


In appena un mese al governo, Andy Burnham ha già smentito gran parte delle promesse usate per costruire la propria alternativa a Keir Starmer: dalla difesa all’edilizia, dal fisco all’Europa. Le sue retromarce non rivelano soltanto impreparazione, ma la strumentalità della macchina politica e mediatica che ha provocato la caduta del suo predecessore.
Immaginate di arrivare al punto di dimettervi perché ritenete una questione così importante da non poter accettare che il governo non la risolva. Poi, due mesi dopo, mentre ricoprite l’incarico che vi dà proprio il potere di risolverla, decidete di non farlo.
La parabola del governo di Andy Burnham, dopo appena un mese può essere riassunta in quella del neo cancelliere dello scacchiere John Healey, che a giugno si era dimesso da segretario alla Difesa perché l’allora primo ministro Keir Starmer non aveva voluto fissare l’obiettivo del 3 per cento del Pil destinato alla difesa entro il 2030. Nella sua lettera di dimissioni Healey aveva sostenuto che quella scadenza fosse ciò che il Regno Unito «doveva stabilire». Ne valeva della sicurezza nazionale. La sua uscita aveva contribuito in modo determinante a segnare la fine di Starmer.
In breve, l’uomo che si dimette perché il governo non promette ciò che ritiene necessario, una volta seduto al Tesoro del nuovo esecutivo, rinuncia proprio all’obiettivo per il quale aveva provocato la crisi.
Eppure Healey non ha ritenuto che questa inversione imponesse una nuova scelta etica. Nessuna nuova lettera di dimissioni. Quello che da ministro della Difesa era una questione di vita o di morte, da cancelliere sembra essere diventata triviale. E il paradosso è che tutto questo accade mentre la Russia ha minacciato direttamente il Regno Unito e il governo britannico ha dovuto accelerare il piano nazionale di difesa civile. La minaccia che Healey aveva invocato non è dunque venuta meno: al contrario, si è fatta più concreta.
Tra tutte, questa è forse la parte più rivelatrice del golpe istituzionale avvenuto nel Regno Unito: la strumentalizzazione di tutto ciò che è stato tirato in ballo per costringere Starmer a dimettersi e portare Burnham al potere. Una storia fatta di trame occulte, costruzioni mediatiche e proclami. Una macchina narrativa. È infatti bastato un mese di governo perché le promesse assolute si trasformassero in distinguo, i proclami in rinvii e la tanto celebrata discontinuità con Starmer in una sequenza di retromarce.
L’arte delle retromarce
Andy Burnham è riuscito in un’impresa che sembrava impossibile: insidiare Boris Johnson nel suo storico primato di campione britannico delle inversioni a U. Un modus operandi che sembrava appartenere solo a Bojo: promettere la luna per poi offrirti un tozzo di pane, fino a farti le scarpe e convincerti pure di doverlo ringraziare. A Burnham è bastato un mese.
Edilizia
Sul fronte dell’edilizia, Burnham aveva fatto della rottura con Starmer uno dei cardini della propria campagna. Aveva promesso che tutti i 39 miliardi di sterline del programma decennale per l’edilizia abitativa sarebbero stati destinati all’edilizia popolare. «Control matters», il controllo conta, aveva detto durante la sua campagna elettorale a Makerfield: il punto era restituire alle autorità locali il controllo della politica abitativa. Al governo, però, il primo stanziamento da 10 miliardi prevede circa 70.000 abitazioni, ma soltanto il 60 per cento sarà destinato all’edilizia sociale. È esattamente il programma già impostato da Starmer.
Immigrazione
Da sindaco di Manchester, Burnham aveva chiesto di abolire il principio del no recourse to public funds, la restrizione che impedisce a molti migranti di accedere a welfare e alloggi pubblici. Durante la campagna di Makerfield, però, quella posizione è stata ritirata.
Fisco
Burnham aveva sostenuto che la Gran Bretagna fosse troppo «esposta» ai mercati obbligazionari, lasciando intendere che il vincolo dei mercati sul governo fosse diventato un problema. Poi, quando la sua candidatura ha cominciato a preoccupare gli investitori e i rendimenti dei titoli britannici hanno reagito alle ipotesi di maggiore indebitamento, ha corretto il tiro assicurando che avrebbe rispettato le regole fiscali di Rachel Reeves. È una delle retromarce più rivelatrici perché mostra il meccanismo nella sua forma più pura: finché parlava agli elettori, il mercato obbligazionario era il simbolo dei vincoli da cui liberarsi; quando ha dovuto rassicurare chi avrebbe dovuto finanziare il suo governo, quelle stesse regole sono diventate improvvisamente un punto fermo.
Energia
Sull’energia, Burnham si è trovato a valutare una nuova inversione sulla promessa con cui il Labour aveva escluso nuove licenze per l’esplorazione di petrolio e gas nel Mare del Nord. La questione riguarda soprattutto Rosebank e Jackdaw, due giacimenti che il governo Starmer aveva ereditato dalle precedenti autorizzazioni ma sui quali la nuova politica Labour avrebbe dovuto impedire nuovi permessi. Burnham ha invece preso in considerazione la possibilità di autorizzarne lo sviluppo, sostenendo la necessità di ridurre il costo dell’energia e limitare la dipendenza dalle importazioni, come richiesto da Washington.
