

Nel suo Victory Speech di ieri notte, Zohran Mamdani ha elencato una lunga sequenza di identità etniche: «Yemeni bodega owners, Mexica Abuelas, Senegalese taxi drivers, Uzbek nurses, Trinidadian line cooks, Ethiopian aunties». È un’immagine studiata, quasi liturgica: la comunità definita non da un progetto condiviso, ma dall’origine.
Per oltre un secolo – e in modo particolarmente intenso nel periodo immediatamente successivo all’11 settembre – generazioni di NewYorkesi si erano riconosciute nel modello del “melting pot” (crogiolo): l’idea che identità diverse potessero mescolarsi e produrre una cittadinanza nuova, non definita dall’origine, ma dall’appartenenza alla città. È solo con l’ascesa, negli ultimi anni, di un linguaggio politico fondato sulla categoria dell’oppressione e sulle grammatiche della critical theory (ulteriormente popolarizzate attraverso il ciclo culturale di BLM) che questa visione è stata progressivamente sostituita dal paradigma del “mosaico identitario” di tasselli che non si fondono insieme.
Paradossalmente, la diffusione di questo linguaggio non è stata trainata dalle comunità rappresentate nel ruolo di “oppressi”, ma da segmenti colti e benestanti della popolazione: studenti bianchi dei college più selettivi, professionisti urbani, figli della borghesia accademica.
Questa impostazione divisiva contrappone alle comunità definite oppresse un nemico altrettanto totalizzato: i “ricchi”, i “corporations”, i “sionisti”, termini usati in senso acusatorio e aggregante, come se designassero blocchi unici e omogenei. In questo passaggio semantico, una pluralità interna viene ridotta a identità assoluta.
È poi significativo ciò che in quella lista NON compare. Mancano del tutto le comunità asiatiche — cinesi, coreane, giapponesi, indiane — che hanno riscontrato un eccezionale successo economico e scolastico negli Stati Uniti. Sono minoranze che non si prestano al modello “oppressi vs oppressori”, e la loro esistenza contraddice l’idea che le gerarchie siano determinate in modo fisso.
Anche la scelta di tono nel discorso non è stata secondaria. Come ha osservato su CNN Van Jones, famoso commentatore politico afroamericano legato all’area democratica, la versione “calda”, inclusiva e sorridente di Mamdani vista per mesi durante la campagna si è improvvisamente dissolta sul palco della vittoria. La voce è l’espressione erano invece tese, l’enunciazione aggressiva, da arringa. Non si tratta di un semplice dettaglio stilistico: è il segnale di una politica che non vuole allargare il cerchio, ma rinsaldare la propria base. Zohran non parlava alla città, ma solo al proprio pubblico.
Un contrasto netto con il periodo che era seguito all’11 settembre 2001, quando la città si era sentita profondamente unita dalla condivisione della vita urbana: la metropolitana, le sirene, i caffè riaperti troppo presto. Non era un’unità celebrativa, ma civica. Fragile, transitoria, ma profonda e reale.
Resta il fatto che una metropoli come New York può essere governata solo se esiste qualcosa che tiene insieme persone diverse oltre la loro origine. Quando quel collante si indebolisce, e la politica si riduce a rappresentare alcuni e a diffidare di altri, si finisce inevitabilmente per parlare molto, ma costruire poco.
Una città infatti non si regge sulle parole: si regge sulle infrastrutture che permettono anche a chi non si somiglia di condividere lo stesso spazio.
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Quadro perfetto, di una rivoluzione sociale che parte dal ’68, studenti divenuti professori e parte delle elites, il credo americano accantonato per inseguire il multiculturalismo penitenziale. Condizioni perfette per una vera nuova guerra civile.
Scusa Franco se mi permetto. “Studenti divenuti professori e parte delle elites” lo integrerei come segue: “studenti autodefiniti ‘contestatori’, ‘ribelli’, ‘rivoluzionari’, divenuti professori e parte di quelle elites che contestavano, e contro cui dichiaravano di voler fare la rivoluzione”