


Un vecchio articolo di Mario La Cava torna a parlare al presente: Israele accusato non per ciò che fa, ma per il fatto stesso di esistere e difendersi. Dietro certi giudizi degli intellettuali, lo scrittore vedeva già l’ombra di un antisemitismo riemerso sotto nuove forme.
Lo scrittore Mario La Cava, il 24 settembre 1986, scrisse l’articolo Gli intellettuali e gli ebrei, poi pubblicato il 3 novembre 2004 dal quotidiano Gazzetta del Sud. Dopo quarant’anni, le sue parole sono, purtroppo, ancora attuali.
Già nel suo libro Viaggio in Israele si era dovuto confrontare con i tanti, pessimi luoghi comuni su Israele. Come quello che definisce aggressive e imperialiste le guerre vinte da Israele per esistere. La Cava evidenzia che in guerra si combatte per vincere, non per perdere. E poi: è forse necessario perdere la guerra per acquisire una sorta di moralità?
Contesta chi, citando la superiorità tecnica impiegata in guerra da Israele, la ritiene una soverchieria. Condanna chi considera gli israeliani i nuovi nazisti. Denuncia un antisemitismo “risorgente dalla profondità dei sentimenti occulti”.
Nell’articolo, inoltre, scrive: “Sembra a molti intellettuali come quello cui abbiamo accennato che se un popolo nel corso della sua storia sia stato sempre sopraffatto dagli altri, non debba acquistare mai il diritto né la capacità di difendersi. Si crede doveroso attribuire al popolo vinto il privilegio del martirio e quello del susseguente perdono cristiano”.
Per questi intellettuali Israele è colpevole. Colpevole di esistere. Colpevole di combattere per sopravvivere. Colpevole di aver raggiunto obiettivi ritenuti impossibili, come far fiorire i deserti.
A chi afferma che così si condanna l’altra parte a vivere perpetuamente sotto le tende, La Cava ricorda che le tende potrebbero essere sostituite da “dimore di re”, se il denaro non fosse dilapidato in azioni temerarie.
Per La Cava, questi intellettuali non amano l’Occidente, gli Stati Uniti e i loro alleati, pur apprezzandone i vantaggi, e in realtà vogliono la scomparsa d’Israele.
Ignorano che la distruzione di Israele significherebbe l’inizio della fine per tutto l’Occidente. Non si curano del furore dei movimenti religiosi di cui si avverte il risveglio: “Almeno noi staremo in pace, dicono con sorprendente incoscienza”.
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Mah, io non so, funzionava tutto così bene quando si impegnavano diligentemente a fare il loro dovere di pecore al macello, adesso da quando si sono ficcati in testa quel loro fanatico mai più, un disastro signora mia, ma un tale disastro…