
C’è un filo sottile che unisce l’entusiasmo per il neo-sindaco di New York Zohran Mamdani e il culto occasionale per leader stranieri ogni volta che la sinistra italiana si trova a corto di idee, energie e legittimazione interna. È il filo di una fascinazione comunicativa che nasconde un vuoto più profondo: l’incapacità cronica di generare figure credibili, progetti coerenti, narrazioni radicate nella realtà nazionale.
Mamdani viene celebrato più per ciò che rappresenta simbolicamente che per ciò che ha fatto o potrà realisticamente fare. È l’ennesimo “salvatore esterno” proiettato su uno scenario lontano, ma investito di speranze che hanno poco o nulla a che vedere con la concreta possibilità di riproduzione in Italia. Ancora una volta, si assiste al meccanismo compensativo tipico di una cultura politica afasica, che non riesce a costruire dal basso e preferisce importare icone e immaginari preconfezionati.
Questa dinamica non è nuova, né originale. L’estetica militante sostituisce la strategia, il linguaggio simbolico si fa sistema, la retorica dell’alterità diventa identità. Più che di leadership, si tratta di avatars comunicativi, di utopie estetizzate a cui affidare la propria debolezza strutturale. In assenza di forza propria, la sinistra si rifugia nel fascino dell’innocenza politica: quella che Mamdani oggi incarna perfettamente. Giovane, estraneo all’establishment, antagonista, radicale, etnicamente non bianco, perfetto per essere adottato come simbolo, nonostante la sostanziale inconsistenza operativa del suo programma.
La questione non è Mamdani in sé, ma ciò che il suo successo racconta di chi lo esalta. E, soprattutto, di chi continua a farne un totem utile a nascondere l’assenza di progettualità autonoma. Una sinistra adulta non ha bisogno di credere, ma di costruire. E il culto dell’utopia è spesso solo un modo elegante per non crescere.
Semiotica dell’utopia: il sindaco come avatar comunicativo
Il successo comunicativo di Zohran Mamdani non è un incidente: è il frutto di una costruzione strategica calibrata, dove ogni elemento linguistico, visivo e narrativo è pensato per produrre identificazione immediata e adesione tribale. Mamdani non comunica da istituzione, ma da dispositivo culturale. Non si presenta come amministratore, ma come veicolo narrativo di rivalsa, alterità e giustizia riparativa.
La sinistra europea – e quella italiana in particolare – guarda a questa forma comunicativa con una sorta di invidia semiotica: Mamdani incarna quello che essa vorrebbe essere, ma non riesce più nemmeno a imitare.
La sua grammatica comunicativa è semplice, ma efficace. Si basa su quattro assi semantici: vittimismo etico, estetica del conflitto, linguaggio performativo e disintermediazione radicale. I suoi video non espongono policy, ma mettono in scena la colpa del sistema. La retorica è iper-localizzata ma simbolicamente globale. Ogni elemento – dall’abbigliamento ai toni, dalla “natività digitale” alla scelta del pubblico da mostrare sui social – è studiato per innescare una reazione affettiva, non razionale.
Il suo successo online non è solo numerico: è cognitivo, perché fornisce un frame emotivo dentro cui leggere la realtà in modo rassicurante, moralmente chiaro, binario. Un frame che il pubblico progressista cerca disperatamente.
Il punto non è solo ciò che dice, ma come lo dice: Mamdani traduce in forma iper-accessibile la complessità del linguaggio politico. E lo fa usando strumenti mutuati direttamente dalla retorica populista – semplificazione estrema, identificazione amico/nemico, verticalizzazione del conflitto – ma spostandone l’asse semantico a sinistra.
È, a tutti gli effetti, un populista progressista. La sinistra europea, da anni imprigionata in linguaggi autoreferenziali e cognitivamente elitari, riconosce in lui un modello vincente: parla alle masse senza essere percepito come demagogo, usa TikTok senza infantilizzarsi, semplifica senza apparire ignorante. È ciò che vorrebbero essere, ma non hanno più le categorie culturali per diventarlo.
