
L’approccio del mondo cattolico italiano alla guerra in corso in Ucraina, cominciata nel 2022 con un’invasione dell’esercito russo, è meno omogeneo di quanto possa sembrare all’esterno. Anche su questo punto, me lo si lasci dire, vige un po’ di superficialità tra gli osservatori esterni, che talvolta sono ignari delle differenti sensibilità che convivono nel recinto cattolico. Fatta questa premessa necessaria, che andrà ricordata sempre, va però anche ammessa l’esigenza ineludibile della schematizzazione quando si vuole raccontare un fenomeno.
In tale prospettiva, possiamo permetterci di spendere una parola sulla reazione alla guerra del cosiddetto “cattolicesimo democratico”. Com’è noto ai più, tale linea della cultura cattolica italiana ed europea, ha giocato un ruolo fondamentale, comunque la si pensi, nella storia sociale e politica del nostro Paese (e in altri Paesi europei) dal dopoguerra ad oggi, sebbene in misura sempre più debole, in ragione della progressiva perdita di peso del cristianesimo nella nostra vita pubblica per effetto dei cambiamenti culturali.
Servendoci della definizione di una rilevante figura politica italiana, Pietro Scoppola, possiamo dire che i cattolici democratici sono coloro che prendono la lealtà alle istituzioni tipica del cattolicesimo democratico (lealtà alla Costituzione italiana e, insieme, al suo incardinamento nelle democrazie occidentali, con la scelte europeista e atlantista), accompagnandola con l’apertura alle istanze di uguaglianza del cattolicesimo sociale. Il cattolicesimo democratico, dunque, non è un partito o un movimento, ma piuttosto una mentalità, un modo di intendere la democrazia e il rapporto tra fede e storia. I cattolici democratici non sono, allora, come molti sbrigativamente ripetono, la “sinistra cattolica”, anche se con le sinistre socialiste e comuniste i rapporti sono stati spesso amicali pur nell’autonomia reciproca sempre rivendicata.
Ora, è a mio avviso interessante rilevare l’approccio di una parte dei cattolici democratici al conflitto ucraino e in generale alle guerre in corso. Quando non appiattita sul pacifismo assoluto o ideologico delle frange più radicali della sinistra italiana, questa parte di cattodem si avvicina in modo evidente alle ragioni dell’appeasement con Mosca, pur mettendo in chiaro la propria vicinanza “morale” alle vittime ucraine.
Bisogna disinnescare – si dice – il circuito della violenza, quello che risponde colpo su colpo, che restituisce la ferita subita con un attacco ancora più violento. Una volta avviato, tale circuito rischia di diventare inarrestabile, sfuggire al controllo e produrre effetti potenzialmente devastanti. Ragion per cui – ecco l’esito concreto dell’argomentazione – bisogna negoziare con Putin per scongiurare la “fine del mondo”. Tale invito è accompagnato da un rimprovero, a volte soft altre volte severo, alla logica “bellicista” dell’Occidente, incapace di vedere il burrone che abbiamo dinanzi e prono alla sola ragione delle armi.
Con tutta evidenza, le preoccupazioni da cui prende le mosse il discorso riassunto, sono assolutamente oneste e ogni uomo di retta coscienza può riconoscervisi. Dirò di più: qualsiasi considerazione sulla guerra contemporanea che non tenga conto di questa “euristica della paura” (vale a dire raffigurarsi lo scenario peggiore possibile per ponderare la propria azione), sconfina nella irresponsabilità. Il problema, però, è che tale preoccupazione appare oggi vissuta solo da una delle parti in conflitto.
La realtà così com’è, e non quella come vorremmo che fosse, presenta infatti una serie di attori internazionali – Russia, Iran e la Cina in “appoggio esterno” – impegnati nella destabilizzazione delle cosiddette democrazie occidentali. Non si tratta di elucubrazioni o sospetti ma di fatti attestati. La Russia di Putin sta conducendo da anni, come provano numerosissime inchieste giornalistiche e istituzionali, una “guerra ibrida” contro Europa e Stati Uniti (senza dimenticare le manovre illecite per trattenere Moldavia e Georgia nella sfera d’influenza russa), con massicce campagne di disinformazione tese a condizionare l’opinione pubblica. L’Iran fornisce armi all’esercito russo per piegare la resistenza ucraina. A tale scopo, la Corea del Nord – altro fatto accertato – ha fornito decine di migliaia di soldati per lo stesso motivo.
