


Dalla paura dei predatori alla paura di avere paura: le fobie raccontano il fragile confine tra prudenza e paralisi. Ma nel dibattito contemporaneo il loro nome è diventato anche uno strumento per delegittimare timori e posizioni politiche.
La storia delle fobie è forse una delle storie più curiose e sorprendenti dell’umanità. Non racconta solo tutto ciò di cui gli uomini hanno avuto paura, ma anche il modo in cui hanno progressivamente trasformato la paura da prezioso strumento di sopravvivenza in una presenza sempre più invadente, fino a farne, in alcuni casi, una vera compagna di vita.
La parola deriva dal greco phóbos (paura, terrore, fuga davanti al nemico). Nella mitologia, Phobos era il figlio di Ares e accompagnava il padre in battaglia spargendo il panico fra gli eserciti. Una scelta lessicale quanto mai appropriata: la paura nasce per salvarci la vita, ma quando prende il comando finisce spesso per impedirci di viverla.
Le prime fobie della storia erano probabilmente anche le più ragionevoli. L’uomo preistorico soffriva di acrofobia (paura delle altezze), e in fondo sarebbe stato sorprendente il contrario, perché bastava un passo falso per precipitare da una rupe. Aveva ofidiofobia (paura dei serpenti), e considerando che molti erano velenosi sarebbe stato piuttosto imprudente accarezzarli. Provava nictofobia (paura del buio), perché nel buio si nascondevano predatori, burroni e nemici. Temeva il fuoco quando sfuggiva al controllo, le tempeste, gli animali feroci e il mare.
Nessuno avrebbe mai pensato di curarlo. Quelle paure costituivano il miglior sistema di sicurezza di cui disponesse la specie umana, tanto che, ancora oggi, non sembra irragionevole provare un leggero disagio affacciandosi sul bordo di un precipizio. In effetti, può essere assai meno pericoloso avere una certa paura del vuoto che non averne affatto. La prudenza nasce proprio da questa emozione elementare e diventa fobia soltanto quando il semplice timore di cadere impedisce perfino di avvicinarsi al parapetto di un balcone.
Lo stesso vale per l’ematofobia (paura del sangue). Per centinaia di migliaia di anni vedere sangue ha significato quasi sempre una cattiva notizia. Una ferita, una malattia, un combattimento, una morte. È perfettamente normale che il nostro cervello continui a considerarlo un segnale di pericolo. L’anomalia non consiste nell’impallidire davanti a una grave emorragia, ma nello svenire durante un innocuo prelievo.
Anche l’aracnofobia (paura dei ragni) appartiene a questa categoria. Alcune specie sono realmente pericolose. Il fatto che molti di noi reagiscano allo stesso modo davanti a un minuscolo ragno domestico dimostra semplicemente che il cervello umano preferisce, quando è nel dubbio, esagerare in prudenza piuttosto che rischiare in avventatezza.
Quasi tutte le fobie più antiche sembrano nascere così: da un pericolo reale che, invece di rimanere entro confini ragionevoli, viene percepito in modo dilagante fino a occupare territori che non gli appartengono più. È come un argine che cede: finché regge, il fiume irriga la pianura; quando si rompe, la stessa acqua che dava vita diventa un’inondazione.
Per secoli nessuno sentì il bisogno di classificare queste paure. Facevano parte del carattere, del temperamento, della vita quotidiana. Fu soltanto nell’Ottocento, quando la psichiatria iniziò a catalogare con entusiasmo quasi botanico ogni sfumatura della mente umana, che le fobie cominciarono a moltiplicarsi.
Comparvero l’agorafobia (paura degli spazi aperti), la claustrofobia (paura degli spazi chiusi), la glossofobia (paura di parlare in pubblico), la misofobia (paura dello sporco), la nosofobia (paura delle malattie) e poi la tanatofobia (paura della morte), che a pensarci bene pare la più ineludibile. Ma ve ne sono decine di altre, anche perché in fondo, per crearne qualcuna, basta prendere un sostantivo greco e aggiungervi il suffisso “fobia”: qualcuno potrebbe prontamente scoprire di esserne afflitto.
