

Nel dibattito occidentale sulla crisi dell’ordine internazionale si sta affermando una lettura paradossale: le democrazie verrebbero accusate di aver abbandonato le regole proprio mentre cercano di difenderle. Ma l’ordine nato nel dopoguerra non si è retto solo sul diritto: è vissuto anche della forza politica e militare che lo ha reso credibile.
Guerre regionali, competizione strategica tra grandi potenze, proliferazione di conflitti indiretti e progressivo indebolimento delle istituzioni multilaterali alimentano la percezione di un ordine globale sempre più fragile.
In questo contesto emerge talvolta il sospetto che la reazione delle democrazie occidentali venga giudicata più sulla base dei leader che le guidano che non sulla base delle dinamiche strategiche in atto. Le decisioni degli Stati Uniti e di Israele, ad esempio, sono spesso valutate alla luce delle figure di Donald Trump e Benjamin Netanyahu, con il rischio di trasformare un problema di ordine internazionale in un giudizio politico su due governi specifici. Giudizio legittimo ma che non rileva in questo contesto.
È un’impressione rafforzata da passaggi come quello scritto da Walter Veltroni nel suo editoriale sul Corriere della Sera di ieri, dove afferma che «schiacciarsi sulla politica di Trump» significherebbe seguire una deriva «totalitaria, infantile ed egocentrica» destinata a produrre il caos internazionale. Ma proprio questo tipo di argomentazione rischia di spostare il problema dal piano dell’ordine internazionale a quello del giudizio politico sui leader.
Perché la questione fondamentale è un’altra. Di fronte all’azione di potenze revisioniste come Russia e Iran quale dovrebbe essere la risposta dell’Occidente? Limitarsi a denunciare la violazione del diritto internazionale, confidando che la semplice invocazione delle regole possa produrre effetti concreti?
Il diritto internazionale rappresenta certamente uno dei pilastri dell’ordine costruito nel secondo dopoguerra. Ma esso, come l’Onu ha ampiamente dimostrato, non dispone di un’autorità sovranazionale capace di imporne automaticamente il rispetto. La sua efficacia dipende in larga misura dalla volontà e dalla capacità degli Stati di sostenerlo politicamente e, se necessario, anche con la forza delle armi.
Per cui il problema non è che le democrazie usino la forza. Il problema è che sempre più spesso si pretende che rinuncino a usarla anche quando le regole vengono violate sistematicamente da chi non le riconosce.
Se una democrazia sostiene l’Ucraina di fronte a un’aggressione militare o interviene per ridurre le capacità offensive dell’Iran, non sta abbandonando l’ordine internazionale: sta cercando di difenderlo. Interpretare queste azioni come una rottura delle regole rischia di confondere la difesa dell’ordine internazionale con la sua violazione.
È proprio la tesi sostenuta da Veltroni nel suo editoriale, nel quale si afferma che il mondo starebbe scivolando verso il caos perché la «prevalenza assoluta della forza sulla politica» starebbe progressivamente sostituendo le regole che avevano garantito la stabilità internazionale.
Si tratta di una lettura che coglie un elemento reale — l’erosione delle norme che hanno regolato le relazioni internazionali nel secondo dopoguerra — ma che rischia di produrre un significativo rovesciamento della sequenza dei fatti.
Negli ultimi quindici anni la principale fonte di destabilizzazione dell’ordine internazionale non è stata l’iniziativa delle democrazie liberali, bensì l’azione di potenze revisioniste che hanno progressivamente messo in discussione principi fondamentali del sistema internazionale.
L’annessione della Crimea da parte della Russia nel 2014 e l’invasione su larga scala dell’Ucraina nel 2022 costituiscono violazioni esplicite del principio di integrità territoriale sancito dalla Carta delle Nazioni Unite. Allo stesso modo, la crescente pressione militare della Cina su Taiwan e la militarizzazione del Mar Cinese Meridionale rappresentano tentativi di ridefinire unilateralmente equilibri regionali consolidati.
In Medio Oriente, infine, l’Iran ha costruito nel tempo una rete articolata di attori armati non statali utilizzati come strumenti d’intimidazione e violenza terroristica.
Questa dinamica non nasce nel vuoto. Essa è stata favorita anche da una lunga stagione di tentativi occidentali di integrazione e normalizzazione di regimi revisionisti attraverso strumenti diplomatici ed economici.
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Il caso più evidente è rappresentato dalla politica di apertura verso l’Iran perseguita durante la presidenza di Barack Obama. L’accordo nucleare del 2015 — il Joint Comprehensive Plan of Action — prevedeva la revoca di numerose sanzioni e lo sblocco di ingenti risorse finanziarie iraniane congelate all’estero, con l’obiettivo di incentivare un’evoluzione moderata del regime e ridurre le tensioni regionali.
Quella strategia si fondava su una logica classica di engagement: integrare progressivamente un attore ostile nell’ordine internazionale nella speranza che ciò ne modificasse il comportamento. Col senno di poi, tuttavia, è difficile non riconoscere che essa ha prodotto risultati disastrosi.
