
La riunione inaugurale del Board of Peace ha espresso la decisione di mettere sul piatto 17 miliardi di dollari come base di partenza per la ricostruzione della Striscia di Gaza e la disponibilità di sei Paesi a fornire forze militari di peacekeeping, il cui comandante in capo sarebbe un generale americano e il vice un indonesiano, con la supervisione di Tony Blair.
Ma il risultato più eclatante è aver messo ora allo stesso tavolo — e nel prossimo futuro a collaborare — Paesi diversi e soprattutto arabi del Golfo e israeliani.
Sono noti il rifiuto a partecipare e le aspre critiche di affarismo colonialista mosse da vari Paesi e da molte forze politiche, in special modo di sinistra, che vorrebbero l’ONU come garante e gestore del processo di pace, con il corollario dell’autodeterminazione dei gazawi e la sostanziale continuità di presenza di Hamas.
Anche la Santa Sede non ha accolto l’invito di Trump, accreditando le Nazioni Unite come unica sede in cui incardinare il processo di pace e l’approdo alla formula dei due Stati. Sono ben noti, infatti, i dubbi del Vaticano circa la sovranità dei Luoghi Santi, con la proposta — mai ritirata — di uno statuto internazionale speciale per Gerusalemme, sempre respinta con sdegno da Israele e insidiata dalla richiesta palestinese di farne, nella parte est, la capitale del futuro Stato di Palestina.
Dal punto di vista del diritto internazionale l’istanza potrebbe non fare una piega, salvo la presenza di Hamas, che equivarrebbe — per analogia — ad aver garantito nel dopoguerra che nazisti in Germania e fascisti in Italia rimanessero forze politiche ammesse e operanti.
Proprio l’esempio delle potenze sconfitte dimostra che la pacificazione e la ricostruzione passano per rilevanti interessi economici, laddove politica e diritto, da soli, non producono risultati.
Germania, Italia e Giappone hanno riconquistato dignità internazionale dopo un periodo, variamente lungo, di occupazione, una nuova costituzione democratica praticamente imposta sotto l’occhiuto controllo delle potenze vincitrici e soprattutto una massiccia fornitura di aiuti economici.
L’Italia nel 1955, il Giappone nel 1956 e le due Germanie nel 1973 furono ammessi all’ONU: un dato che dice molto su come maturano certi processi.
Negli ottanta anni di conflitto in Medio Oriente solo accordi bilaterali mediati dagli Stati Uniti hanno garantito la pace fra Israele e alcuni Paesi arabi come Egitto, Giordania e Marocco, nell’immobilismo dell’ONU, limitatosi all’invio dei caschi blu sotto i cui occhi Hezbollah si è armato fino ai denti, finanziato dall’Iran, impadronendosi del sud del Libano e lanciando per anni razzi contro Israele.
Si può supporre che l’approccio basato sul business presenti due punti deboli e contraddittori.
Il primo è l’impostazione privatistica e personalistica, al di fuori di ogni regola del diritto internazionale, esposta quindi a gravi contestazioni e intralci.
Il secondo è la popolazione, soprattutto giovanile, di Gaza, cresciuta ed educata nell’odio e ben lungi dall’aver assimilato il senso della democrazia come lo si intende in Occidente.
L’idea di fare della Striscia una riviera turistica di lusso — tipo Montecarlo o Miami — creando posti di lavoro, economia florida e benessere per la popolazione locale cozza contro il suo nazionalismo e integralismo religioso.
Afghanistan e Iraq sono due palesi dimostrazioni dell’ingenua fiducia americana nella capacità di risolvere tutto con gli investimenti e l’esportazione della democrazia in società ad organizzazione tribale.
Paradossalmente è avvenuto l’opposto nella guerra persa dagli USA in Vietnam: uno Stato comunista che sta vivendo un boom economico e che vede l’America come partner di primo piano.
Dunque il metodo scelto da Trump ha precedenti storici significativi. Non resta che turarsi il naso e accettarlo, visto che allo stato sembra l’unico barlume di speranza di soluzione.
Del resto, le guerre di Putin e la silenziosa penetrazione cinese in Africa rispondono in modo diverso alla stessa logica.
Spazio vitale, commercio e controllo delle materie prime sono le molle che hanno sempre mosso le potenze imperiali nella storia.
Il diritto internazionale e le organizzazioni transnazionali — ONU, WTO, G7 e G20 — funzionano finché i rapporti di forza sono equilibrati e stabili; quando la situazione si incrina soffiano venti di guerra che la diplomazia fatica a contenere.
Non a caso il Medio Oriente è l’unico teatro dove Trump sembra avere qualche chance, perché non sta intaccando direttamente gli interessi delle potenze avversarie. Ma se entrasse in conflitto armato con l’Iran, non è detto che Russia e Cina digeriscano la perdita di un fornitore privilegiato, dopo aver già subito senza reazioni l’estromissione dal Venezuela.
Anche per Gaza stiamo assistendo all’eterno conflitto tra “anime belle”, più o meno in buona fede, e sostenitori della politica di potenza disposti a mettere in gioco denaro e minacce armate, se non addirittura guerre guerreggiate.
Trump è un businessman impolitico, poco democratico, imprevedibile e narcisista, quindi potenzialmente pericoloso. Il processo che ha messo in moto per Gaza non è certamente il più limpido, ma a chi preme realmente la pace in quella parte del mondo non resta che sperare — anche controvoglia — in un esito positivo.
Un esito che probabilmente passerà per un periodo di occupazione militare e per scelte calate dall’alto, destinate a gravare sulle teste degli abitanti.
Un fine che giustifica mezzi che non piacerà quasi a nessuno.

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Una visione ragionevole ed equanime che diffonderò
A parte l’uso personale e affaristico dell’ideatore di questo consiglio che ne mina inevitabilmente la credibilità pur partendo da intenzioni lodevoli (dopotutto però sono pur sempre e solo parole provenienti da un bugiardo patologico), ne fanno parte Paesi che hanno interessi regionali diversi se non in contrasto.
Ci sono per esempio Turchia e Qatar che non hanno mai nascosto il sostegno e l’aiuto finanziario all’organizzazione terroristica Hamas, perché anche se “indisciplinati” sono pur sempre fratelli musulmani.
Israele era riluttante a farne parte per questo motivo inizialmente, poi è stato trascinato inevitabilmente perché il peso dell’America e soprattutto della pressione di Trump per l’iniziativa si faceva decisamente sentire e Israele non poteva permettersi di rifiutare.
Ci sono poi l’Arabia Saudita e altri Paesi arabi che non vedrebbero bene un conflitto con l’Iran, per motivi commerciali e anche religiosi dopotutto perché il rovesciamento di un regime vicino con qualche tratto comune religioso potrebbe avere delle ripercussioni all’interno del proprio Paese.
Alla fine questi Paesi musulmani non stanno facendo dei grandi sforzi per smantellare gruppi terroristici come Hamas ed Hezbollah come da accordi per la cosiddetta “pace”, perché ci sono interessi e legami ancora forti evidentemente.