Molte di queste fobie descrivevano autentiche sofferenze, altre riflettevano la straordinaria passione classificatoria dell’Ottocento, un secolo in cui molti erano convinti che dare un nome alle cose significasse già comprenderle. Dopo aver catalogato piante, animali, rocce e costellazioni, l’uomo finì inevitabilmente per catalogare anche le proprie paure.
Fu però con Sigmund Freud che la storia delle fobie cambiò davvero direzione. Fino ad allora gli psichiatri si erano comportati come naturalisti, ma Freud fu una specie di archeologo. Non gli interessava tanto l’oggetto della paura quanto ciò che esso nascondeva e rivelava a un tempo. Perché proprio i cavalli? Perché i ragni? Perché gli ascensori? Perché gli spazi aperti?
La sua risposta fu per certi versi rivoluzionaria: quasi mai l’oggetto costituiva il vero problema. La fobia rappresentava piuttosto una maschera dietro la quale si celavano conflitti inconsci, desideri rimossi, ricordi traumatici o angosce che la coscienza non riusciva ad affrontare direttamente.
Il celebre caso del piccolo Hans, terrorizzato dai cavalli, divenne il simbolo di questa nuova prospettiva, perché Freud riconobbe in quei cavalli gli elementi di un linguaggio attraverso cui l’inconscio cercava di esprimere un conflitto molto più profondo. Da quel momento la paura cessò di essere soltanto un sintomo e divenne un racconto. Ogni fobia sembrava custodire una biografia segreta. Ogni ossessione poteva essere letta come una metafora. Il paziente non era più soltanto qualcuno che aveva paura degli ascensori o dei cani: diventava il protagonista di un romanzo psicologico.
La prospettiva freudiana fu solo in parte accolta da Carl Gustav Jung. Per lui la fobia non era tanto il prodotto di un conflitto infantile, bensì il segnale che una parte della personalità, ciò che chiamava l’Ombra, era stata esclusa dalla coscienza. L’oggetto temuto assumeva quindi il valore di un messaggero dell’inconscio che chiedeva di essere riconosciuto e integrato.
La guarigione non consisteva tanto nell’eliminare la paura quanto nel comprendere il significato dell’immagine che essa portava con sé e nel proseguire quel processo di maturazione interiore che Jung definiva individuazione.
James Hillman spinse ancora oltre quest’impostazione. Il fondatore della psicologia archetipica riteneva infatti che le fobie fossero innanzitutto immagini dell’anima. Prima di chiedersi come guarirle, bisognava domandarsi quale mito, quale archetipo o quale figura simbolica stessero cercando di esprimere. La paura del bosco, del mare, del buio o degli animali non sarebbe quindi un difetto da correggere, ma una narrazione attraverso la quale l’anima continua a parlare.
Anche Jacques Lacan riprese il caso del piccolo Hans, ma ne propose un’interpretazione diversa sia da quella freudiana – pur rimanendo nel suo solco – sia da quella junghiana. Secondo Lacan la fobia nasce quando il soggetto fatica a trovare una stabile collocazione nell’ordine simbolico, cioè nel mondo del linguaggio, delle regole e delle relazioni che organizzano l’esistenza umana.
L’oggetto fobico svolge allora una funzione sorprendente: non genera il caos, ma lo contiene. Diventa un punto di riferimento attorno al quale un’angoscia altrimenti indefinita e travolgente può assumere una forma precisa. In questo senso la fobia, più che un semplice disturbo, rappresenta una fragile ma preziosa costruzione psichica che protegge il soggetto da un’angoscia ancora più profonda.
Così, nell’arco di pochi decenni, la fobia ha cambiato completamente statuto culturale. Da semplice malattia da catalogare è diventata, almeno per la grande tradizione psicoanalitica, un linguaggio da interpretare. Non più soltanto un nemico da combattere, ma una finestra aperta sull’inconscio, sui suoi conflitti, sui suoi simboli e, forse, sul mistero stesso della personalità umana.
