


Oltre 52.000 persone chiedono che il sindaco di New York non partecipi alla commemorazione del venticinquesimo anniversario dell’11 settembre. Al centro della petizione, i rapporti di Mamdani con figure controverse, il sostegno a candidati radicali e le posizioni espresse in passato dal padre.
Nel momento in cui scriviamo, oltre 52.000 persone hanno firmato una petizione su “Change.org” per chiedere che il sindaco di New York Zohran Mamdani non partecipi alla cerimonia di commemorazione dei 25 anni dell’attentato alle Torri Gemelle. Il 25 luglio, il “New York Post” riportava che tra i firmatari c’erano dai 3.000 ai 7.500 familiari delle vittime degli attacchi.
Il promotore della petizione è Giovanni Galante, la cui moglie Grace Catherine Galante aveva 29 anni quando è rimasta uccisa l’11 settembre 2001: “La nostra obiezione si basa sui suoi precedenti – il suo mancato riconoscimento significativo dell’orrore di quel giorno e il suo impiego, sostegno o associazione con individui che hanno minimizzato l’11 settembre, difeso terroristi o addirittura suggerito che l’America ‘meritasse’ gli attacchi”, ha dichiarato.
Relazioni ambigue
Tra le motivazioni addotte nella petizione per escludere Mamdani vi sono certe sue relazioni: durante la sua campagna elettorale, si è fatto spesso vedere assieme a Siraj Wahhaj, un imam di Brooklyn che l’allora candidato democratico aveva definito un “leader e pilastro” della comunità musulmana locale. Tuttavia, secondo i procuratori federali, sarebbe sospettato di essere tra i mandanti dell’attentato al World Trade Center del 1993.
Se sul suo coinvolgimento nell’attentato ci sono solo sospetti, è invece appurato che Wahhaj ha esternato numerosi commenti omofobi in passato. Inoltre, nei primi anni 2000 invitò in un suo sermone i fedeli a “marciare attraverso New York” per portare avanti una jihad armata.
Un altro legame controverso è quello con Ramzi Kassem, nominato da Mamdani primo consigliere di New York. Kassem ha difeso Ahmed al-Darbi, un terrorista di Al-Qaeda che si è dichiarato colpevole per aver pianificato nel 2002 un attentato dinamitardo contro una petroliera francese, e Mahmoud Khalil, esponente di spicco delle proteste anti-Israele alla Columbia University.
Dai suoi vecchi tweet, non più reperibili ma di cui il “New York Post” ha pubblicato gli screenshot nel luglio 2025, è emerso che nell’agosto 2015 Mamdani ha preso le difese di Anwar al-Awlaki, imam americano di origine yemenita divenuto un terrorista di Al-Qaida, prima di essere eliminato da un drone americano in Yemen nel 2011. Nei suoi tweet, Mamdani ha incolpato la sorveglianza da parte dell’FBI per la radicalizzazione dell’imam.
Appoggio a candidati radicali
I firmatari hanno chiesto conto a Mamdani anche per aver appoggiato pubblicamente candidati democratici controversi, come Aber Kawas, candidata per un seggio in Senato alle midterm del 3 novembre 2026. Nel 2017, ospite del podcast dell’Asian American Writers’ Association, ha detto che l’11 settembre è stato frutto della “continuazione” del “sistema del capitalismo, del razzismo e del suprematismo bianco”, usati “per colonizzare terre, sottrarre risorse ad altri popoli”.
In passato, la Kawas ha anche espresso solidarietà nei confronti di Ahmed Ferhani, condannato nel 2012 per aver pianificato di far esplodere una sinagoga a Manhattan, mentre una candidata appoggiata da Mamdani per il Congresso, Darializa Avila Chevalier, nei suoi post passati ha detto che gli Stati Uniti sono “una fottuta disgrazia” e l’8 ottobre 2023 ha partecipato a una manifestazione antisraeliana, proprio il giorno dopo i massacri compiuti da Hamas.
Paradossalmente, pur essendo di estrema sinistra, la Chevalier è stata elogiata anche da David Duke, ex Gran Maestro del Ku Klux Klan. Secondo il “Washington Free Beacon”, la ragione è che entrambi hanno espresso posizioni contrarie ai matrimoni interrazziali: in un suo post del 2019, successivamente cancellato, la candidata democratica ha attaccato i maschi neri e arabi che “feticizzano” le femmine bianche, da lei definite “brutte donne colonizzatrici”.
Il padre, l’antropologo che normalizzò gli attentati suicidi
Mamdani si è ritrovato nell’occhio del ciclone anche a causa di suo padre, l’antropologo indo-ugandese e docente della Columbia Mahmood Mamdani. Nel 2004, questi pubblicò un libro intitolato “Musulmani buoni e cattivi”, nel quale scrisse: “Dobbiamo riconoscere l’attentatore suicida, prima di tutto, come una categoria di soldati”. Aggiunse che “gli attentati suicidi devono essere intesi come una caratteristica della moderna violenza politica piuttosto che stigmatizzati come un atto di barbarie”.
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Stiamo parlando di quello che ha avuto il coraggio di annoverare fra le vittime dell’11 settembre sua zia perché nei giorni successivi quando prendeva la metropolitana si sentiva guardata male per via del velo.