
Una domanda credo agiti i pensieri di molti che fino a l’altro ieri hanno dato un voto di opinione e non ideologico al PD: “Fino a quando i riformisti potranno aderire all’indirizzo dato al partito da Elly Schlein con l’appoggio dell’enigmatico Dario Franceschini?”
Si sente dire che non andranno oltre l’attuale flebile mugugno, perché per fare politica bisogna stare in parlamento ed è meglio avere torto dentro che ragione fuori, purché non perduri l’attuale sistema delle liste bloccate imposte dai capi-partito, che possono promuovere o annichilire carriere politiche.
Il che vuol dire dissentire il minimo indispensabile, ma nella realtà essere disposti a una acquiescenza in cambio di collegi sicuri.
Però se dovesse avverarsi una delle poche cose giuste e inoppugnabili dette recentemente da Carlo Calenda sulla posizione dell’alleanza di sinistra in politica estera, sarebbe impossibile evitare una spaccatura che potrebbe portare all’uscita di alcuni dal partito.
Sarà dirimente infatti quali risposte verranno date dall’ineffabile segretaria in campagna elettorale circa la collocazione internazionale del nostro paese, con particolare riferimento alla NATO, al riarmo e ai rapporti con America, Russia e Cina…e anche la UE.
Tra i tanti motivi dell’esclusione del PCI dal cosiddetto “arco costituzionale” al primo posto figurava proprio la sua opposizione alle alleanze contratte dai governi De Gasperi e sempre confermate.
Non a caso Aldo Moro aderì all’idea del compromesso storico proposto da Enrico Berlinguer, quando il segretario del PCI dette garanzia del mutato atteggiamento dei comunisti italiani in rapporto alla Comunità europea e Alleanza atlantica.
Aldilà di quello che si ipotizza, è difficile credere che la maggioranza degli italiani sia favorevole ad una collocazione neutralista, soprattutto se questo inizio di nuova guerra fredda si consolidasse.
Recentemente Angelo Panebianco in un fondo sul Corriere ha posto la questione in modo lucido, ipotizzando addirittura il verificarsi di circostanze che imporrebbero governi di unità nazionale. (Sic!).
Attualmente si sussurra che alcuni sherpa dei due schieramenti di destra e sinistra stiano riservatamente discutendo della nuova legge elettorale, che vedrebbe convergenti interessi di Giorgia Meloni e Elly Schlein verso la reintroduzione di una consistente quota proporzionale e forse delle preferenze.
L’idea sarebbe più che giusta, ma se rimarrà una elevata soglia di accesso e verrà introdotta la figura del candidato premier capo coalizione, servirà a poco o nulla.
Solo dando agli elettori la possibilità di votare il partito che si presenta con la sua identità corrispondente al suo preciso indirizzo, ancorché frammentato, forse recuperando un po’ di astensione e spostando al dopo elezioni le alleanze, si otterrebbe lo scopo di evitare il confronto di due schieramenti condizionati dalle ali estreme, che spesso hanno istanze comuni, soprattutto in politica estera (Es. Salvini e Conte).
Il cambiamento anche morbido della collocazione internazionale dell’Italia, tra i fondatori dell’unità europea e della NATO, non sarebbe senza conseguenze anche economiche. Posizioni alla Orban non sarebbero tollerate, le alleanze strategiche nella marina con la Francia, quelle con la Germania per i carri armati e con UK e Giappone per il caccia di sesta generazione, siamo sicuri che sarebbero confermate?
Difficile immaginare che un esponente di spicco dei riformisti PD come Lorenzo Guerini, ex ministro della difesa, possa accettare in futuro di votare insieme a Conte sugli indirizzi di politica estera, così come Renzi dal suo strapuntino aggiunto.
Sarà dunque l’evoluzione dell’attuale situazione internazionale a determinare i futuri equilibri interni della politica italiana, verrà un tempo che escluderà dal potere chi ancora si illude di poter navigare a vista e rifiuta l’idea della sostanziale e condivisa collocazione del proprio paese, come avviene in tutte le democrazie mature.
Allo stato la posizione della maggioranza del PD, quasi totalmente riconducibile all’ala ex PCI, è allineata a quelle dei suoi alleati più radicali con qualche ambiguo distinguo sulla guerra in Ucraina, ma cosa succederebbe in termini di consenso, se i fatti costringessero a modificare l’attuale posizione sul riarmo?
Comunque tutti scenari poco digeribili per gli attanagliati dal dubbio che sperano di non dover rinunciare a votare in mancanza di un partito potabile.
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io aspetto che i miei amici ancora nel PD si decidano a uscirne. Ci sono persone di grande valore che potrebbero essere determinanti.