


La rimozione della canzone di Boy George dedicata alle vittime del Nova Festival racconta un Occidente nel quale ricordare il 7 ottobre e negare che a Gaza sia avvenuto un genocidio è ormai sufficiente per essere espulsi dal perimetro della rispettabilità. Non serve più una censura esplicita: bastano il conformismo dell’ambiente culturale e il prezzo imposto a chi infrange il dogma.
Sulle nostre pagine, Sergio Caldarella ha descritto il gazaismo come una fabbrica della menzogna fondata su tre cardini: la sovversione dei fatti, la perversione della storia, il sovvertimento della realtà. Una diagnosi troppo severa?
Prima di rispondere raccontiamo un fatto accaduto in questi ultimi giorni. Il cantante Boy George, alla fine di luglio, pubblica una canzone intitolata “We Will Dance Again”, torneremo a ballare: le parole che i sopravvissuti del festival Nova hanno scelto come promessa dopo il 7 ottobre. Il brano ricorda le ragazze uccise “per il crimine di aver ballato”, contesta la rimozione del massacro e prende apertamente posizione in difesa di Israele. Soprattutto, respinge l’accusa intorno alla quale si è ormai cristallizzato il discorso occidentale sulla guerra di Gaza: “You say genocide, I say war”. Voi dite genocidio, io dico guerra.
Non un’incitazione alla violenza, non un’espressione di disprezzo per le vittime palestinesi, ma il rifiuto di riconoscere come indiscutibile il fatto che a Gaza è avvenuto un genocidio. Una bestemmia per una parte rilevante dell’ambiente culturale occidentale.
Il tritacarne si mette immediatamente in moto. Il responsabile dell’etichetta di Boy George si rifiuta di distribuire il brano. Il manager dell’artista decide che non interpreterà più Erode in Jesus Christ Superstar al London Palladium, per evitare che la controversia travolga la produzione. Infine Bandcamp, la piattaforma sulla quale la canzone era acquistabile, rimuove il brano e cancella il profilo. Chi l’aveva comprata si ritrova con un link morto. Boy George, in un video, si limita a sperare che almeno vengano rimborsati.
Ogni singolo passaggio, preso da solo, ha la sua giustificazione formale. Bandcamp, per esempio, vieta la musica generata interamente o in parte sostanziale con l’intelligenza artificiale, e Boy George ha candidamente ammesso di averla utilizzata. Non c’è ragione di dubitare che la regola esista né che possa essere applicata al brano. La canzone, peraltro, è successivamente ricomparsa sulla piattaforma attraverso un altro profilo.
Resta però la sequenza. Nell’oceano di produzione musicale che le piattaforme ospitano ogni giorno, l’applicazione della regola è arrivata proprio mentre intorno alla canzone si sviluppava una violenta campagna politica. Le regole si applicano a tutti, ma non sempre a tutti con la stessa solerzia. E la solerzia, in certi casi, è essa stessa un messaggio.
È qui che il quadro descritto da Caldarella smette di essere un’analisi e diventa una cronaca. Perché quello che questa vicenda dimostra non è soltanto che esista una tirannia della propaganda propal: questo lo sapevamo. Dimostra qualcosa di più amaro: che quella propaganda, in Occidente, ha conquistato il potere di stabilire i confini del dicibile.
Lo ha conquistato quando non ha più bisogno di censurare direttamente, perché l’ambiente censura da sé. Quando un responsabile discografico, un manager e una piattaforma compiono ciascuno la propria scelta formalmente autonoma, e la somma di quelle scelte produce un risultato perfettamente riconoscibile. Nessuno ha emanato un divieto. Nessuno ha imposto il silenzio. È bastato rendere evidente quale prezzo comporti infrangere il dogma.
E si badi a quale dogma. Boy George non ha negato la sofferenza dei civili palestinesi e non ha invocato la loro distruzione. Ha negato che la guerra di Gaza possa essere definita con certezza un genocidio e ha ricordato che quella guerra è cominciata con il massacro del 7 ottobre. La reazione dimostra che la parola “genocidio” non viene più utilizzata soltanto per descrivere o accusare. È diventata una prova di fedeltà: chi la pronuncia appartiene alla “comunità dei giusti”, chi la contesta si colloca fuori dal perimetro della rispettabilità.
Questo è forse il risultato più riuscito della fabbrica della menzogna. Non avere dimostrato che a Gaza sia avvenuto un genocidio, ma avere reso moralmente inammissibile dubitarne. Una menzogna talmente evidente da non meritare nemmeno di essere discussa è stata trasformata in verità rivelata. E chi non lo recita viene trattato non come un interlocutore da confutare, ma come un colpevole da isolare.
