Dai commenti ad alcuni miei post, mi sembra di capire che ci sia molta confusione in merito alla Brexit che porta a generalizzazioni che sono non solo fuorvianti ma che rendono impossibile comprendere quale sarà l’operazione di Keir Starmer nelle settimane e mesi a venire.
Il pensiero di molti è quello di “Brexit sì” o “Brexit no”, bianco o nero, dentro o fuori: una schematizzazione che rivela i danni fatti dal populismo in questi ultimi anni; una ipersemplificazione che non fa comprendere i fenomeni, nullifica l’analisi, demolisce il ragionamento e azzera il dibattito.
In realtà la Brexit è molto più complessa di così e cercherò di spiegarlo.
Brexit: i fatti
Partiamo da un fatto indiscutibile: nel 2016, con un referendum, il Regno Unito ha votato per uscire dall’Unione Europea. A questo processo di uscita è stato dato il nome di Brexit, che significa letteralmente “uscita della Gran Bretagna”. Non significa nient’altro. Non comprende infatti l’aspetto più fondamentale della faccenda, ovvero il “come” perché qui entriamo nel campo delle interpretazioni, dove la dicotomia “dentro” o “fuori” non è più applicabile.
Questo ci porta al secondo fatto: Brexit significa “fuori”, non esiste dunque più un “dentro”, né esiste al momento alcuna forza politica britannica, di destra o di sinistra, che intenda riportare il Regno Unito “dentro”. Questo per vari motivi: 1. per non spaccare nuovamente il paese; 2. troppo complesso e dispendioso; 3. perché il “come” è ancora tutto da risolvere; 4. perché per rientrare dovrebbe aderire all’Euro e l’Uk non rinuncerà mai alla Sterlina; 5. perché non è detto che la Ue riammetterebbe l’Uk.
Stabiliti questi fatti, ci concentreremo sul contenzioso, ovvero quel “come” che ha avvelenato la politica britannica negli ultimi 8 anni, spaccato il partito conservatore conducendolo alla peggiore sconfitta elettorale della sua storia, costretto il paese ad 8 anni di instabilità nel corso del quale si sono susseguiti ben 5 primi ministri conservatori.
Il “come”, ovvero la diaspora dell’interpretazione
Nessun paese, prima del Regno Unito, era mai uscito dall’Unione Europea, pertanto non esisteva né un processo definito (se non per punti sommari), né un’idea da parte della Ue e dell’Uk sul come fare per rescindere quello che ormai era un corpo unico.
Non si sapeva, per esempio, cosa tenere e cosa cancellare, cosa poteva essere eliminato e cosa invece andava corretto o addirittura riscritto. Il processo comportava la revisione di migliaia di leggi, trattati e accordi commerciali che andavano dai dazi al semplice riconoscimento delle patenti di guida. Migliaia e migliaia di regole e regolette da cui dipendevano tanto l’economia, quanto le aziende e la vita di ogni cittadino.
Non esisteva neanche, da parte del Regno Unito, alcun accordo interno sugli obiettivi da raggiungere. Infatti il “fuori”, seppure un fatto certo, era vago. Non definiva affatto a che distanza dalla Ue si sarebbe voluto collocare l’Uk: al punto più vicino, ovvero quello dell’area economica come la Norvegia? Un po’ più lontano ma sempre vicino, come la Svizzera? Ancora un po’ più distante ma sempre alleato? Oppure ancora ad una distanza siderale, come se il paese fosse addirittura parte di un altro continente?
È qui che entrano in ballo 2 interpretazioni prevalenti di quel “come”: la “Brexit morbida” e la “Brexit dura”.
La Brexit morbida
Malgrado la vittoria marginale del “leave”, tra i deputati, i “remainers” erano la maggioranza. Tutti i LibDem, gli scozzesi dell’SNP e gran parte dei deputati laburisti erano contro la Brexit, ma non erano al governo. D’altra parte, anche all’interno del partito conservatore i “remainers” inizialmente erano la maggioranza, anche se lì, il partito era più spaccato.
Quell’esigua maggioranza di anti-Brexit tra i conservatori non poteva certamente nullificare il voto referendario, doveva portare avanti le trattative con la Ue ma tentò inizialmente di limitare il danno, spingendo verso una “Brexit morbida” ovvero verso il modello norvegese o al limite quello svizzero e austriaco, collocando il Regno Unito in una sfera ravvicinata.
Essendo la maggioranza, gli anti-Brexit tra i conservatori prevalsero e dopo le dimissioni di David Cameron incaricarono Theresa May dell’arduo compito di ricompattare il partito, indirizzando il paese verso la linea di una Brexit morbida. I populisti intorno a Johnson le dichiararono guerra ad oltranza, trovando consensi nell’estrema destra di Farage e nelle frange più radicali del partito (paralizzando, di fatto, il suo governo).