A differenza delle varie correnti psicoanalitiche, la psicologia contemporanea attribuisce molta più importanza alla genetica, all’apprendimento e ai meccanismi cerebrali, ma l’intuizione freudiana ha continuato a segnare tutto il XX secolo, durante il quale l’uomo ha imparato a temere non solo il mondo esterno, ma anche ciò che porta dentro di sé.
Nello stesso secolo la nascita di nuove invenzioni favorì poi l’insorgere di nuove fobie: dopo i primi aeroplani, ci fu la comparsa dell’aviatofobia (paura di volare) e dopo le prime automobili si diffuse l’amaxofobia (paura di guidare). Le grandi città alimentarono la fobia sociale, gli ascensori resero più frequente la claustrofobia, gli ospedali moderni la tripanofobia (paura degli aghi). Ogni progresso sembrava produrre, insieme ai propri vantaggi, una nuova occasione di inquietudine.
Poi arrivarono Internet e i telefonini. Comparvero la nomofobia (angoscia di restare senza telefono cellulare), la cyberfobia (paura delle tecnologie informatiche), la paura di perdere la connessione, di restare esclusi dalla rete, di scomparire dai social. Dopo migliaia di anni trascorsi a temere tigri, burroni e serpenti, l’Homo sapiens aveva imparato a spaventarsi perché la batteria dello smartphone era scesa al tre per cento.
Se viste in rapida successione, come nella fase finale dei fuochi d’artificio nelle feste di paese, quando i botti si rincorrono con tale rapidità da sembrare un’unica scia di fantastiche esplosioni, l’effetto complessivo della variegata gazzarra di fobie che si sono accumulate nel tempo può risultare ancora più sorprendente e forse illuminante.
Ecco allora la pogonofobia (paura della barba), la genufobia (paura delle ginocchia), la deipnofobia (paura di conversare durante i pasti), la crometofobia (paura del denaro), la peladofobia (paura dei calvi), la tricofobia (paura dei capelli), la globofobia (paura dei palloncini), la gefirofobia (paura dei ponti), la eisoptrofobia (paura degli specchi) – quella da cui è afflitto Buster Keaton nei panni del protagonista di “Film” di Samuel Beckett -, la caliginefobia (paura delle donne belle), la penterafobia (paura della suocera), la somnifobia (paura di addormentarsi), fino alla celebre hippopotomonstrosesquipedaliofobia, cioè la paura delle parole troppo lunghe: un nome così spropositato da costringere chi ne soffre a chiedere aiuto prima ancora di riuscire a pronunciarlo.
Pur potendo essere tentati di sorridere della fantasia con cui psichiatri e linguisti hanno battezzato le nostre paure, non bisogna comunque dimenticare che sarebbe un sorriso superficiale, perché dietro questo interminabile catalogo si nascondono autentiche sofferenze profondamente umane.
Le fobie raccontano infatti la difficoltà, antica quanto l’uomo, di mantenere entro i suoi limiti ragionevoli quella facoltà preziosa che chiamiamo prudenza. Senza di essa i nostri antenati non sarebbero sopravvissuti; senza di essa non attraverseremmo una strada, non eviteremmo un incendio, non ci affacceremmo con cautela su un precipizio.
Il problema nasce quando la prudenza dimentica il proprio mestiere; nasce quando il piccolo fiume che per millenni ha irrigato la nostra intelligenza rompe gli argini e pretende di sommergere tutta la pianura, e questo dilagante fenomeno può verificarsi non sulla base di un pericolo attuale e presente, ma anche solo in virtù di uno possibile e persino improbabile.
In questo senso, anche la gelosia può essere considerata una forma di fobia, come attesta l’irriducibile gelosia del protagonista della Recherche proustiana per Albertine, che si fondava proprio sulla mera, incontrovertibile possibilità del tradimento.
