

Dalla famiglia ebraica e repubblicana al socialismo liberale, passando per il Sessantotto, il divorzio, il PSI e i radicali: il racconto di una lunga ricerca politica, guidata dal tentativo di tenere insieme libertà individuale, giustizia sociale, laicità e responsabilità.
Questo è un dialogo con me stesso davanti allo specchio.
Racconta gli inizi del percorso, tortuoso e non di rado contraddittorio, di un ragazzo che diverrà un uomo, di un cittadino che, per oltre settant’anni, ha cercato una casa politica nella quale riconoscersi, senza mai rinunciare ai propri principi.
È una raccolta di ricordi, sentimenti e impressioni sui fatti che più hanno inciso sull’inizio di quel percorso. Mancano inevitabilmente alcuni passaggi, a causa del modo in cui lavora la memoria, che non distribuisce mai il peso degli eventi secondo criteri di obiettività.
Se un filo conduttore esiste, è la costante ricerca di un equilibrio fra giustizia sociale e libertà individuale, nella convinzione che nessuna delle due possa sopravvivere a lungo senza l’altra.
Nasci nel 1944, due mesi prima della liberazione di Roma, in una famiglia della borghesia ebraica.
La politica entra nella tua vita prima che tu possa comprenderne il significato. È l’aria che si respira in casa.
Tuo padre, dopo un’adolescenza da balilla e avanguardista, come tanti ragazzi della sua generazione, aveva aperto gli occhi con le leggi razziali del 1938. Da quel momento aveva compreso la vera natura del fascismo.
Durante l’occupazione di Roma aveva aderito a un gruppo della Resistenza legato a Giustizia e Libertà; finita la guerra, si era iscritto al Partito d’Azione e, dopo il suo scioglimento, al Partito Repubblicano Italiano.
Uno dei tuoi primi ricordi è il suo ritorno a casa con una profonda ferita alla fronte, provocata da una manganellata della famigerata Celere del ministro dell’Interno Mario Scelba. Era il 1948 e gli scontri di piazza accompagnavano una delle campagne elettorali più dure della storia repubblicana.
Nello stesso anno tuo padre, in compagnia di uno zio candidato per il PRI, ti porta davanti al muro di Villa Aldobrandini, a piazza Magnanapoli. Ti indica con orgoglio il piccolo manifesto repubblicano, contrassegnato dall’edera, quasi schiacciato fra i giganteschi cartelloni della Democrazia Cristiana e del Partito Comunista.
Il 2 giugno 1949 viene inaugurato sull’Aventino il monumento a Giuseppe Mazzini. Tuo padre fa parte del picchetto d’onore e porta al braccio una fascia tricolore. Al termine della cerimonia la posa sulle tue spalle. Per te è soltanto un gioco; molti anni dopo capirai che quel gesto rappresentava una piccola consegna ideale.
La politica divide anche la famiglia. Il nonno paterno vota repubblicano, ma vive la politica con distacco. Quello materno è invece un vecchio socialista che, alla scissione di Palazzo Barberini del 1947, segue Giuseppe Saragat nella nascita del Partito Socialista dei Lavoratori Italiani, poi PSDI.
Anche fra gli altri parenti gli orientamenti sono molteplici. Molti sono comunisti; altri, che hanno sempre votato repubblicano, seguiranno Randolfo Pacciardi quando rompe con il PRI per la sua adesione ai governi di centrosinistra.
È in questo piccolo laboratorio politico che cresci.
Ma già al ginnasio scopri un mondo completamente diverso. Le appartenenze sociali si mescolano, le idee si confrontano, alcuni pregiudizi cadono e se ne formano di nuovi.
Ci sono comunisti e missini, i figli della borghesia cattolica, sostenitori della Democrazia Cristiana, e una maggioranza silenziosa alla quale la politica non interessa affatto.
Tu, invece, ti senti un pesce fuor d’acqua. Sei borghese, ebreo e simpatizzante di un piccolo partito laico che pochi prendono sul serio. Per i compagni più radicali di sinistra, i repubblicani sono soltanto dei lacchè della Democrazia Cristiana, dei nemici di classe.
È forse proprio quella condizione di minoranza permanente a spingerti, senza che ancora tu lo sappia, verso il liberalismo inteso in senso anglosassone, che nulla ha a che vedere con il PLI di Giovanni Malagodi, espressione degli interessi confindustriali e del grande capitale.
Impari presto a diffidare delle verità assolute, delle appartenenze tribali e delle maggioranze convinte di possedere la verità.
Sei classificato come un conservatore borghese, non assimilabile ai portatori delle pulsioni pseudorivoluzionarie che stanno incubando il Sessantotto, il quale arriverà quando ormai lavori, sei sposato e hai già imboccato la tua strada.
Lo osservi da una posizione esterna. Molti amici e compagni di scuola sono ancora all’università e vivono quella stagione con entusiasmo rivoluzionario. Tu, invece, ne rimani ai margini. Non per ostilità, ma perché la tua vita è già altrove.
Alle elezioni amministrative di Roma del 1966 hai scelto il Partito Socialista di Pietro Nenni. Non è una decisione improvvisa. Da tempo hai guardato con favore all’esperienza dei governi di centrosinistra, alla nazionalizzazione dell’energia elettrica, alla politica dei redditi, alla programmazione economica.
Ti sembra che quella sia la strada giusta: correggere gli squilibri del capitalismo senza soffocare la libertà economica; modernizzare il Paese senza inseguire utopie dirigiste e centraliste.
Il risultato elettorale, però, è deludente. Il PSI si ferma al 7,6 per cento nella capitale, superato perfino dai socialdemocratici di Giuseppe Saragat.