Giunti al 2017, Theresa May, con oltre un terzo del partito contro e senza un mandato elettorale, si convinse che non sarebbe riuscita a far passare la sua linea a meno di non ottenere un mandato direttamente dagli elettori ed una maggioranza abbastanza ampia che nullificasse gli sforzi di Johnson di impedirle di ottenere accordi con la Ue sul modello dei paesi “amici”.
Le cose andarono male per lei. Malgrado Corbyn fosse un Brexiter, il partito laburista era largamente europeista e gran parte dell’elettorato che aveva votato contro la Brexit corse alle urne per scalzare i conservatori. La sconfitta laburista fu solo marginale e May ne uscì malconcia e senza maggioranza (Hung Parliament). Per formare il nuovo governo dovette ricorrere al supporto degli unionisti del DUP, i quali – per quanto contro la Brexit – non ne volevano sapere di quella che pareva l’unica soluzione per l’Irlanda del Nord, ovvero un confine sul Mare del Nord che avrebbe lasciato, di fatto, l’Irlanda del Nord nell’area economica europea. Intanto la fronda di Johnson si era rafforzata, potendo contare non solo sul supporto del DUP ma anche di molti conservatori originariamente Remainers (come Liz Truss) che avevano cambiato casacca.
Impossibilitata a portare avanti la Brexit morbida e a governare, Theresa May fu costretta a dimettersi nel 2019, dopo che il suo piano di uscita “morbida” dalla Ue fu bocciato dal parlamento. I johnsoniani erano ora pronti a prendere il controllo del partito e del paese.
La Brexit dura
Da massimalista, Boris Johnson portava avanti la linea di una di totale rottura. Il suo obiettivo era di portare l’Uk ad una distanza siderale dalla Ue e anche dall’Europa. Intendeva infatti far uscire l’Uk anche dalla Corte Europea dei diritti dell’uomo, di ridurre lo stato all’osso, creare “free cities” e trasformare il paese in un paradiso fiscale (non è un caso che Londra fu largamente svenduta agli oligarchi quando ne era sindaco).
Quando recentemente Farage ha sostenuto che “Brexit non è mai stata implementata”, si riferiva agli obiettivi massimalisti. Per uomini vicini a Mosca come Farage, l’obiettivo era scardinare interamente l’Uk dalla Ue e dalla Corte Europea e farne un trampolino di lancio per coinvolgere altri paesi nell’operazione di distruzione della Ue. Ricordiamo che il nemico principale di Putin è la Ue prima ancora della Nato.
Perché allora l’ultra atlantista Johnson si prestò? Perché è un ambizioso narcisista prigioniero del proprio ego smisurato. In parole povere, perché gli conveniva. E infine perché all’epoca, negli USA, c’era Trump che aveva tutto da guadagnare nell’indebolimento della Ue e aveva così promesso a Johnson un accordo commerciale con gli USA. L’asse Trump-Johnson anti Von der Leyen si era formato. Putin se la rideva.
E qui arriva il primo imprevisto. Per avere una maggioranza solida e far passare la “Brexit dura”, Johnson racconta una balla colossale ai britannici e alla Ue, e firma un trattato che non ha alcuna intenzione di rispettare. Si tratta del protocollo sull’Irlanda del Nord che pone il confine sul Mare del Nord, una misura necessaria per garantire i termini del Good Friday Agreement (il trattato di pace, ratificato nel 1998, che impone che non possa esistere un confine tra le due Irlande). Poi si presenta in campagna elettorale sfornando un manicaretto “Brexit is oven ready”, dice. Grazie a questo stunt (complici i deliri di Corbyn) stravince le elezioni. Poi, una volta assicuratosi una maggioranza per altri 5 anni, Bojo ammette candidamente di avere mentito, spernacchia la Ue e sostiene che non ha nessunissima intenzione di rispettare il trattato.
L’imprevisto naturalmente è l’elezione alla Casa Bianca di Joe Biden. Garante del trattato di pace e irlandese d’origine, Biden risponde alle smargaissate di Johnson negandogli il trattato commerciale promesso da Trump. L’Uk resta economicamente isolata. La Brexit dura, ormai già moribonda in partenza, riceve il colpo di grazia con il Covid e la guerra in Ucraina. A differenza degli altri paesi Ue, l’Uk non ha modo di riprendersi dalla crisi e continua a precipitare. Johnson è estromesso.
Sunak e la rincorsa agli USA
Nel febbraio del 2023, Bojo torna temporaneamente in scena minacciando una crisi di governo e dichiarando guerra a Rishi Sunak, reo di aver risolto il contenzioso sull’Irlanda del Nord, raggiungendo un accordo con l’Unione Europea sulla revisione del protocollo.