La risposta dell’UE e degli USA è stata sì l’appoggio armato a Kyiv, ma caratterizzato da tanti “stop and go” e condizioni precise di utilizzo degli armamenti: un segno di moderazione che Putin non ha mai preso in particolare considerazione.
Una parte del cattolicesimo democratico, sia detto con l’onestà che si deve agli amici cui si vuole un gran bene, sembra voler semplicemente ignorare questo stato di cose, perseverando in una critica al “bellicismo” occidentale che non trova nei fatti una giustificazione. I continui avvertimenti sui pericoli della logica del conflitto che cresce su sé stessa e può incendiare la casa sono moralmente ineccepibili ma appaiono altresì fuori bersaglio storico: sembrano infatti sottendere un paragone storico con l’Europa sull’orlo della prima guerra mondiale. In realtà la situazione odierna ha elementi più vicini a quelli della vigilia della seconda guerra mondiale, quando ideologie imperialiste mirarono ad estendere il proprio potere anche nelle vicine democrazie, approfittando pure delle loro difficoltà e contraddizioni interne. Questo rende ancora più ardua e se si vuole tragica la situazione odierna.
La scarsa capacità di fare fino in fondo i conti con il presente, deriva per una parte del cattolicesimo democratico anche da ragioni, per così dire, biografiche. Pur se le sue radici possono essere fatte risalire al cattolicesimo liberale di fine ‘800, è nel mondo della ricostruzione post bellica e negli anni ‘60 del secolo scorso che tale cultura conosce probabilmente il momento di massimo protagonismo storico e che rappresenta un inconscio riferimento mitico per i suoi appartenenti. È il mondo del Concilio Vaticano II, della “primavera dello spirito”, dell’abbraccio di pace tra cristianesimo e democrazia moderna, il mondo della Pacem in terris di Giovanni XXIII, del disgelo tra Usa e Urss, di Krusciov e Kennedy seduti amichevolmente a colloquio. Un momento di felice allineamento dei pianeti, in cui grandi figure politiche e istituzionali, unitamente alla generale crescita economica e all’incubo della guerra mondiale ancora ben impresso nella memoria collettiva, hanno fatto credere, anche solo per lo spazio di un mattino, che “tutto fosse possibile”.
Non si deve perdere nulla del prezioso lascito di pensiero e azione di quell’epoca. Oggi però, con coraggio, bisogna travasarlo in un contesto del tutto diverso. La cultura del cattolicesimo democratico – io stesso sono stato allevato in questa tradizione, tra i libri di Mounier, Maritain e gli scritti di Vittorio Bachelet – proprio per custodire quell’ “umano autentico”, in cui ha da sempre riconosciuto il profilo del vangelo nella profanità del mondo, deve prendere posizione in modo netto e soprattutto concreto per la società aperta e i diritti umani, contro chi vorrebbe la loro estinzione. Si può rispettare la complessità della storia senza cedere alla confusione né sopraelevare le ragioni della stabilità internazionale a quelle della libertà dei popoli e dei singoli. Se non è possibile dividere la storia nettamente in buoni e cattivi, è possibile, anzi oggi doveroso, dividerla in democratici e autocrati. Se questi vinceranno sarà la fine del mondo comunque, anche se sopravviveremo tutti.
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Qui ci vogliono i fratelli Scholl i Bonhofer, gli Stauffemberg
Ma Mounier per primo sarebbe contro questi “pacifisti” (cattolici o no) che prima che pacifisti sono imbelli.
Ricordo qui le sue parole: “Questo pacifismo, nel settembre del 1938 non aveva a cuore la giustizia dei Sudeti, né quella dei Cechi, né quella dei Trattati, né quella delle loro vittime, né l’ingiustizia della guerra, ma aveva una sola ossessione: che non si interrompessero i suoi sogni di pensionato. […] La pace è compromessa non solo dai guerrafondai ma anche dagli imbelli […].”
Parole che si adattano benissimo anche a chi chiede di trattare con Putin!