


Due settimane sono bastate per mostrare tutte le contraddizioni del governo Burnham. Politiche di Starmer ripresentate come rivoluzionarie, un gabinetto che divide il Labour, silenzio su Kyiv, la riammissione nel Labour di Dianne Abbott, sospesa per antisemitismo e sostenitrice delle tesi del Cremlino, le aperture a Trump e la scomparsa degli attacchi di Elon Musk. Propaganda o nuovo corso? Un’analisi delle prime settimane del nuovo primo ministro britannico.
Chi si aspettava che il nuovo primo ministro britannico, Andy Burnham, delineasse una direzione politica una volta al governo è rimasto deluso. Una bussola ancora non c’è. Gli errori, invece, dopo sole due settimane, sono già evidenti.
L’unità promessa, il Labour diviso
Si era presentato come l’uomo della riconciliazione, invece, ha formato uno dei gabinetti più divisivi della storia recente del partito laburista. I ministeri chiave sono stati affidati alle personalità che avevano sostenuto il colpo interno contro Keir Starmer, trasformando la promessa di unità in un regolamento di conti. Tra le nomine più controverse figura quella di Louise Haigh, che – oltre ad essere stata una delle menti del colpo interno – era stata costretta a dimettersi dopo una condanna per aver presentato una falsa denuncia alla polizia. Una pessima partenza che ha ulteriormente frammentato il partito, con la nascita di una corrente starmeriana, prima inesistente. La forza di Starmer era infatti stata quella di non appartenere a nessuna fazione. Aveva ricostruito il Labour superando la logica delle correnti. La stessa caratteristica che lo aveva reso così forte inizialmente si era però trasformata nella sua maggiore debolezza quando Burnham ha organizzato la sua estromissione: Starmer non disponeva di un gruppo organizzato pronto a difenderlo.
Oggi quello scenario sta cambiando. Il modo in cui è stato allontanato il leader che aveva ricostruito il partito, conducendolo alla più ampia vittoria elettorale della sua storia recente sta producendo una componente politica che si riconosce nella sua eredità. Nel tentativo di consolidare il proprio potere premiando i fedelissimi, Burnham rischia così di aver ottenuto il risultato opposto, creando la prima vera opposizione alla propria leadership all’interno del Labour.
Questa corrente ha già un punto di riferimento in Darren Jones, l’ex Chief Secretary estromesso da Burnham nonostante fosse considerato una delle figure più promettenti della nuova generazione laburista. Per il momento gli starmeriani sembrano aver scelto la prudenza. Con il Parlamento chiuso per la pausa estiva, lasciano che Burnham si assuma il peso di dichiarazioni spesso contraddittorie. L’autunno, però, potrebbe cambiare il quadro. La presentazione del primo bilancio costringerà Burnham a trasformare slogan in scelte. È allora che i nodi potrebbero arrivare al pettine.
Il timore di Burnham che qualcuno usi le sue stesse armi
Che Burnham si senta tutt’altro che al sicuro lo dimostra il bavaglio imposto alle principali figure del governo, alle quali è stato vietato di parlare con la stampa nel tentativo di prevenire fughe di notizie e lotte interne. Arrivato a Downing Street grazie a una sequenza di indiscrezioni sulle politiche di Starmer e a una pressione mediatica che ne ha progressivamente eroso il consenso, Burnham sembra oggi temere proprio quei meccanismi che hanno contribuito alla sua ascesa.
Ma non solo questo. Quasi tutti i membri del suo gabinetto hanno disattivato le risposte su X – e non certo per timore di bot o troll – ma perché, fin dai primi giorni di governo, sono stati assaltati da membri del partito laburista o elettori laburisti estremamente critici.