Ma se Mamdani riesce a usare il populismo progressista con efficacia, è anche perché non ha zavorre ideologiche o strutturali. Non rappresenta un partito storico, non ha un passato da difendere, non gestisce equilibri interni. È un candidato narrativo puro.
Al contrario, i partiti della sinistra italiana (e europea) sono macchine linguisticamente esaurite: incapaci di rinnovare i propri codici simbolici, restano impantanati in un lessico burocratico, codificato, post-ideologico, che mal si presta alla performatività richiesta dal nuovo ecosistema mediale. Provano a copiare il “metodo Mamdani” ma senza avere il capitale semantico o la libertà politica per farlo. Il risultato è un’imitazione grottesca, goffa, poco credibile.
In assenza di figure con simile forza comunicativa, si assiste allora al meccanismo compensativo già visto altrove: l’esterofilismo simbolico. Come fu per Podemos, Corbyn, Sanders o Sánchez, anche Mamdani diventa l’avatar salvifico cui delegare la rappresentazione del “possibile”.
Ma la fascinazione per Mamdani non è solo fascinazione per un uomo: è fascinazione per un’utopia narrativa. È la prova che – da qualche parte – un linguaggio di sinistra può ancora funzionare. Ma è anche la cartina tornasole del fallimento interno. Perché se la speranza deve sempre venire da fuori, vuol dire che non esiste più una cultura politica autosufficiente. E questo è il vero cuore del problema.
Tuttavia, vale la pena chiedersi: può davvero funzionare questo modello di comunicazione? Può essere sostenibile nel tempo o resta intrappolato nella logica del consenso immediato?
E, ancora: cosa comporta – sul piano culturale e politico – la costruzione di una leadership solo narrativa, fondata sull’estetica della radicalità e non sulla sua ingegneria strutturale?
Sono domande che la sinistra italiana – e non solo – si rifiuta di affrontare, preferendo adottare il Mamdani-style come brand emotivo, più che come pratica strategica. Ma ignorarle significa continuare a confondere la semiosi con la strategia, la narrazione con il progetto.
Proprio per questo, serve ora analizzare cosa davvero rappresenta questa egemonia della comunicazione morale e performativa, e perché – anziché rafforzare – può indebolire un campo progressista privo di struttura.
Il culto dell’altro: quando la sinistra smette di crescere
La fascinazione per figure come Mamdani, così come per altri modelli “radicali” esteri, non nasce da una volontà di apprendimento politico o da una strategia comparativa: nasce da un vuoto strategico strutturale che ha bisogno di essere colmato con simboli. In assenza di una grammatica nazionale del potere, la sinistra italiana cerca rifugio in narrazioni surrogate.
È un meccanismo di compensazione simbolica, dove l’imitazione diventa surrogato dell’identità e il transfert dell’utopia sostituisce l’elaborazione autonoma di una visione. In psicopolitica, si parlerebbe di una dinamica proiettiva: si colloca all’esterno ciò che non si riesce a produrre all’interno.
La forza semantica di Mamdani non risiede nelle sue proposte – ancora largamente irrealizzabili e non testate – ma nell’apparato simbolico che incarna: giovane, di sinistra, “diverso”, antagonista. È la proiezione visiva e narrativa di una sinistra che ha confuso comunicazione e politica, storytelling e progettazione.
L’egemonia del linguaggio performativo – basato su frame come giustizia, resistenza, popolo, lotta – ha prodotto una sinistra estetica, immaginifica e autoreferenziale, in cui l’unico spazio reale rimasto è quello del racconto, non della realtà.
In questo senso, Mamdani non viene imitato per ciò che fa, ma per ciò che rappresenta. È il simbolo di una vittoria “pura”: non ancora compromessa dalla mediazione, non ancora sporcata dal potere, non ancora giudicata dalla prassi.