Negli stessi anni in cui venivano rimossi vincoli economici e diplomatici, Teheran ha continuato a rafforzare la propria rete di alleanze armate nella regione, sostenendo finanziariamente e militarmente organizzazioni come Hezbollah, Houthi e Hamas.
Per non dire del flusso di aiuti economici e umanitari affluiti per anni nella Striscia di Gaza da parte della comunità internazionale. L’Unione Europea, le Nazioni Unite e numerosi Stati occidentali hanno destinato ingenti risorse a programmi di assistenza civile e ricostruzione nel territorio palestinese.
Tuttavia il controllo politico esercitato da Hamas sulla Striscia ha reso impossibile separare l’assistenza civile dal contesto politico e militare in cui essa veniva distribuita. Per lo più a Gaza, come si è visto, infrastrutture e materiali destinati alla popolazione sono stati utilizzati o deviati per scopi militari, a dimostrazione di quanto sia complesso garantire la neutralità degli aiuti in territori dominati da organizzazioni votate esclusivamente al terrore.
Anche qualora gli aiuti umanitari non fossero stati concepiti per sostenere attività militari, queste politiche fondate sulla speranza di moderare attori radicali attraverso incentivi economici o diplomatici hanno spesso sottovalutato la vera natura criminale dei regimi e di quelle organizzazioni.
Il funzionamento stesso del diritto internazionale presuppone infatti un principio di reciprocità. Le norme che regolano i rapporti tra gli Stati sono efficaci nella misura in cui i principali attori riconoscono la loro validità e accettano i limiti che esse impongono.
Quando questo presupposto viene meno, il diritto internazionale non scompare formalmente, ma perde progressivamente capacità di orientare i comportamenti degli Stati.
L’ordine internazionale nato nel secondo dopoguerra non è stato soltanto un sistema di norme giuridiche. È stato anche — e soprattutto — un sistema sostenuto dalla potenza politica, economica e militare delle democrazie che lo avevano costruito. Senza questo elemento di garanzia, le regole non avrebbero avuto alcuna efficacia.
La tensione tra principi giuridici e realtà del potere è un tema classico della teoria delle relazioni internazionali. George F. Kennan osservò che la politica internazionale è inevitabilmente il luogo in cui «gli ideali devono confrontarsi con le condizioni della realtà».
Queste considerazioni non implicano un rifiuto del diritto internazionale. Al contrario, ne chiariscono la condizione fondamentale: perché le regole possano funzionare devono essere sostenute da un equilibrio di potere che le renda credibili.
Come osservava Henry Kissinger, «un ordine internazionale è stabile solo quando il potere e la legittimità si rafforzano reciprocamente».
Se questo equilibrio si indebolisce, le norme continuano a esistere formalmente ma perdono progressivamente efficacia politica. Le regole internazionali non si difendono da sole. Esistono perché qualcuno è disposto a sostenerle.
Il rischio, nel dibattito pubblico occidentale, è quello di interpretare questa trasformazione invertendo il rapporto tra cause e conseguenze. L’erosione dell’ordine internazionale non nasce principalmente da un improvviso abbandono delle regole da parte delle democrazie, ma dalla crescente difficoltà di mantenere un sistema di norme condivise in un contesto internazionale in cui alcune potenze contestano apertamente quelle stesse regole.
Per questa ragione la difesa dell’ordine internazionale non può consistere semplicemente nell’invocazione formale del diritto. Richiede anche la capacità politica e strategica di sostenerlo.
In assenza di questo equilibrio, il diritto internazionale rischia di trasformarsi in un insieme di principi proclamati ma progressivamente svuotati di efficacia. E quando le regole cessano di essere credibili, ciò che ne prende il posto non è un ordine più giusto, ma un sistema inevitabilmente più anarchico, più violento e più instabile.

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Grazie Angelo. Nel 2008 io votai il PD di Veltroni (e come mi capita sempre stravinsero quelli che non avevo votato)
Sono stato un sostenitore appassionato del “Veltroni del lingotto” , ho dedicato molto volentieri tempo e qualche denaro per diffondere la speranza di un consolidamento pluralista, democratico e riformista del maggior Partito della sinistra italiana. Ancora oggi rimpiango la fine di quella stagione e l’assenza di Walter Veltroni dalla politica attiva. Ciò non toglie che le osservazioni che Lei (dott.Piperno) ha rivolto a Veltroni riguardo l’argomento di questo bell’articolo, mi trovino assolutamente d’accordo con Lei, aggiungendo, per quanto mi riguarda, l’amarezza per la certezza che questa sponda realistica, pragmatica e non timorosa nel difendere le conquiste culturali, politiche e sociali dell’Occidente non riscuota, dentro la sinistra odierna, il sostegno doveroso che meriterebbe. Amen. Grazie dei suoi contributi. Caffé pagato 😉