Per mesi, dopo essere stato costretto alle dimissioni, Johnson aveva cercato di tornare al potere. Nel frattempo, gli unionisti del DUP erano insorti e dopo la vittoria alle elezioni di Sinn Féin e avevano bloccato il parlamento dell’Irlanda del Nord. Dichiaravano di volere una revisione del protocollo. Johnson era salito sul carro e aveva impugnato il trattato come arma, ingaggiando la solita battaglia contro “l’intransigenza della Ue” nel non voler riscrivere un protocollo che “recideva l’Irlanda del Nord dal Regno Unito” e “metteva a rischio il trattato di pace”, tutte cose di cui lui, in primis, era responsabile. Raggiungendo l’accordo, Sunak l’aveva disarmato. E (smacco ancora più grande) era sopravvissuto alla fronda dei johnsoniani grazie al voto dei laburisti ormai da 3 anni guidati da Starmer.
Certamente Sunak sperava che – risolvendo quel contenzioso – Biden gli avrebbe concesso quel trattato commerciale di cui aveva disperatamente bisogno per risollevare il paese e giungere alle urne del 2024 con dei risultati in mano. Ma il rapporto tra conservatori e l’amministrazione Biden era ormai minato. Né Sunak pareva abbastanza solido da poter sopravvivere alle continue bordate dei johnsoniani che premevano quotidianamente con lettere di sfiducia per riportare Johnson alla guida del paese. Biden negò il trattato, condannando Sunak alla propria agonia fino alle elezioni di pochi giorni fa.
Starmer e la Brexit morbida
Abbiamo visto che l’idea di una Brexit dura non era stata né parte della campagna referendaria (nella quale non si era mai parlato di un “come”) né condivisa dalla maggioranza del mondo politico. Solo alcune decine di deputati condividevano il massimalismo di Johnson, il quale aveva ottenuto una vittoria referendaria nel 2016 e una elettorale nel 2019 su palesi menzogne che non si premurava neanche di negare. Contro la vittoria elettorale del 2019, quei conservatori che non condividevano la linea massimalista decisero di turarsi il naso e godere della vittoria salendo sul carro vincitore.
In breve, la Brexit dura fu un colpo di mano di un manipolo di populisti radicali guidati da Johnson che, a partire dal 2016, hanno cercato di prendere il controllo del partito conservatore (riuscendoci per tre anni tra il 2019 e il 2022) dilaniandolo e cannibalizzandolo.
Da cancelliere dello scacchiere, Sunak sapeva che, senza un trattato con gli USA, l’unica possibilità di ripresa economica per il Regno Unito sarebbe potuta arrivare solo tornando ad abbracciare l’ipotesi di una Brexit morbida, reintessendo le fila di accordi commerciali ad hoc nei settori particolarmente colpiti. Fu lui, infatti, nel luglio del 2022, a guidare i ribelli che costrinsero Johnson alle dimissioni.
Fallita la strada dell’accordo con gli USA però, Sunak si ritrovò impotente: gli era impossibile intraprendere quella strada perché la Ue aveva gli stessi timori di Biden. Non era abbastanza solido internamente e pertanto non aveva credibilità o affidabilità.
Con Starmer è un’altra storia. Arriva alla guida di un governo con una maggioranza solidissima e senza le macchie delle pessime relazioni con l’Europa dei conservatori.
Per il Regno Unito, la strada della Brexit morbida, ovvero quella originaria portata avanti da Theresa May, è l’unica percorribile. Pertanto, è prevedibile che Starmer intraprenderà quella direzione. Non sarà facile. Le “Red Lines” poste da May nel discorso alla Lancaster House nel gennaio del 2017, nel tentativo di unificare il partito dietro un compromesso con i massimalisti, sono incompatibili con una Brexit morbida.
Ma Starmer, almeno inizialmente, non ha alcun bisogno di scagliarsi contro il muro delle Linee rosse ingaggiando una battaglia di revisione dei principi del Withdrawal Agreement. Gli basta riportare l’Uk in Europa non formalmente ma ideologicamente. Quello che probabilmente vedremo nelle prossime settimane e mesi sarà un riavvicinamento a cui i laburisti lavorano da tempo (Starmer ha trascorso l’ultimo anno visitando e dialogando con i leader europei preparando il terreno).
Non è un caso che a sole 24 ore dal voto il nuovo ministro degli Esteri, David Lammy è volato in Germania e parlato apertamente di accordi, e che nel suo discorso introduttivo, Starmer abbia indicato che il suo primo obiettivo era “far uscire l’Uk dall’isolamento”.
E certamente quello è l’obiettivo primario. Solo quel riavvicinamento può risollevare l’economia britannica e solo una forte economia può consentire a Starmer di raggiungere gli obiettivi successivi senza aumentare la pressione fiscale. Ma poiché ogni cosa può avvenire un passo per volta, la via del dialogo è solo l’inizio di un lungo processo. E questo, già gli è sufficiente per incoraggiare i mercati e gli investimenti fino a che non sarà in una posizione di forza (forse ad un eventuale secondo mandato) per poter mettere mano alle “Red Lines”.
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