

Senza proclami né divise morali, le canzoni di Francesco De Gregori diventano una risposta al conformismo di chi pretende obbedienza simbolica. Un ringraziamento personale a un autore che ha insegnato il valore dell’incertezza, della libertà e dello sguardo umano sulle cose.
Bene, se mi dici che ci sono anche dei fiori in questa storia, sono tuoi. No Francesco, non mi pare di vedere fiori nelle parole di chi oggi punta il dito contro di te perché non indossi la kefiah: nelle loro parole vedo poco colore, poca bellezza, poca purezza. Vedo semmai grigiore, conformismo, giudizio.
Era il 1974 quando scrivevi quel verso, incipit del brano Bene, secondo me, una delle tue più struggenti canzoni, appartenente all’album cosiddetto “della pecora” in ragione dell’immagine di copertina del disco.
Due anni dopo, nel 1976, in occasione di un tuo concerto milanese, subirai una sorta di processo pubblico sul palco, da parte di un improvvisato tribunale del popolo. Maneggio il tema con pudore perché non sono così certo che tu, sia pure a distanza di così tanto tempo, abbia pienamente elaborato quella vicenda e non vorrei dimostrarmi indelicato.
Mi permetto solo di mettere in evidenza come, dal mio punto di vista, quei ribelli di allora si sentissero dalla parte giusta della storia almeno quanto i propal, sedicenti ribelli di oggi: la gente è la solita, non cambia scena, la stessa che ho lasciato tanto tempo fa.
Solo due anni dopo, nel 1978, ti ripresenterai al grande pubblico e lo farai con l’album che contiene la canzone Generale. Con quella canzone ci parli di guerra, bella anche se fa male, e lo fai senza proclami, raccontandoci di vita vissuta, di una contadina curva sul tramonto che sembra una bambina, di figli venuti al mondo come conigli, di bambini che piangono perché a dormire non ci vogliono andare, di lacrime, di casa, d’amore.
D’altronde, come canti nel brano Raggio di sole contenuto nel medesimo album, il nostro destino è quello di vivere in un mondo dove nessuno ti vuole bene, dove nessuno ti vuole male, un mondo che è già troppo pieno in cui una strana ferrovia ti porta dove tira il vento, dove scegli di ritornare.
Ci ricordi che viviamo in un mondo in continuo chiaro/scuro: in mezzo al mare c’è qualche nuvola, ma non fa niente perché lontano passa una nave e ha tutte le luci accese.
Negli anni successivi, hai continuato a parlarci di noi, della nostra molteplicità, delle nostre contraddizioni, di terra e polvere che tira vento e poi magari piove, di un ragazzino di dodici anni col cuore pieno di paura, di giocatori tristi che non hanno vinto mai e hanno appeso le scarpe a qualche tipo di muro e adesso ridono dentro al bar, ricordandoci anche di quelle tenere sconfitte quotidiane che colorano il nostro percorso di vita anche quando forse non ce ne rendiamo pienamente conto: passa quest’acqua di fiume che sembra che è ferma, ma hai voglia se va.
Lo hai fatto raccontando immagini e non propinando prediche. Ci hai ricordato che ognuno è figlio del suo tempo e ognuno è libero col suo destino, che ognuno porta la sua croce e ognuno inciampa sul suo cammino, perché ognuno vive come vuole e ognuno è vittima e assassino.
Non avevo ancora sedici anni quando, con la Vespa del mio amico Armando, raggiungemmo Uscio, un paesino dell’entroterra genovese, per assistere a un concerto di un gruppo musicale di nostri amici.
Ad aprire il concerto, un giovane cantautore romano coi capelli rossi che propose qualche suo brano. Ricordo in particolare Il signor Hood, la canzone che mi raccontò di un galantuomo sempre ispirato dal sole, con due pistole caricate a salve e un canestro pieno di parole, che, assalito dai parenti ingordi, scaricò le sue pistole in aria e regalò le sue parole ai sordi.
Mi innamorai e da allora non ho mai smesso di seguirti. Credo di poter dire che anche le tue canzoni hanno concorso alla mia crescita, a un’esplorazione di me stesso grazie alla quale ho cercato di tirar fuori il meglio di me: chissà se si può capire che milioni di rose non profumano mica se non sono i tuoi fiori a fiorire.
Ho continuato a chiedermi quanto è grande il verde, come è bello il mare, quanto dura una stanza e ho visto gente andare, perdersi e tornare e perdersi ancora. Ho sperimentato che la vita è una strada con molti tornanti e che i cani ci girano intorno con le bocche fumanti. Poi un giorno si presenta l’inverno e ti piega i ginocchi e tu ti affacci da dietro quei vetri che sono i tuoi occhi e non vedi più niente e più niente ti vede e più niente ti tocca. Così, oggi, più o meno tuo coetaneo, come uno straniero giro la mia terra abbandonata, abbandonato e solo. E vado per la vita a passo d’uomo. Altra misura non conosco. Altra parola non sono.
Credo di aver fatto mio il valore dell’incertezza che caratterizza tante tue canzoni e so che non vale la pena di vivere da tifosi, facendosi trovare sempre dalla stessa parte, per partito preso, per fanatismo, per ottusità, per una falsa idea di coerenza. Ho imparato anche quanto l’amore faccia eccezione, perché l’amore, il vero amore, può nascondersi, confondersi, ma non può perdersi mai.
Sempre e per sempre, grazie Francesco.
L’articolo contiene citazione riferimenti alle seguenti canzoni:
Bene, 1974
Il signor Hood, 1975
Oceano, 1975
Generale, 1978
Raggio di sole, 1978
La leva calcistica della classe ’68, 1982
La ragazza e la miniera, 1983
Mimì sarà, 1987
Un guanto, 1996
Sempre e per sempre, 2001
Pezzi, 2005
Passo d’uomo, 2012
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gli artisti più grandi (mia opinione) della musica italiana sono esattamente quelli che si sono schierati soltanto sull’Arte….Mina, Battisti, De Gregori, Dalla, Conte, Tenco…. (e ne lascio fuori tanti altri, per pudore)…..gente che ha ricevuto in dono la potenza delle emozioni e la capacità di dar loro forma e colore con l’arte più effimera che esiste, quella che si spegne quando finisce l’ultima vibrazione.
persone vere, che hanno attraversato la vita senza lasciasi mai tirare per la giacchetta e seguire o commentare le squallide contorsioni della politica del momento, senza cercare e offrire altro che la semplice complessità della propria anima e del proprio suono
Articolo bellissimo e commovente.
Commosso mi unisco al grazie