Le contraddizioni del nuovo governo
Iindebolito fin dalle prime battute è anche il nuovo Cancelliere dello Scacchiere, John Healey. Furono proprio le sue dimissioni da ministro della Difesa a rendere inevitabile la caduta di Starmer. Healey aveva lasciato l’incarico dopo lo scontro con l’allora Cancelliere Rachel Reeves, accusata di rifiutare l’impegno a portare la spesa per la difesa al 3% del PIL entro il 2030. Oggi, però, Healey si trova nella stessa posizione, rifiutando l’impegno al nuovo ministro della Difesa, Wes Streeting.
Né Healey né Streeting sembrano però prendere in considerazione le dimissioni. Se sotto Starmer il 3% era stato presentato come una questione di principio tale da rendere impossibile restare al governo, oggi quello stesso principio sembra negoziabile. È una contraddizione che finisce per alimentare il sospetto che dietro la crisi del governo Starmer vi fossero molta più ipocrisia e malafede di quanto i suoi protagonisti siano pronti ad ammettere ma che è sotto gli occhi di tutti.
Starmer rebranded
L’operazione di Burnham appare finora orientata soprattutto a costruire una “prima buona impressione”, nella speranza di ottenere rapidamente un consenso personale. Per farlo ha scelto un flusso continuo di annunci, video e promesse destinati a Instagram, TikTok e X. Il problema è che una parte consistente di ciò che Burnham presenta come iniziative del suo governo era già stata annunciata o addirittura avviata dal precedente esecutivo. La differenza non è soltanto comunicativa. Burnham e i media che lo supportano (il Guardian in testa) evitano di presentarle come la prosecuzione di politiche già esistenti, preferendo descriverle come misure nuove e rivoluzionarie.
L’esempio più evidente riguarda l’investimento nei sottomarini nucleari. Burnham ha annunciato uno stanziamento di 8,4 miliardi di sterline presentandolo come una delle prime grandi decisioni del suo governo. In realtà il programma era già stato lanciato da Keir Starmer il 1° giugno 2025, con la pubblicazione della Strategic Defence Review. In quell’occasione il governo aveva annunciato un piano da 15 miliardi di sterline per il programma nucleare britannico, la costruzione di fino a dodici sottomarini d’attacco SSN-AUKUS, il rafforzamento della deterrenza della NATO e un vasto piano industriale destinato a sostenere circa 30.000 posti di lavoro qualificati e migliaia di apprendistati. Lo stanziamento rivendicato da Burnham non inaugura quindi una nuova politica, ma rappresenta una tranche di un programma strategico già definito e finanziato dal governo Starmer.
Lo stesso vale per la devoluzione dei poteri agli enti locali. Burnham ha trasformato l’incontro con i sindaci in un simbolo del nuovo corso, nonostante la devoluzione fosse uno dei pilastri del programma di governo di Starmer, pubblicato il 9 luglio 2024, soli 5 giorni dopo la vittoria elettorale, e lo stesso Starmer avesse già riunito i sindaci metropolitani, incluso Burnham. Il nuovo primo ministro ha inoltre rilanciato un programma di nazionalizzazioni, indicando come priorità ferrovie, acciaio e, in prospettiva, un maggiore intervento pubblico nel settore idrico. Anche in questo caso, però, l’enfasi sul “nuovo corso” non convince. La rinazionalizzazione delle ferrovie non è una promessa: è già una realtà. Il governo Starmer aveva approvato il provvedimento nel novembre 2024 e, nel corso del 2025, dato avvio alla costituzione di Great British Railways, con il ritorno degli operatori ferroviari sotto controllo pubblico alla scadenza dei rispettivi contratti. Allo stesso modo, la nazionalizzazione di British Steel è stata annunciata e avviata da Starmer nel 2026, prima dell’insediamento di Burnham. Anche per quanto riguarda l’acqua, era stato tutto annunciato e perseguito da Starmer a partire dal 2024.