Beninteso, è solo un altro capitolo della bimillenaria storia dell’antisemitismo occidentale. Per secoli gli ebrei sono stati accusati di deicidio, di uccidere bambini cristiani per usarne il sangue nei riti religiosi, di avvelenare i pozzi e diffondere la peste. In epoca moderna sono diventati, a seconda delle necessità, i burattinai della finanza mondiale e gli artefici della rivoluzione bolscevica, i capitalisti che dominavano i governi e i sovversivi che volevano abbatterli. I Protocolli dei Savi di Sion, un falso conclamato, hanno alimentato per generazioni la leggenda di una cospirazione ebraica per conquistare il mondo. Accuse incompatibili tra loro, ma accomunate dallo stesso privilegio: non avevano bisogno di essere dimostrate, perché metterle in dubbio era già considerato una prova di complicità. Oggi lo schema si ripresenta nella pretesa che l’accusa di genocidio rivolta allo Stato ebraico debba essere accettata non come una tesi da dimostrare, ma come una verità morale alla quale prestare obbedienza.
La versione contemporanea dell’antica accusa antisemita possiede però una crudeltà supplementare: non si limita a condannare Israele, ma rende sospetto persino il ricordo degli ebrei assassinati il 7 ottobre. Ricordare le ragazze uccise al festival Nova non è più un gesto universalmente umano, perché rischia di incrinare la rappresentazione nella quale esistono soltanto un carnefice assoluto e una vittima assoluta. Quelle morti possono essere menzionate, purché restino una nota a margine e non interferiscano con il verdetto già pronunciato.
Se diventano un argomento, una domanda o anche soltanto una complicazione, devono essere rapidamente ricacciate sullo sfondo.
Possiamo quindi riconoscere che i tre cardini di Caldarella hanno funzionato. I fatti del 7 ottobre sono stati sovvertiti nella colpa dell’aggredito, la storia è stata pervertita fino a rendere sospetto chi la ricorda, la realtà è stata rovesciata al punto che il gesto anomalo, quello che richiede coraggio, è oggi cantare per le vittime e negare che la risposta al massacro possa essere racchiusa senza appello nella parola “genocidio”.
Boy George ha detto che registrerà nuovamente il brano con la propria voce e troverà il modo di farlo uscire. Probabilmente ci riuscirà: le canzoni circolano, prima o poi. Ma il rimborso che davvero servirebbe non è quello degli acquirenti delusi. È quello di un Occidente che si è fatto sottrarre, un passaggio prudente alla volta, non soltanto la capacità di piangere tutti i morti, ma anche quella di discutere le parole con cui giudica la storia.
E questo nessuna piattaforma lo restituisce.
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Nota a margine: il titolo rievoca anche il meraviglioso libro di Giulio Meotti dedicato al terrorismo palestinese in Israele, che suggerisco caldamente ai pochi che non lo avessero letto. Per quei pochi mi permetto di invadere questo spazio riportando la recensione che ne ho scritto a suo tempo (non posso semplicemente linkarlo perché pubblicato su una piattaforma che non esiste più).
NON SMETTEREMO DI DANZARE
Ovvero Le storie mai raccontate dei martiri d’Israele
L’ho letto, e ora dovrei scriverne la recensione, ma non so se sarò in grado di farlo. Non so come cominciare e da dove cominciare. Non so se il mio vocabolario possieda le parole necessarie per raccontare un libro così bello. Così prezioso. Così puro.
“I resti delle vittime, come le carcasse degli autobus distrutti negli attentati, finiscono in un cimitero dei ricordi a Kiryat Ata. Accanto alle carcasse dei pullman, sono custoditi gli oggetti mai reclamati dai parenti delle vittime, quaderni di scuola, berretti militari, libri, scarpe da ginnastica, videocassette, kippah di ogni colore, t-shirt, mostrine di ufficiali. Guardare questi poveri resti richiama alla memoria quelli custoditi nei campi di sterminio. Scarpe logore, bottiglie con etichette di Varsavia e Cracovia, biberon e protesi dentarie, libri di preghiera, documenti, foto di famiglia, occhiali, bambole senza braccia né testa.”