In fondo, fra l’incoscienza di chi non teme nulla e la prigionia di chi teme tutto si colloca l’incoscienza prigioniera di chi teme irriducibilmente che qualcosa possa accadere. Esiste infatti una sottile linea di confine sulla quale l’umanità cammina da quando mise piede sulla Terra, e si tratta della stessa linea sottile che divide la possibilità dalla realtà: a seconda di dove si colloca questa immaginaria linea divisoria possono scaturirne disposizioni d’animo diametralmente opposte.
Aristotele aveva già colto implicitamente la rilevanza cruciale di questa linea di confine quando distingueva il coraggio dalla temerarietà, che ignora il buon senso di avere paura di qualcosa che ha discrete probabilità di verificarsi.
Ed è proprio da questo fragile equilibrio tra realtà e possibilità che s’innesca la trasformazione delle paure in fobie, così come è proprio la paura di avere paura a far proliferare la confusione tra persone temerarie e coraggiose. Se le prime fanno fatica a individuare delle possibilità pericolose, le seconde sanno assumersi la responsabilità di tenerne conto, evitando così di compiere azioni avventate.
Ma questa confusione sembra ormai scandire i nostri tempi, rendendoli simultaneamente pavidi e temerari, evocando così la sempre più diffusa mancanza di quanto continuiamo a chiamare coraggio, insieme alla nostalgia della saggezza che sempre l’accompagna.
Al termine della lunga lista di fobie qui sopra succintamente elencate non si può tuttavia non dedicare uno spazio particolare a quella che è forse la più significativa, perché quando si pensa che il catalogo sia finalmente terminato, ecco comparire la fobofobia: la paura di avere una fobia.
Non si tratta di uno scherzo, esiste davvero, e non è escluso che svolga un ruolo cruciale anche rispetto all’insorgere di tutte le altre. Anche la stessa tendenza ad apporre il suffisso “fobia” a molte parole potrebbe esserne un segno rivelatore, dato che si tratta di un’iniziativa linguistica volta a delegittimare, proprio perché lo si teme, qualsiasi timore.
Se infatti l’Ottocento aveva dato un nome alle fobie e il Novecento aveva dato loro un significato, in questo scorcio di nuovo millennio esse sono apertamente diventate armi improprie e subdoli indicatori di orientamenti sociali e politici. Non sono più un catalogo di stranezze cliniche né soltanto delle chiavi con cui interpretare la personalità umana, ma dei modi per delegittimare le posizioni di chi ha visioni del mondo diverse da quelle che condividiamo, dato che quando si ragiona e argomenta in preda a un’incontenibile paura non lo si può fare molto bene.
Forse il caso più esemplare è in questo senso il termine “islamofobia”, che potrebbe derivare proprio dal tentativo d’insinuare nell’Homo sapiens la paura di avere paura di qualcosa di cui potrebbe invece avere senso averne, trasfigurando così la paura dell’Islam nel segnale di una cronica irrazionalità, se non addirittura, in base a un cortocircuito innescato da Freud, nel sintomo di un latente islamismo.
Questa parola tenta infatti di catalogare come una paura irrazionale e irrispettosa verso una religione diffusa in tutto il pianeta i timori e le preoccupazioni subentrati in Occidente dopo l’attentato alle Torri Gemelle, le numerose gole tagliate dall’Isis, la carneficina compiuta da Hamas in Israele il 7 ottobre 2023 e una lunga serie di stragi e delitti in tutto il mondo occidentale al grido di Allahu akbar; ovvero dopo una triste e scellerata sequela di eventi che si ripetono da almeno cinque lustri. In questo modo, definendo “fobia” la diffusa paura che ne è seguita, tenta di destituirla di ogni fondamento.
Si tratta indubbiamente di un efficace gioco di prestigio linguistico e concettuale, che tuttavia può essere facilmente smascherato. Certo, procedendo con sempre più sofisticati esercizi di delegittimazione di ragionevoli paure si può riuscire a privare chi dissente dalle nostre convinzioni di qualsiasi attendibilità: preda com’è delle sue fobie, non può dare corpo che a tesi deliranti, naturalmente da curare, come si è sempre fatto in ogni regime totalitario, dove non a caso si è sempre saputa usare la paura come un’arma decisiva.
