parte 4
Nei giorni intercorsi dall’ultimo articolo della nostra saga abbiamo assistito a diversi eventi che non solo confermano ulteriormente la prima lettura del “Warfare made in Ukraina”, ma aggiungono ulteriori elementi che sembrano delineare un quadro strategico ancora più esteso.
I due più importanti sono costituiti dagli ultimi attacchi che hanno ulteriormente esteso il raggio operativo dei droni fra i 1.000 ed i 2.000 chilometri, ed il secondo legato agli sciami che hanno attaccato 3 aeroporti russi dove erano ospitate squadriglie di cacciabombardieri.
Tutti gli attacchi hanno raggiunto l’obiettivo, anche se per i danni data la distanza e dovendo ricorrere quasi esclusivamente a fonti satellitari e ufficiali russe, il discorso è ancora in essere. Ma dal nostro punto di vista, che siano 5 o 15 i bombardieri distrutti ha poca importanza.
Quello che va rilevato è che il livello di attività e di qualità delle azioni del nostro Capitan Drone ed i suoi amici continua a crescere, non mostra segni di rallentamento ma anzi, settimana dopo settimana, aumenta in efficacia ed importanza. L’ultima trovata di droni costruiti con le logiche progettuali degli ultraleggeri vista in questi casi, mostra come siamo entrati anche in questo ambito nel settore dei “voli low cost” a lungo raggio, dato il costo irrisorio di questi dispositivi rispetto ai classici missili o aerei d’attacco.
L’argomento poi diviene tanto più importante quanto più si continua ed evidenziare una totale incapacità russa ad affrontare questo tipo di attacco, a causa soprattutto delle dimensioni della nazione che richiederebbe tecnologie avanzate per “coprirla” tutta, tecnologie che i russi sono ben lontani dal possedere come i risultati dei droni e l’abbattimento di ben due aerei A-50 che “dovrebbero” vedere tutto anche oltre l’orizzonte hanno ampiamente dimostrato.
Sembrerebbe quindi che un altro dubbio legato all’efficacia di questi vettori sollevato dai loro detrattori o semplicemente da molti militari “classici” stia venendo meno. Oggetti di costo irrisorio producibili con una estrema facilità, integrati con tecnologia di controllo e navigazione normalmente disponibile in occidente, possono egregiamente svolgere il loro compito e godere di tutti i vantaggi di un’arma nuova ed inaspettata, pur con tutti i limiti che ovviamente presentano.
Un altro punto che approfondiamo oggi è il come questa strategia evolutiva nasca da molto lontano, un numero di mesi fa che può spiegare come si possa essere arrivati in due anni ad una potenziale ridefinizione delle logiche della guerra aerea e navale.
Uno fra i tanti elementi peculiari di questo conflitto è certamente quello della determinazione e convinzione con cui gli Ukraini non solo hanno combattuto sin dal primo giorno convinti di poter resistere, ma hanno quasi da subito anche cominciato ad elaborare piani e strategie di lunga portata e durata contro qualunque previsione e probabilità.
Il nostro Capitan Drone in effetti vede la sua nascita per come lo vediamo declinato oggi da quanto ottenuto nelle primissime settimane di guerra, dai risultati e dall’impiego che in quei primi giorni ebbero come protagonisti i droni.
I primi a salire agli onori della cronaca furono i Bayraktar, che furono estremamente importanti nel permettere di anticipare le mosse Russe col minimo impiego di uomini sul campo. Da ricordare che all’epoca l’esercito Ukraino adottò una tattica in seguito chiamata “mille punture di api” consistente in continui attacchi al nemico portati molto spesso proprio da piccole unità da distanza ravvicinata, iconizzando il Javelin come perfetto ATGM. La possibilità di vedere senza essere visti dall’alto fu chiaramente determinante per la riuscita di moltissimi di questi agguati.