Oltre il mandato elettorale
Vi sono poi iniziative molto sceniche ma di cui è difficile comprenderne i benefici, come avere creato una sede operativa di Downing Street a Manchester, destinata a comportare costi per i contribuenti, costretti a finanziare il continuo trasferimento di ministri e funzionari tra Londra e il Nord dell’Inghilterra, senza che sia ancora stato chiarito quale vantaggio concreto ne deriverà al paese. Ancora più sorprendente è la rapidità con cui il progetto è stato realizzato: tra la nomina di Burnham e l’inaugurazione sono trascorsi 5 giorni, un dettaglio che solleva interrogativi su quanto tempo prima delle dimissioni di Starmer questa operazione fosse già in preparazione.
Infine vi sono le promesse che esulano dal mandato elettorale. Tra queste, la proposta di devolvere ai sindaci una quota delle entrate fiscali nazionali. Oggi le autorità locali finanziano la propria attività principalmente attraverso la Council Tax. Burnham propone invece di trasferire una parte del gettito fiscale raccolto dallo Stato centrale, imprimendo un’accelerazione al processo di devoluzione ben oltre quanto previsto dal programma di governo.
Le perplessità non riguardano soltanto l’opposizione. Burnham ha affermato che i ministri dovrebbero essere chiamati a giustificare perché le loro decisioni debbano prevalere su quelle degli amministratori locali, una formulazione che sembra spingersi oltre la tradizionale devoluzione verso una redistribuzione del potere tra Stato centrale e autonomie locali.
Per un lettore italiano può sembrare un dettaglio, ma nel sistema costituzionale britannico non lo è affatto. Il Regno Unito non dispone di una Costituzione rigida: il Parlamento può modificare anche gli assetti costituzionali con una legge ordinaria. Proprio per questo, però, si è consolidata una forte convenzione costituzionale secondo cui cambiamenti di questa portata devono essere esplicitamente sottoposti agli elettori attraverso il manifesto elettorale. È il cosiddetto mandate doctrine: il governo trae la propria legittimazione a realizzare riforme costituzionali dal fatto di averle presentate agli elettori prima del voto.
La redistribuzione del potere fiscale e decisionale tra Westminster e le autorità locali non figurava nel manifesto con cui il Labour ha vinto le elezioni del 2024. Procedere comunque in quella direzione significherebbe quindi rompere una consolidata convenzione costituzionale, creando un precedente pericoloso, perché darebbe il potere a chiunque in futuro di cambiare governo in corsa, cambiare direzione e modificare la costituzione, anche in modo più radicale.
Resta poi irrisolta la questione fondamentale: da quali capitoli di bilancio verrebbero sottratte le entrate fiscali destinate ai sindaci?
La politica estera ambigua
Anche in politica estera Burnham mostra ambiguità. Se da un lato, ha accolto in visita Volodymyr Zelensky, reiterando l’impegno britannico in supporto dell’Ucraina, dall’altro si è trattato di una visita priva dello slancio che aveva caratterizzato il rapporto tra il presidente ucraino e Starmer. Ma a colpire è soprattutto il silenzio mantenuto da Burnham di fronte ai bombardamenti russi su Kyiv. Là dove Starmer interveniva puntualmente per denunciare gli attacchi contro la popolazione civile, il nuovo primo ministro non sembra avere trovato tempo tra video in cui consuma birre e patatine al pub e uno in cui si dileggia in metafore con i panini.
C’è poi il rapporto con Donald Trump, improntato alla disponibilità che segna un cambio di tono. Trump, ha postato che Burnham gli avrebbe assicurato l’apertura del Mare del Nord a nuove trivellazioni petrolifere.”Non riuscivo a farle usare a Starmer”, ha dichiarato il presidente americano. Non è possibile stabilire se il colloquio si sia svolto nei termini descritti (i precedenti di Trump lascerebbero pensare che si tratti di invenzione). Ciò che è certo è che Burnham non ha smentito. Al contrario, ha rivendicato un approccio “pragmatico”, lasciando aperta la possibilità di un cambiamento di linea rispetto a Starmer.
