

In un’epoca in cui la complessità del reale viene troppo spesso ridotta a slogan o a paragoni azzardati, è necessario reagire con chiarezza.
È stato proprio un recente, e profondamente discutibile, post su X di un noto comico e opinionista come Pif – palermitano che la realtà siciliana e la mafia la conosce fin troppo bene – ad avermi sollecitato a scrivere queste righe.

Da una figura che ha dedicato parte della sua carriera a raccontare la lotta alla criminalità organizzata, un’affermazione che equipara la risoluzione del problema mafia alla distruzione indiscriminata di un territorio, mutuando il modello di Gaza, non può essere derubricata a semplice leggerezza o a scarsa informazione.
Sorge il dubbio legittimo che si tratti di una battuta mirata a generare facile clamore sociale e giornalistico, ignorando la profondità delle tragedie in gioco e le differenze abissali tra i contesti.
Per capire la tragedia di Gaza, dobbiamo avere il coraggio di guardarla non come un mondo alieno, ma come il riflesso oscuro di ciò che la Sicilia sarebbe potuta diventare.
Esiste un filo rosso, un DNA sociale che lega la “questione meridionale” e quella mediorientale: un modello fondato sul tribalismo o, per dirla con le parole di Leonardo Sciascia, sul “familismo”, dove la lealtà al clan soppianta l’autorità statale.
Questa struttura sociale, sia in Sicilia che in Palestina, è il terreno di coltura ideale per le sue dinamiche più perverse.
In una società che non ha mai conosciuto una forma statale stabile e affidabile, il clan (hamula) emerge come unico riferimento. La fiducia si concentra all’interno di piccole élite familiari, mentre tutto ciò che è esterno è visto con sospetto.
È il clan che media le dispute, che controlla il territorio, che gestisce le risorse.
Proprio come il familismo siciliano ha creato la connivenza culturale con la Mafia, così il tribalismo palestinese ha generato una simbiosi mortale tra la società civile e il terrorismo.
È qui che Gaza si rivela per quello che è: un territorio governato non da uno Stato, ma da un’organizzazione criminale – Hamas e i clan locali – che usa la popolazione come risorsa e come scudo.
Le cronache lo confermano: Hamas ha sfruttato per anni la Striscia con un sistema di racket e affari segreti del tutto simile a quello mafioso. Non è un’organizzazione politica che governa, ma una mafia che sfrutta una popolazione tenuta in ostaggio.
Questa logica predatoria emerge con chiarezza nelle situazioni di crisi: in tutta la Striscia di Gaza, riportano le cronache, il controllo degli aiuti umanitari e del commercio è spesso gestito da clan, mafie locali e affiliati di Hamas, che si appropriano delle risorse, lasciando gli sfollati e la popolazione civile senza nulla.
È un incubo di malavita che affligge da tempo i Territori, con sparizioni, faide e un controllo capillare che soffoca ogni speranza di una vita dignitosa.
In questo contesto si crea una zona grigia di connivenza, la stessa che per decenni ha legato parte della società siciliana alla Mafia.
Non è un’adesione ideologica di massa, ma una miscela di sottomissione, paura e, soprattutto, assenza di alternative.
Il gazawi che si affida al clan per sopravvivere non è diverso dal siciliano che, per quieto vivere, si rivolgeva al boss locale anziché allo Stato.
Ma la storia è andata diversamente, e il motivo per cui la Sicilia non è diventata Gaza si riassume in una parola: Stato.
Per quanto imperfetto e criticato, lo Stato italiano è sempre stato presente, offrendo un’alternativa, un ideale di giustizia per cui ci si è spesi consumando la propria vita.
E qui si innesta la divergenza fondamentale: in Sicilia, una parte della società civile ha fatto una scelta. Ha scelto l’ideale astratto della legge contro il potere concreto del clan mafioso.
Centinaia di eroi – magistrati, poliziotti, cittadini comuni – hanno pagato questa scelta con la vita. Questo sacrificio consapevole, questa lotta interna per affermare lo stato di diritto contro il proprio tessuto culturale malato, è ciò che in Palestina non è mai avvenuto su scala significativa.
Ed è proprio di fronte a questa verità dirimente – l’esistenza di uno Stato di diritto che permette di combattere la criminalità con gli strumenti della legalità – che risuona ancora più stridente l’aberrante superficialità di chi, azzardando paralleli insensati, ha suggerito di risolvere il problema mafia in Italia con la distruzione indiscriminata, mutuando il modello di Gaza.
Un tale ragionamento, intellettualmente regressivo e moralmente cieco, non solo ignora la complessità di contesti così radicalmente diversi, ma rivela una profonda ignoranza delle realtà che determinano l’abissale differenza di civiltà e cultura tra i due luoghi.
Gaza, infatti, a differenza della Sicilia, non ha mai avuto la possibilità di sviluppare pienamente un tale contesto: è un territorio prigioniero, lacerato da decenni di conflitto, assenza di sovranità effettiva e un’economia controllata da poteri predatori, dove la popolazione è ostaggio di forze che non rispondono a nessuna logica statale o democratica.
La tragedia di Gaza è quella di una società che, non avendo mai conosciuto un’alternativa reale al potere del clan, è rimasta ostaggio delle sue stesse dinamiche tribali, consegnandosi ai suoi aguzzini interni.
La vera liberazione non è contro un nemico esterno, ma contro le distorsioni profonde del proprio tessuto culturale, contro se stessi.
È la lotta per costruire finalmente uno Stato che sia più forte, e più giusto, della famiglia.
E il paradosso è che proprio queste superficiali “battute” o questi paragoni indebiti, come quello che ha innescato la presente riflessione, tradiscono una memoria corta e pericolosa.
Perché la Sicilia è stata, ed è, molto più di una terra da radere al suolo per risolvere un problema.
La Sicilia è la dimostrazione di una comunità che ha avuto la forza e il coraggio di combattere per affermare lo stato di diritto, di spendere vite per non essere mai Gaza. È la storia di una battaglia incessante per liberarsi da quella logica predatoria che oggi vediamo replicarsi altrove.
Ma questa conquista è fragile, estremamente fragile.
Quando oggi, in certa Sicilia, e in certa Italia, ci si lamenta dello Stato dopo aver votato per chi lo svuota e lo umilia, si sta dimenticando il sangue versato per questa scelta.
E si sta soprattutto dimenticando che nel compiere tali generalizzazioni o nel fare sgradevole propaganda, si dissacra il sacrificio di chi ha speso un’intera vita e di chi ancora oggi patisce per aver elevato la Sicilia, scrivendo pagine di autentica civiltà.
Ci si dimentica forse che la civiltà non è un approdo garantito, che lo Stato di diritto è una costruzione quotidiana, e che il baratro da cui siamo faticosamente risaliti è sempre lì, a un passo da noi, pronto a inghiottirci di nuovo, consegnandoci a un’oscurità intellettuale e morale che nega la nostra stessa storia di riscatto e di costruzione.
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Hai scritto tutto ciò che c’era da scrivere a commento della sparata di Pif.
Bravo! E grazie.
Articolo bellissimo ed intenso!
Ottime riflessioni, grazie. Spero che con Pif (che le ha intelligentemente sollecitate), riusciate a trovare un terreno comune e di dialogo.
Ho avuto un’idea incredibile. Per fare terminare le operazioni di Israele a Gaza, mandiamo Pif con la bandiera della pace e la matita in mano al quartiere generale di Hamas (deve trovare il tunnel giusto, ma se guarda sotto scuole e ospedali non dovrebbe avere troppe difficoltà), fa loro un bel disegno e vediamo come ne esce.