Pensioni
Il 10 giugno, durante la campagna elettorale a Makerfield, Burnham aveva detto che le donne della WASPI (Women Against State Pension Inequality), il gruppo che si batte per un risarcimento per le donne nate negli anni Cinquanta penalizzate dalle modifiche all’età pensionabile, «meritavano un risarcimento», aprendo alla prospettiva di un esborso pubblico nell’ordine degli 11 miliardi di sterline. Il giorno dopo il suo staff aveva già ridimensionato quelle parole, precisando che non si trattava di un impegno di spesa. Poco dopo Burnham aveva escluso la compensazione finanziaria, proponendo invece altre forme di sostegno. Un giorno: miliardi per riparare un’ingiustizia; quello successivo: nessun risarcimento.
Devoluzione fiscale
Qui la retromarcia assume una forma paradossale. Burnham ha presentato il trasferimento di una quota delle entrate fiscali ai sindaci regionali come «il più grande trasferimento di potere da Westminster» di una generazione. Ma quando il conservatore Ben Houchen, sindaco del Tees Valley, ha sostenuto di voler utilizzare quelle risorse per restituire denaro ai contribuenti locali, Burnham ha immediatamente precisato che il progetto non serviva a trasformare i sindaci in «mini ministri del tesoro» né a consentire loro di riscrivere la politica fiscale nazionale. Il problema è che proprio l’idea di restituire potere fiscale ai territori era stata utilizzata da Burnham per presentare la sua devoluzione come una rottura con il centralismo di Westminster. Quando però quel potere rischia di essere esercitato da un sindaco conservatore contro gli interessi politici del governo centrale, la devoluzione improvvisamente incontra dei limiti.
Unione europea
Anche sull’Europa il Burnham candidato è diventato rapidamente un altro Burnham. A settembre 2025 aveva detto di voler vedere il Regno Unito rientrare nell’Unione europea. A maggio, mentre preparava la candidatura a Makerfield, aveva spostato l’asse, parlando di un «caso a lungo termine» per il rejoin. Da primo ministro, siamo arrivati al niente rientro nell’Unione, niente ritorno al mercato unico e niente libera circolazione (perfino una retromarcia sulla direzione di Starmer e Reeves che avevano parlato di riallineamento al mercato unico e portato avanti politiche di riintegrazione delle norme UK con quelle UE).
Finanziamenti alla politica
A maggio Burnham aveva sostenuto di essere favorevole a un tetto di 500 mila sterline alle donazioni individuali ai partiti, aggiungendo che il limite avrebbe dovuto essere progressivamente ridotto. Al governo ha però ritirato il sostegno all’emendamento che avrebbe introdotto quel tetto nella nuova legge elettorale perché non piaceva ai sindacati.
Incompetenza o malafede?
La lista è significativa: non sono soltanto promesse elettorali ridimensionate, ma posizioni cambiate a seconda del pubblico. Elettori, mercati, sindacati, amministratori locali: a ciascuno una versione diversa della stessa politica. E in appena un mese, il problema non è più capire quale sia la vera linea di Burnham, ma stabilire se ne esista una.
Starmer aveva impiegato due anni per consumare la distanza fra il candidato che prometteva cambiamento e il primo ministro costretto a correggere le proprie promesse sulla base dei conti in cassa. E qualche attenuante, almeno l’aveva: era arrivato al governo dopo 14 anni di governi conservatori, ereditando una situazione finanziaria che prima delle elezioni non poteva conoscere fino in fondo e aveva dovuto governare attraverso crisi globali che nessun programma elettorale poteva aver previsto. Burnham no. Non ha promesso l’impossibile perché ignorava la realtà: l’ha promesso sapendo quale fosse.
Il punto, allora, non è soltanto quello delle retromarce, ma il modo in cui Burnham è arrivato al potere. Perché quelle promesse erano lo strumento attraverso cui ha costruito la propria alternativa a Starmer.
Ogni giorno che passa, diventa così più difficile giustificare la crisi che ha portato alla caduta del primo ministro che aveva riportato il Labour al potere. Perché se le presunte pecche che avevano reso necessario sostituirlo ricompaiono immediatamente nel suo successore, allora quelle pecche non erano mai state tali ma semplice realtà economica che si è voluta ignorare e strumentalizzare. Così è stata costruita una narrazione fatta di slogan, promesse irrealistiche e rappresentazioni distorte della realtà: ogni limite di Starmer è stato trasformato in un fallimento, ogni politica già avviata nel suo governo è stata ripresentata come una rivoluzione da realizzare, ogni compromesso come una prova della sua inadeguatezza.
Burnham ha dimostrato, in un solo mese, che quelle accuse non descrivevano affatto i limiti di Starmer: erano state create ad arte per decostruirne la leadership e mettere in atto il golpe.
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