Eppure, anche ciò che si chiama strumentalmente “fobia” può avere le sue buone ragioni e consentirci di vedere più lontano, fino a percepire un pericolo altrimenti destinato a rimanere nascosto.
Come accade con l’olfatto o l’udito di prede virtuali quando sentono avvicinarsi un predatore, la paura, trasformandosi repentinamente in fobia, può determinare fughe repentine anche di fronte al nulla, ma l’essere pronti a quelle fughe può determinare la salvezza della lepre o della gazzella, che, se anche peccano spesso d’eccesso di prudenza, sanno che dallo scatto sollecitato da quest’eccesso dipende la loro capacità di mettere in salvo la vita.
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Articolo davvero eccellente, però io delle fobie ho una visione diversa da tutte quelle illustrate, e, mi sembra, molto più semplice. Le vere grandi paure, a ben guardare, sono le stesse per tutti noi: l’abbandono, la sofferenza, l’invalidità, la morte. E sono paure letteralmente paralizzanti, con le quali non è possibile convivere, e quindi le sostituiamo con dei fantocci, con delle paure più gestibili: posso fare le scale invece che prendere l’ascensore, posso aggirare una piazza invece che attraversarla, con una pulizia molto accurata posso limitare di molto la presenza di bestioline in casa ecc. Ne ho sperimentato la validità quando ho avuto l’occasione di mettere alla prova la mia unica fobia: i ragni. Mentre mi è capitato di insegnare in una scuola non ancora finita e quindi con il cantiere ancora aperto, e di fare lezione coi topi che scorrazzavano per la classe, senza il minimo problema, i ragni riescono a farmi star male anche in fotografia. Poi sono andata per un anno in Somalia, dove praticamente tutto ciò che si muove è velenoso – e anche diverse cose che non si muovono. E la paura dei ragni è istantaneamente scomparsa. Giravo sulle dune e per la boscaglia coi miei sandali aperti, e i ragni proprio non mi venivano in mente, per un anno hanno smesso di esistere nella mia mente. Poi sono rientrata in Italia, dove so perfettamente che pochissimi ragni sono velenosi e quasi mai mortali, e il “mostro” è tornato. E allora ho capito: il problema non è la bestia concreta, bensì l’immagine che evoca nella mia mente: quella roba che fagocita, risucchia la sua preda tutta intera. Che è effettivamente una delle mie grandi paure per esperienza di pericoli concretamente vissuti, anche se ovviamente non in senso materiale.
Sì, capisco, credo che con le paure valgano due principi: “chiodo scaccia chiodo” e “ubi maior minor cessat”. Una paura caccia l’altra e dove ce n’è una più grande la piccola scompare. Per noi, dato che, come diceva Pascal, “piccola cosa ci consola perché piccola cosa ci affligge”, un piccolo ragno può farsi metafora delle più terribili esperienze immaginarie, inclusa quella di essere divorati. Ogni paura in fondo non è che la sintesi e la metafora di molte altre che non possono essere scongiurate, mentre un ragno, alle brutte, lo si può sempre schiacciare.
Se un giorno ci programmassero anche l’amigdala, tanto varrebbe lasciarci sostituire dall’AI in tutto e per tutto 🙂
Tanto affascinante racconto della fobia, quale esperienza del proprio vissuto, quanto lontano da quello che potrebbe essere il nucleo dell’unica causa di tutte le innumerevoli fobie : il malfunzionamento dell’amigdala, o di qualcosa del genere, che e’ la delegittimazione di tutti i nostri racconti sul lettino dello psicanalista, per portarci in un laboratorio di biochimica. La psicanalisi, come ogni altro strumento di indagine della nostra psiche , troverà una nuova stagione quale motore di stimoli che si tradurranno in salutari impulsi elettrici che, insieme a specifici farmaci ci guariranno da tutte le fobie e, cioè, da quella che e’ una loro unica fonte: la paura quale patologia del corpo che comprende anche il cervello, inteso come insieme di neuroni.