
Le note che seguono possono sembrare stonate, fuori tempo e fuori luogo. Forse lo sono. Ma lascio ai profeti del giorno dopo tutte le spiegazioni della schiacciante vittoria elettorale di Donald Trump. Qui preferisco soffermarmi sulla crisi della cultura liberale, al di qua e al di là dell’Atlantico, che pure non è estranea al rientro del tycoon newyorkese nella Casa Bianca.
Il termine “liberale” è ottocentesco. Entra nel linguaggio politico con le Cortes di Cadice nel 1812, in cui designava il partito delle pubbliche libertà opposto al partito “servil”, fedele al vecchio ordine assolutistico. Nel Novecento i partiti che si richiamavano al liberalismo hanno occupato negli schieramenti parlamentari posizioni assai diverse: conservatrici, centriste, moderate, progressiste. Secondo Benedetto Croce, invece, il vero liberalismo non aveva bisogno di aggettivi per definire la sua dottrina. Il suo nome bastava a se stesso “perché i liberali non potevano dividersi in conservatori o democratici, moderati o progressisti, essendo, per vocazione e per coerenza intellettuale, accomunati dalla missione comune di stabilire e far rispettare la libertà” (“Taccuini di guerra”. 1943-1945, Adelphi, 2004).
Di tutt’altro avviso è Michael Walzer nel suo ultimo libro, “Che cosa significa essere liberale” (Raffaello Cortina Editore, aprile 2023). Per il professore emerito dell’Institute for Advanced Study di Princeton, oggi è liberale chi non è fanatico e settario, ma altruista e tollerante, qualunque sia la sua ideologia e la sua religione. E si serve del tema controverso della meritocrazia per suffragare questa tesi. Quanta diseguaglianza -si chiede- è compatibile con una società giusta? E risponde con argomenti certamente indigesti alle sinistre radicalpopuliste. Se un imprenditore di successo -sottolinea- può permettersi una vacanza più costosa della mia, la differenza di reddito non è un’offesa a un malinteso egualitarismo. Se invece può acquistare cure mediche a me inaccessibili, questo è ingiusto. Avere più soldi di un altro non è un crimine. Non si dovrebbe poter comprare un giudice, un senatore, o (auspicabilmente) armi ad alto potenziale offensivo, o cibi contaminati. E il mercato va certamente regolato. Ma “non ho mai compreso la critica della sinistra al consumismo, come se ci fosse qualcosa di sbagliato nel fare acquisti o nel desiderio di cose belle. […] Mio padre gestiva una gioielleria e mi raccontò storie di famiglie di operai siderurgici che venivano a comprare una collana o un braccialetto per le loro figlie sedicenni: erano acquirenti orgogliosi. Una conquista che in troppi a sinistra non apprezzano”.
La prima ragione dell’ostilità di “quei troppi” verso il mercato è stata sempre quella che il profitto, e le tecniche adottate per accumularlo, incentiverebbero una concezione materialistica del benessere, inducendo spese futili e volgari. Ora, può anche essere deplorevole che nelle stazioni di servizio sulle autostrade si vendano più cassette di canzoni atroci che di musica classica, o che la tiratura dei rotocalchi pettegoli superi quella delle riviste letterarie. Poiché del passato si salva per fortuna la memoria dei letterati e dei musicisti, e non quella dei pettegolezzi e delle canzonette usa e getta, viene da immaginare che lo sviluppo capitalistico abbia provocato un involgarimento dei costumi. Ciò deriva dal fatto che fino all’età moderna, ossia all’età in cui il capitalismo si è sposato con la democrazia, le élite sociali e intellettuali sono state il soggetto dominante della storia. Soltanto la rivoluzione industriale e la rivoluzione democratica hanno portato in primo piano i gusti e i consumi delle masse. Sarebbe senz’altro desiderabile che esse mostrassero gusti colti e costumi raffinati, ma il compito di svilupparli spetterebbe più al sistema educativo che ai capitalisti.
Allora, si chiede da ultimo il filosofo americano, come applichiamo l’aggettivo “liberale” a figure storiche che incarnano quelle che oggi consideriamo contraddizioni intollerabili? Voltaire si batteva coraggiosamente per la libertà religiosa dei protestanti nella Francia cattolica, ma era razzista e antisemita. Thomas Jefferson fu uno dei redattori della Dichiarazione di Indipendenza del 1776, ma aveva degli schiavi. John Stuart Mill condannava ogni tentativo dello stato di limitare la libertà di opinione, ma appoggiò il colonialismo con una visione paternalistica delle nazioni meno progredite dell’Inghilterra.
O, ancora, molti esponenti del pensiero liberale (non però Mill) davano per scontata l’inferiorità delle donne. La loro reputazione è stata messa di recente sotto accusa dalla “cultura woke”. E’ diventato di moda rimproverare le colpe dei nostri antenati. Walzer, con la garbata ironia che gli è consueta, si prende gioco di questa deriva inquisitoria. E lo fa servendosi di un versetto della Bibbia su Noè che recita: “Era un virtuoso tra la sua generazione”.
Era, cioè, un uomo virtuoso nel suo tempo, non un virtuoso per tutte le stagioni. Tra i suoi contemporanei, era un buon cittadino. Così come, nella loro epoca, Voltaire era un un filosofo liberale, Jefferson un repubblicano liberale e Mill un liberale puro. Mentre non è mai esistita né può esistere una teocrazia liberale, ovvero un governo liberale di sacerdoti, rabbini, imam, ayatollah. Chi parla in nome di Dio è intollerante nei confronti del dissenso. Più in generale, lo scetticismo liberale non va d’accordo con l’onniscienza divina, né l’ironia liberale con l’onnipotenza divina. Né può esistere una versione del razzismo che sia liberale -e lo stesso vale per l’antisemitismo, la misoginia e l’omofobia. Il fanatismo e l’odio non hanno declinazioni liberali. Di contro, ci sono stati e ci sono democratici elitisti e antisemiti. Non per caso hanno perso clamorosamente la sfida con un demagogo divisivo, sconsiderato, incompetente, maschilista, ignorante, pericoloso, xenofobo, razzista, isolazionista. C’era una volta in America…
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