Meno noti forse, ma altrettanto importanti anche per i dati che raccolsero, furono i pochi primi droni per lo più fatti impiegare da studenti universitari e giovani laureati che furono utilizzati per monitorare nei dettagli la famosa colonna dell’ingorgo più improbabile di tutti i tempi, quello di una “presunta” seconda potenza militare mondiale per giunta avvezza ai climi freddi che riesce ad incolonnare senza carburante diverse decine di chilometri di mezzi per settimane lungo una strada ghiacciata. In questo caso l’utilizzo dei nostri piccoli decisivi amici permise di decimare con molta calma e precisione la colonna, aumentando il problema legato all’ingorgo, oltre che a raccogliere informazioni sui movimenti degli ufficiali che culminarono con l’uccisione di quello in comando per mano di un cecchino.
Oltre che contribuire al successo della prima parte della guerra, ambedue questi utilizzi mostrarono elementi importanti su cui si poteva lavorare ulteriormente. Non credo che all’epoca si avesse in mente con precisione i singoli pezzi che vediamo oggi, ma sicuramente c’era la sensazione che si poteva aprire un intero nuovo settore degli equipaggiamenti militari molto più grande e versatile di quello che era l’impiego dei droni nel 2022.
Il primo fra tutti è stata l’evidente inadeguatezza, come dopo due anni hanno imparato anche i russi a sfruttare, dei sistemi AA classici. Le ottiche dei droni turchi permettevano di osservare le linee russe da un numero di chilometri sufficienti ad avere un’ottima probabilità di restare in zona di sicurezza fuori portata dalle batterie di missili, mentre gli altri erano semplicemente troppo piccoli per essere visti.
Il secondo punto era legato ai costi per acquisire i droni, la tipologia di modelli disponibili non esattamente progettati per sganciare bombe a mano, e la mancanza di tipologie specifiche da dedicare ad impieghi altrettanti specifici. Un problema risolvibile solo con una forte internalizzazione della produzione.
Malgrado quindi la situazione bellica che di certo era critica, pur resistendo all’invasore, in qualche modo il messaggio che si poteva pensare di inventare un modello nuovo di warfare riuscì a superare i vari livelli di incredulità che sicuramente avrà dovuto affrontare, e ad arrivare ai livelli decisionali massimi, dove si decide di provarci. Questo passaggio non è solo una mia supposizione, perché negli aiuti arrivati fra fine 2022 ed inizio 2023 in Ukraina da parte USA e Germania, compaiono alcune unità industriali per la prototipazione rapida (stampanti 3D di alta gamma) e materiali e sistemi accessori.
Qualcuno era stato convinto così profondamente da sacrificare alcune delle risorse disponibili per le richieste pur di avviare il progetto. Oggi ci sono non meno di 10 unità produttive di droni di alta gamma, ed un numero indefinito di produzioni localizzate con stampanti 3D di uso domestico per i droni più piccoli.
Una prima molto difficile analisi dei numeri di queste produzioni indicherebbero un minimo mensile Ukraino intorno ai 10k droni/mese, considerando soprattutto che gli attacchi portati con questo vettore sembrerebbero abbiano superato i 6.000 mensili. Nelle prossime puntate della nostra serie ci aggiorneremo anche su questi valori.
Non poteva mancare il nostro “everything is connected”
Lo sviluppo delle tecnologie di attacco da portare con il Capitano e compagni ha comportato, ovviamente, lo studio delle contromisure da superare e la capitalizzazione di questo lavoro di simulazione difese. Un risultato di queste settimane è la nascita di un sistema mutuato sui datalink occidentali che collega i sistemi di avvistamento degli Shaded con le unità di pronto intervento antidrone che sono state costituite, quei pick-up con mitragliatrice pesanti nel cassone che vedete nei video, indicandogli dove posizionarsi per tentare l’abbattimento. I primi dati parlano di un 40% degli abbattimenti ad oggi eseguiti dal network.
Infine, in merito ai droni di terra, quasi nulla da segnalare tranne uno sporadico avvistamento di un piccolo coso ruotato che si infila in una buca per esplodere, troppo poco per poter dire qualcosa di valido.
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