La politica zig-zag
Nella politica a zig-zag di Burnham, tra destra e sinistra, figura la riammissione di Diane Abbott nel partito laburista. Starmer l’aveva sospesa dopo le sue dichiarazioni secondo cui gli ebrei non avrebbero mai subito un livello di discriminazione paragonabile a quello vissuto dalle persone nere. La scelta di Burnham è tanto più controversa perché Abbott non ha mai preso le distanze da quelle affermazioni. Al contrario, in una recente conferenza è tornata su molte delle stesse argomentazioni e ha espresso posizioni favorevoli alla narrativa del Cremlino, attribuendo l’invasione russa dell’Ucraina all’espansionismo della NATO.
Molti parlamentari ed elettori laburisti temono un ritorno verso quella stagione di ambiguità politiche e ideologiche dell’era Corbyn che Starmer aveva impiegato anni a smantellare.
Anche le elezioni per il sindaco di Manchester, vinte dalla candidata laburista Bev Craig con il 66% dei voti, rappresentano una vittoria dal sapore agrodolce. Il dato che colpisce non è tanto il risultato finale quanto l’affluenza: alle urne si è recato appena il 28% degli aventi diritto. Si tratta di un successo elettorale, sì, ma non la dimostrazione di una travolgente “onda Burnham” se così pochi elettori hanno scelto di partecipare.
Il vero convitato di pietra di queste prime settimane di governo, però, è Elon Musk, che per due anni aveva trasformato (quotidianamente) Starmer in un bersaglio, tra accuse di censura, post incendiari e richieste di elezioni anticipate. È scomparsa perfino la narrazione dell’”islamizzazione del Regno Unito”, agitata per mesi come la prova del presunto fallimento del governo Starmer e oggi improvvisamente evaporata. Strano atteggiamento verso un leader che cerca di mostrarsi ai britannici come “più a sinistra” di Starmer.
Non meno sorprendente è il comportamento di una parte della stampa progressista. Misure che sotto Starmer venivano ignorate o persino contestate vengono oggi celebrate come svolte epocali, nonostante in molti casi si tratti delle stesse politiche, già annunciate o già realizzate dal precedente governo. Più che un cambiamento di agenda politica, sembra un cambiamento di narrazione.
È questo il tratto distintivo del governo Burnham: quasi tutto, finora, appare costruito intorno alla comunicazione. Le immagini, i video, gli slogan, gli annunci, la ricerca della viralità precedono la sostanza delle decisioni. È una costruzione artificiale, progettata per produrre consenso immediato e dare l’impressione di una discontinuità che, nei fatti non esiste. Proprio per questo, però, è anche una costruzione fragile.
La pausa estiva del Parlamento offre a Burnham un periodo di tregua. Senza confronti parlamentari, la politica può ancora essere raccontata attraverso i social. Ma con la ripresa dei lavori e, soprattutto, con la presentazione del primo bilancio del o governo, la musica potrebbe cambiare.
Link di riferimento:
https://www.gov.uk/government/news/devolution-delivery-for-first-mayoral-meeting
https://www.gov.uk/guidance/great-british-railways
https://www.bbc.com/news/articles/c5yzy3ng05lo
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Un quadro per certi versi tutt’altro che nuovo nello scenario internazionale, ma preoccupante perché riguarda un paese come la Gran Bretagna, con un Burnham ennesimo pifferaio magico sulla ribalta mondiale. Ai miei occhi però un aspetto emerge come il più preoccupante di tutti: l’ingerenza oltre modo sfacciata e inammissibile di un soggetto esterno, peraltro privato, Elon Musk. Ma questo mi pare ormai sempre più chiaramente il trend a livello globale, la manipolazione delle politiche nazionali ad opera di soggetti esterni – siano essi individui o attori ostili -, mossi non da principi, ma unicamente dagli interessi materiali. E Musk non è certo il primo della schiera.
Per quanto riguarda infine la Gran Bretagna, mi auguro che il neo-premier sbatta quanto prima il muso contro la realtà dei fatti, per un bene che non è circoscritto solo al suo paese.