Nonostante ciò, continui a pensare che il riformismo rappresenti il miglior compromesso possibile fra libertà individuale e giustizia sociale.
Il fatto di essere già inserito nel mondo del lavoro ti inclina sempre più a un disincantato pragmatismo.
Col senno di poi, ti rendi conto che è proprio in quegli anni, quasi senza accorgertene, che comincia a prendere forma la tua idea di liberalismo: non di stampo liberista assoluto all’americana, ma nemmeno espressione del socialismo tradizionale, rappresentato dagli scissionisti del PSIUP; piuttosto, il socialismo liberale di Carlo Rosselli.
L’idea che il mercato abbia bisogno di regole, che lo Stato debba garantire pari opportunità senza trasformarsi nel padrone dell’economia e che i diritti individuali siano il primo metro con cui misurare una democrazia.
Nel 1974 questa convinzione riceve una conferma decisiva: il referendum sull’abrogazione della legge Fortuna-Baslini sul divorzio divide profondamente il Paese. Tu voti convintamente per il NO e la vittoria con quasi il 60 per cento dei voti ti appare come il segnale che l’Italia stia finalmente diventando un Paese più moderno.
Da quel momento guardi con interesse al Partito Radicale di Marco Pannella e ne apprezzi la battaglia per i diritti civili e la sostanziale opposizione al marxismo.
Eppure, quando arrivano le elezioni politiche del 1976, prevale ancora una volta il peso della tua storia personale. Subisci quello che, sorridendo, definirai «il richiamo della foresta» e voti ancora per il PSI, allora guidato da Francesco De Martino. È un voto più dettato dall’abitudine che dalla convinzione.
Il risultato è non solo deludente, ma traumatico: il partito scende al 9,6 per cento, uno dei peggiori risultati della sua storia.
Pochi giorni dopo, il 16 luglio, il Comitato centrale del PSI, riunito all’Hotel Midas di Roma, elegge segretario Bettino Craxi, che molti considerano un leader provvisorio, scelto come figura di compromesso. La storia dimostrerà il contrario.
Per chi, come te, cercava un socialismo finalmente autonomo dall’ipoteca comunista, riformista e occidentale, quella nomina segnerà l’inizio di una delle stagioni politiche più coinvolgenti.
Quello che sarai da adulto maturo è la prosecuzione logica di questo tuo personale romanzo di formazione.
Hai cercato, per tutta la vita, quella politica capace di coniugare libertà individuale, giustizia sociale, laicità dello Stato, merito e responsabilità.
Forse è per questo che hai cambiato tante volte il tuo voto senza avere mai la sensazione di tradire te stesso, adattandolo pragmaticamente alle circostanze, ricordando quel nonno, poco interessato alla politica, che rivendicava con orgoglio il diritto di un uomo libero a cambiare idea.
L’accidentato percorso di un liberal non è stato il racconto di chi ha sempre avuto ragione.
È stato piuttosto il cammino di chi ha continuato a porsi domande, accettando di cambiare opinione quando la realtà lo imponeva, ma riuscendo a non rinunciare mai ai principi ai quali aveva scelto di uniformare la propria vita.
E forse è proprio questo il senso dell’intero viaggio.
Hai cambiato partiti, leader e voti. Hai visto nascere e morire ideologie, speranze e illusioni. Ma hai continuato a cercare quella casa politica che tuo padre, con la fascia tricolore, ti aveva insegnato a immaginare: una casa nella quale libertà e responsabilità camminassero insieme.
Se non l’hai mai trovata, non significa che tu abbia smesso di cercarla.
Le profonde incertezze che caratterizzeranno le prossime elezioni politiche metteranno di nuovo alla prova la tua ricerca, che al momento vedi con molto pessimismo.
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Ottimo articolo Stefano; condivisibile in pieno. Sentito, sincero, utile.
Ciao Stefano, se capisco bene, hai descritto il tuo cammino.
Mi ha molto intrigato il tuo articolo, mi è piaciuto moltissimo.
Ill mio percorso è stato un po’ diverso, ma parallelo, essendo nato nel 1952, ed avendo vissuto il ‘68 a Milano.
Mi piacerebbe moltissimo chiacchierare con te, non solo incrociandoci su Twitter o qui.
Il mio cellulare è 00 39 338 7993096.
A presto, se ti andrà
Stefano, ti chiedo gentilmente di girarmi la tua lettera e la mia risposta su wapp, così che possa condividerla con alcuni amici. Grazie. Nadia
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Buongiorno Stefano, compagno non di viaggio ma di approdo. La mia famiglia non aveva tradizioni politiche. Mio papà, esercente di un bar di successo, ha sempre proclamato e praticato l\’astensione dal dichiararsi per non entrare in collisione con i vari tipi di clientela. Mia mamma si è sempre dichiarata liberale senza nemmeno sapere cosa fosse il partito liberale, ma perché riconosceva nel nome l\’aspirazione ad essere liberi. Durante tutto il mio percorso di elettrice nella prima repubblica, ho votato La Malfa e Spadolini senza sapere bene cosa rappresentassero, ma perché ne riconoscevo il valore personale. Presto delusa dalla incapacità e volgarità di Berlusconi, alle primarie del PD ho pagato con entusiasmo la mia quota di non iscritta per votare Veltroni. Poi ho creduto che Renzi ne raccogliesse l\’eredità. Credo che c\’abbia provato, ma è stato demolito anche lui dalla \”ditta\”. Ultimo approdo il PLD di Marattin. Credo in lui, nelle sue idee e nei suoi programmi. So di essere circoscritta in una bolla di (un)happy few, ma ho finalmente stabilito il mio ambito politico, confortata anche dall\’incontro di persone come te. Grazie. Nadia Mai
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