articolo apparso inizialmente su “La Ragione” del 29 giugno 2024
di Camillo Bosco*
Può un golpista subire un golpe? E, nel caso, si tratta forse di un colpo di Stato al quadrato? Possono sembrare domande più adatte alla parodia guzzantiana di “Rieducational Channel” che al giornalismo, ma l’attualità africana le impone come cronaca attuale. In Burkina Faso la giunta militare del capitano Ibrahim Traoré ha appunto subito un tentativo di cambio di regime da alcune frange scontente dell’esercito, comunque fallito. Anche se il governo di Traoré si è affannato per smentire le voci, la ribellione sarebbe accaduta davvero e in seguito a un feroce attacco di terroristi di al-Qaida nella provincia di Yagha al confine col Niger.
L’undici giugno i miliziani della formazione di Jama’at Nusrat al-Islam wal-Muslimin, confederata con l’organizzazione fondata al tempo dal saudita Osama bin Laden, hanno assaltato una roccaforte del regime di Traoré nella zona della città burkinabè di Marsila. Nel blitz sono stati massacrati sul posto almeno centosette soldati, decretando la caduta della città nelle mani dell’emirato dei fondamentalisti. Il distretto di Marsila si è così aggiunto al circa 60% del Burkina Faso passato sotto il controllo esclusivo dei membri di al-Qaida e di quelli della costola saheliana dello Stato Islamico. Un califfato ancora non proclamato, ma che prima di quanto si pensi potrebbe nascere tra Burkina Faso, Mali e Niger.
Un tale massacro ha scatenato il malcontento di una parte delle truppe governative, mal armate e mal pagate. Due anni fa il regime aveva infatti annunciato di essere riuscito a reclutare fino a 50mila nuovi volontari per la lotta contro i jihadisti, anche se privo delle infrastrutture necessarie per poter addestrare una tale quantità di uomini. I soldati morti a Marsila probabilmente erano qualcosa di poco più di gruppi di civili equipaggiati con armi leggere: una forza di certo insufficiente per combattere i motivati squadroni della morte degli islamisti rurali.
La rarefazione e l’impreparazione delle forze di sicurezza burkinabè hanno probabilmente giocato anche in favore di Traoré, che è riuscito a neutralizzare l’insurrezione dei suoi prima che toccasse la capitale Ouagà. Una fortuna che potrebbe anche non ripetersi, dato che lui stesso è arrivato al potere con una dinamica simile. Il Burkina Faso combatte contro la guerriglia islamica dal 2015 e il conflitto ha già provocato più di due milioni di profughi almeno 20mila morti. Nel gennaio del 2022 il presidente Roch Marc Christian Kaboré era stato deposto dal tenente colonnello Paul-Henri Sandaogo Damiba dopo che i jihadisti avevano ucciso più di cinquanta soldati in un unico attacco. Salito con la promessa di migliorare la situazione, in nove mesi Damiba aveva poi perso quattro decimi delle terre del Paese contro le armi degli insorti. A settembre il capitano Traoré si era quindi presentato come l’unico uomo forte capace di fermare lo sfacelo, vestendo persino il baschetto come il famoso l’eroe assoluto dell’indipendenza burkinabè Thomas Sankara.
Tuttavia oggi continuano ad aumentare le terre sotto la cura dei fondamentalisti islamici, così come i massacri dei soldati lealisti. Una situazione di assoluto caos in cui persino i russi sono ormai costretti ad ammettere il fallimento del loro approccio nel Paese. Le aziende di Mosca vendono le loro attività, mentre i contadini locali protestano perché non possono seminare a causa degli attacchi ribelli. Nell’attesa del tracollo definitivo di Traoré, il Burkina Faso potrebbe quindi diventare il ventre molle dell’impero coloniale africano di Vladimir Putin.
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