

È proprio in febbraio che cade il centenario della nascita di Verner Panton e colgo questa occasione per riscoprire il maestro visionario che ha scardinato le coordinate del design d’interni. Nato e cresciuto in Danimarca, Panton ha saputo attingere alla grande tradizione progettuale del suo Paese per poi proiettarla verso orizzonti inediti. In un secolo di storia, pochi autori hanno saputo come lui trasformare lo spazio abitativo in un manifesto di libertà e fantasia.
“You sit better on a colour that you like” è una delle affermazioni sul colore tra le tante che ci sono rimaste di Verner Panton. Il designer danese (1926-1998) ha colorato gli anni ’60 e ’70 progettando arredi che raccontavano e raccontano tutt’ora di un mondo esuberante, variopinto, multiforme, ma non solo: un mondo curioso e visionario.
L’architetto oltre il designer
Panton si formò come architetto a Copenaghen, presso la Royal Danish Academy of Fine Arts, dove si diplomò nel 1951. Dopo i primi passi nello studio di un mostro sacro come Arne Jacobsen, scelse di tracciare la propria rotta: aprì il suo studio nel 1955 e intraprese un viaggio attraverso l’Europa a bordo di un furgone trasformato in laboratorio mobile. In questo spazio di sperimentazione nomade, esplorò nuove idee lontano dai dogmi, sviluppando uno stile inconfondibile che unisce natura e geometria in modo audace. Per lui, il design rappresentava uno stimolo costante, un invito rivolto a chiunque a partecipare a un gioco creativo collettivo.
La fantasia come strumento quotidiano
Mentre molti suoi contemporanei si rifugiavano nel rigore del funzionalismo scandinavo più tradizionale, Panton scelse la strada della provocazione garbata. La sua non era un’esuberanza fine a se stessa: voleva che le persone fossero stimolate dagli oggetti di cui si circondavano. Voleva che la fantasia entrasse nella vita quotidiana non come un elemento estraneo, ma come un supporto al benessere. La sua filosofia del colore ne è la prova più evidente. Per Panton, il colore era un’energia capace di influenzare l’umore e la percezione dello spazio. Ci ha insegnato che scegliere un colore che piace per la propria sedia (per esempio invece che farselo imporre – come spesso accade oggi – dalle strategie di marketing) è un atto di consapevolezza verso la propria felicità domestica.
Un’eredità che non invecchia
A cento anni dalla nascita, la carica innovativa di Panton continua a vivere grazie a numerosi pezzi che sono ancora oggi punti di riferimento nei cataloghi delle aziende più prestigiose. Se la Panton Chair (1967) rimane il simbolo del suo successo e della sua storica collaborazione con Vitra, la sua visione della luce e dello spazio abita il presente attraverso le lampade Panthella prodotte da Louis Poulsen e le collezioni curate da marchi come Verpan, & Tradition e Thonet.






In questo solco si inserisce anche Fritz Hansen, che festeggia il centenario con la Serie 7™ – Verner Panton 100, una speciale riedizione che ripropone quattro tonalità (giallo, arancione, rosso e marrone) della palette creata da Panton per la celebre sedia di Arne Jacobsen nei primi anni ’70. Come sottolinea Els Van Hoorebeeck, direttore creativo di Fritz Hansen: “Quella collaborazione rappresentò un capitolo fondamentale nella storia del design danese: Panton sfidò la sobrietà del modernismo tradizionale attraverso l’uso di materiali non convenzionali, il suo lavoro ha catturato lo spirito del tempo mettendo in discussione le convenzioni e immaginando nuovi modi di vivere”.
La forza di questi oggetti risiede nella capacità di Panton di costruire un immaginario multiforme, offrendo a chiunque lo spazio per trovare la propria dimensione oltre le mode. Il design diventa così un atto di libertà condivisa, un invito costante a ricordare che la realtà può essere variopinta e ispirata ogni giorno, a partire dai gesti più semplici della nostra quotidianità.
Dove ritrovare Panton oggi
Per chi desidera immergersi dal vivo in questa esplosione di creatività, il Vitra Design Museum di Weil am Rhein (Germania) rimane il custode principale della sua eredità, ospitando gran parte del suo archivio e dei suoi prototipi. Tuttavia, la vera vittoria di Panton risiede nella persistenza dei suoi oggetti nelle nostre case e nei luoghi d’incontro contemporanei. Celebrare i suoi cento anni non significa solo guardare al passato, ma continuare a scegliere oggetti che sappiano parlare alla nostra parte più curiosa e fanciullesca. Perché, come lui stesso ha dimostrato, la fantasia non è un lusso per pochi, ma un’esigenza vitale per abitare con gioia il presente.
“Lo scopo principale del mio lavoro è provocare le persone a usare l’immaginazione. La maggior parte delle persone trascorre la propria vita in uno squallido conformismo grigio-beige, con la paura mortale di usare i colori“.
Verner Panton

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Articolo molto gradevole. Grazie a lei posso dire di aver imparato cose nuove di un mondo a me alieno!! Che ci posso fare!!!
Grazie a lei, sono davvero felice di aprire spiragli verso altri mondi!
E finalmente grazie a lei anch’io, totalmente analfabeta in materia, adesso so da dove viene la parola pantone.
Confesso, anche io sono analfabeta e scopro oggi l’origine della parola pantone.
Non ci posso credereeeee!!!
Grazie mille, purtroppo però devo deluderla: non sembra ci sia un collegamento diretto tra il designer danese e la scelta del nome dell’azienda Pantone (statunitense) che deriva dalla fusione dei vocaboli Pan + Tone. Poi, però, è vero che le strade delle due realtà si sono incrociate del corso degli anni (la Pantone ha origine nei primi anni 60). Una buonissima giornata.
Ah ecco, la mia ignoranza è ancora più grande di quello che pensavo: ignoravo anche che Pantone fosse il nome dell’azienda… E grazie dunque per questo ulteriore chiarimento.
Ho trovato illuminante il suo sguardo su Panton e la plastica come strumento di libertà. Mi ha fatto ripensare a un contesto in cui lo stesso oggetto ha assunto un significato quasi opposto: il Venezuela degli anni ’70. Qui la Panton Chair non arrivò come provocazione elitaria, ma come simbolo di una modernità da inventare ex novo, in sintonia con l’euforia petrolchimica e l’arte cinetica di Cruz-Diez e Soto. Nacquero versioni locali in vetroresina, più robuste e dai colori ancora più accesi, perfette per terrazze e discoteche caraibiche. Curiosamente, questi “falsi d’autore” tropicali sono oggi spesso più narrativi e ambiti degli originali Vitra, nelle gallerie di Caracas.
Grazie per aver riacceso la curiosità verso Panton: in tempi di minimalismo dominante, la sua insistenza sul colore resta un piccolo, necessario atto di resistenza gentile.
Grazie a lei Daniela, per l’attenzione dedicata all’articolo e per la sua visione allargata.