È la celebrazione dell’innocenza politica, che in contesto comunicativo si traduce in un brand senza contenuti negoziabili. Ma il mito dell’innocenza è anche la maschera della non-volontà di crescere politicamente.
Perché crescere, nella politica, significa dover deludere. Significa articolare, mediare, costruire alleanze, gestire vincoli. Il culto del modello esogeno funziona come escamotage psico-politico per rimandare indefinitamente il confronto con la realtà nazionale.
Questa mitizzazione, che parte dal racconto e finisce nel simulacro, ha conseguenze evidenti. La prima è la non trasferibilità.
La cosiddetta “Mamdani Tax” – una proposta di patrimoniale sui redditi più alti e un inasprimento selettivo del prelievo fiscale sui più ricchi per finanziare servizi pubblici – non è stata né approvata né implementata, e si trova già al centro di tensioni politiche interne, con la netta contrarietà del governatore democratico dello Stato di New York.
Nonostante questo, la sinistra italiana l’ha immediatamente adottata nel discorso pubblico come se fosse un’innovazione consolidata e applicabile, sospendendo qualsiasi analisi sul suo reale impatto o sulla sua fattibilità nel contesto nazionale. Ciò che conta non è il contenuto operativo, ma il segno linguistico, la carica simbolica, l’aura di radicalità che il nome porta con sé. E così si scambia il branding fiscale per riformismo strutturale.
È lo stesso cortocircuito che ha già caratterizzato altri entusiasmi del passato: Podemos è stato celebrato per la sua retorica assembleare ben prima di entrare in un governo; Corbyn, per il suo purismo ideologico, prima ancora di scontrarsi con il nodo dell’antisemitismo nel Labour; Sánchez, per il riconoscimento della Palestina, senza interrogarsi sulle condizioni interne di consenso in Spagna.
Anche in questi casi, la fascinazione per l’utopia precede ogni valutazione sulla sostenibilità e sull’adattabilità. È un gesto comunicativo che risponde più a una domanda emotiva di purezza che a un’esigenza strategica. Ma questa non è politica: è sostituzione simbolica del reale con l’ideale, in una spirale di astrazione identitaria.
La fascinazione comunicativa, inoltre, è rafforzata da una dinamica che potremmo definire “egemonia dell’opposizione”: si costruisce il consenso più su chi si combatte che su cosa si propone. È una dinamica che la sinistra – italiana ed europea – ha assorbito in maniera simmetrica al populismo di destra: non è l’agenda a generare identità, ma il nemico narrativo.
Nel caso di Mamdani: Trump, le lobby economiche, i media conservatori. Nell’immaginario progressista, chi è odiato dal “sistema” è automaticamente credibile.
La conseguenza è una forma di consenso reattivo, moralizzante e binario, in cui ogni forma di contraddizione viene riassorbita nel frame dell’antagonismo morale. E proprio in questa semplificazione binaria si apre un varco enorme per le tecniche di propaganda.
In più, l’eccessiva valorizzazione della comunicazione come fine – anziché come strumento – produce un paradosso performativo: si continua a comunicare ciò che non si è in grado di fare. È il caso del Mamdani-style adottato da esponenti della sinistra italiana, che parlano di redistribuzione patrimoniale in un contesto dove non hanno né potere esecutivo, né programma coerente, né basi sociali solide.
È un uso autoreferenziale del linguaggio politico, che non mira a costruire consenso reale, ma a rafforzare identità virtuali.
Nel tempo, questo meccanismo finisce per produrre una spirale di impotenza comunicativa. Più si cerca di imitare il modello esterno, più si rende evidente la propria inconsistenza. Il risultato è un paradosso identitario: la sinistra si entusiasma solo per ciò che non la riguarda, si mobilita solo su temi lontani, si organizza solo intorno a narrazioni importate.
Ma nel frattempo non costruisce nulla. Né classe dirigente, né infrastruttura politica, né cultura di governo.
