabilità strategica. Difendere le frontiere e proteggere le persone non sono obiettivi incompatibili. Sono le due condizioni indispensabili per impedire che esseri umani disperati diventino, nelle mani di reti criminali o di attori ostili, strumenti inconsapevoli di pressione sulle nostre società.
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Condivido l’articolo e aggiungerei alle considerazioni finali la necessità di integrare la difesa dei confini e delle persone con interventi reali nei territori dai quali le migrazioni si costituiscono necessarie per sfuggire alle morti da massacri o dalla fame e sete. Interventi che potrebbero aiutare la mitigazione migratoria e favorire lo sviluppo di quelle aree depresse, diminuendo anche la possibilità di rendere queste persone facili prede delle reti criminali per essere trasformati in criminali da macello.
La lezione di Ceuta non è solo che le reti criminali sanno leggere una sentenza e trasformarla in un’opportunità di business. È che l’Europa continua a trattare la frontiera come un problema di accoglienza e non come un terreno di competizione strategica. Distinguere tra emergenza umanitaria, sfruttamento criminale e coercizione geopolitica è necessario, ma non può diventare un esercizio di cautela che paralizza l’attribuzione di responsabilità. Quando migliaia di giovani uomini in età militare saturano un’enclave in poche ore, non basta parlare di “capacità integrate” e di “comunicazione strategica”. Serve deterrenza credibile, capacità di ritorno immediato e la volontà politica di far pagare un costo a chi facilita o tollera il flusso. Altrimenti la frontiera esterna continuerà a essere la frontiera interna della nostra debolezza.
Chiarissimo e arricchente
Non sono d’accordo su quest’affermazione: “Sospendere il trattato di libera circolazione di Schengen è solo una risposta politica populista e irrazionale, esclusivamente tesa a vellicare o soddisfare la “pancia” elettorale della popolazione votante”. Credo invece che l’UE (non altri singoli paesi) dovrebbero sospendere il trattato di libera circolazione di Schengen verso quei paesi che adottino misure e normative atte, più o meno consapevolmente, a favorire l’immigrazione clandestina. Trovo altresì fuorviante parlare d’immigrazione in senso generico, perchè ci sono effetti sostanzialmente diversi tra diversi tipi d’immigrazione, e mentre alcuni sono da limitare, altri sono da favorire.
Oltre al fatto che in Marocco non ci sono guerre, crisi umanitarie o persecuzioni mirate nei confronti di certa popolazione.
Non si può parlare di profughi bisognosi di asilo.
Quindi interventi di respingimento di quei flussi di persone e il rafforzamento delle misure di controllo e sicurezza sono necessari e pienamente attuabili.