Il culto dell’“altro” – declinato come esterofilia salvifica – è un tratto ricorrente della sinistra italiana contemporanea. Non si tratta di semplice ammirazione per modelli stranieri di successo, ma di un vero e proprio meccanismo sostitutivo. È un culto dell’esotico politico: l’altro è sempre più autentico, più efficace, più “puro”.
Questo atteggiamento è però un segnale inequivocabile di regressione culturale e strategica. Quando la politica smette di costruire modelli autoctoni e si limita a “importare” icone narrative, abdica al proprio ruolo nazionale e rinuncia all’elaborazione autonoma di una proposta storica.
In termini gramsciani, potremmo parlare di egemonia assente e passiva, delegata ad altri contesti, incapace di produrre un blocco sociale organico.
Questa dinamica è il sintomo evidente di una sinistra che ha smesso di crescere politicamente.
Invece di affrontare il conflitto tra idealità e realismo, si rifugia nell’adolescenza ideologica. Preferisce la purezza retorica alla compromissione necessaria della politica, la comfort zone della testimonianza all’incertezza della mediazione.
È una sinistra ferma a una fase pre-politica: non evolve, non stratifica competenze, non seleziona classe dirigente, ma si replica in un loop identitario fatto di slogan, conferme emotive e indignazione reiterata.
In termini sistemici, è una sinistra che ha smarrito la tensione alla responsabilità di governo e si rifiuta di entrare nella fase matura del ciclo politico.
L’effetto finale è una rappresentazione della politica come messianismo ciclico. Ogni “altro” carismatico – da Podemos a Sanders, da Syriza a Mamdani – viene caricato di aspettative salvifiche e poi inevitabilmente delude, perché non può soddisfare una domanda che è di natura psico-politica più che programmatica.
È una forma di eteronomia simbolica, in cui la politica si svuota della sua funzione trasformativa e diventa consumo emozionale. Il soggetto politico non viene più formato, ma sollecitato. Non si responsabilizza, ma si consola.
La sinistra italiana è rimasta ancorata a un modello di militanza emozionale che non produce strutture, ma cicli di entusiasmo e disillusione. Un meccanismo che, a lungo andare, distrugge la credibilità stessa della proposta progressista.
Cercarsi fuori non è una soluzione
L’infatuazione per Mamdani non è solo il segno di un entusiasmo ingenuo verso la novità. È la spia di una sinistra che non crede più nei propri strumenti, che si guarda allo specchio e non si riconosce, e che allora cerca fuori da sé un’immagine idealizzata da assumere come propria.
Ma nessuna leadership esterna può sostituire una strategia assente. Nessun racconto di successo altrove può coprire il vuoto di proposta qui.
In assenza di radicamento, la sinistra si limita a rincorrere icone, spesso scambiando l’estetica per efficacia, la narrazione per programma, l’alterità per innovazione.
Sul piano comunicativo, questo slittamento è ancora più marcato. Il frame del “nemico comune” e della “minoranza morale” ha sostituito ogni tensione universalista. Si parla a gruppi, non a società. Si predica ai già convinti, non si costruisce egemonia.
Il successo comunicativo di Mamdani – fatto di codici estetici, linguaggi tribali, reti di attivismo digitalizzato – affascina proprio perché la sinistra nostrana ha smesso di produrre forme originali di comunicazione politica.
Ma il rischio è evidente: si importa una grammatica senza possedere il contesto, si copia il tono ma non si padroneggia la sostanza.
La fascinazione per Mamdani è lo specchio di una sinistra che non vuole fare i conti con la propria crisi. E che quindi, anziché riformularsi, si proietta.
Ma senza un ritorno al reale – ai vincoli, alle risorse, ai rapporti di forza – nessun entusiasmo resisterà al tempo. L’utopia, quando non si misura con l’amministrazione, diventa estetica della sconfitta.
In fondo, il problema non è Mamdani. Il problema è una sinistra che non sa più essere sé stessa, e allora insegue gli altri. Con tutto il fervore di chi ha perso la propria direzione, ma non ha ancora rinunciato a raccontarsi una storia.
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