Accade di piangere, leggendolo: di commozione e di dolore per le storie narrate, ma anche di commozione e di emozione per l’amore immenso che traspare da ogni frase, da ogni riga, da ogni parola, per la pietas che lo ha dettato e di cui è impregnato, dalla prima all’ultima parola. E si ritrova, nella cura, nell’attenzione, nella devozione con cui Meotti ha raccolto ogni frammento per ricomporre un nome, un volto, un carattere – una persona – la stessa cura, la stessa attenzione, la stessa devozione con cui i ragazzi di Zaka raccolgono ogni frammento di pelle, di carne, di sangue per ricomporre, per quanto è possibile, ciò che quelle creature erano state. E si intrecciano, nella narrazione, storie di terrorismo e storie di Shoah, non solo perché non di rado i protagonisti sono gli stessi, sopravvissuti a un progetto di sterminio per finire vittime dell’altro progetto di sterminio, ma anche perché, ditemi, che differenza c’è tra il prelevare un neonato ebreo da una casa europea per andarlo ad assassinare in un campo polacco e il penetrare in una casa israeliana per assassinare un neonato ebreo nella sua culla? Che differenza c’è tra lo sventrare una donna incinta ebrea in una via di un ghetto europeo e lo sventrare una donna incinta ebrea in una strada in Israele? Che differenza c’è tra il progetto di rendere judenrein una regione europea e il progetto di rendere judenrein una regione che si chiama Giudea? Esattamente lo stesso è l’obiettivo, ed esattamente lo stesso è il motore, ossia uno sconfinato odio antiebraico. Un odio talmente grande che quando i nazisti, a corto di treni, si sono trovati a dover scegliere tra l’usarli per portare truppe al fronte e usarli per deportare gli ebrei da sterminare, hanno scelto di perdere la guerra pur di sterminarne di più. Un odio talmente grande che quando i palestinesi si sono trovati a dover scegliere tra costruire uno stato di Palestina accompagnato da pace e prosperità e continuare a sterminare ebrei, hanno scelto di rinunciare allo stato, alla pace, alla prosperità per sé e per i propri figli per continuare a sterminare ebrei.
E concludo con le righe che chiudono il capitolo dedicato alla strage alle olimpiadi di Monaco.
“Il giorno dopo la strage degli atleti, tutti gli israeliani presenti in Germania indossarono la kippah per piangere i morti, lo stesso fecero gli atleti ebrei delle delegazioni francese, inglese e americana. L’ignobile, satanica decisione di non fermare tutto fu una bancarotta del senso morale, il segnale verde per le stragi future. Si ricominciò a distribuire ori e argenti imbrattati di sangue. La festa olimpica era morta, ma si continuò a correre e correre e correre. I rabbini israeliani vennero ad avvolgere le bare nella bandiera con la stella di David. Quella notte a Francoforte furono distrutte una cinquantina di tombe ebraiche. Nessun delegato arabo porse il proprio cordoglio a Israele. Nessuno. Il giorno dell’arrivo delle salme all’aeroporto di Lod, dove tre mesi prima altri 26 ebrei furono uccisi in un attentato, non ci furono fanfare ad accoglierle. Solo il silenzio e un orgoglioso dolore. Li aspettava il grande Moshe Dayan, con l’aspetto di un kibutznik che aveva interrotto il lavoro per piangere i suoi figli. C’era anche Yigal Allon, che a tredici anni già combatteva nell’esercito ebraico clandestino. Nessun negozio in tutto il paese era aperto, il popolo ebraico era unito nel suo dolore. Come sempre è stato nel corso della storia. La Tunisia si offrì di accogliere le salme dei terroristi, tutti volevano i resti dei terroristi. Ebbe la meglio la Libia. Alla sepoltura a Tripoli erano presenti gli ambasciatori di tutti i paesi arabi. Dovevano celebrare il «matrimonio del martire». In Israele dominava un’altra atmosfera. Dopo aver recitato il kadish ebraico sulle tombe, il popolo del Libro tornò a casa. Il giorno dopo si apriva il Capodanno ebraico, ma non c’era posto per la gioia. Quel nuovo anno si aprì con il pensiero collettivo rivolto ai figli delle 11 vittime. Quei bambini erano, sono, il perché d’Israele.”
E in queste righe c’è tutto il confronto fra due mondi. In queste righe c’è tutto ciò che ogni giorno sta davanti ai nostri occhi. Un mondo che, dal giorno della sua nascita, ha fatto della morte il proprio ideale, un mondo che coltiva il massacro, un mondo che adora gli assassini e ne ricerca i resti come reliquie da venerare con religiosa devozione. Un mondo che scende in piazza a ballare e cantare per festeggiare massacri di bambini. Un mondo con un libro sacro che ordina di ingannare, di torturare, di uccidere chiunque opponga resistenza al loro progetto di estendere il regno del terrore e della morte su tutta la terra. E un mondo che si raccoglie in silenzio intorno ai propri morti. Un mondo che raramente pronuncia parole di odio e di vendetta, neppure di fronte ai massacri più disumani. Un mondo che piange e soffre ma poi si rimbocca le maniche e riparte, perché nel loro Libro sta scritto E TU SCEGLIERAI LA VITA.
Giulio Meotti, Non smetteremo di danzare, Lindau
per fortuna esistete
Grazie Andree
Ricordiamo poi a coloro che minimizzano o peggio negano i massacri dei ragazzi del Nova festival, che quest’ultimo era stato organizzato per solidarizzare nei confronti della popolazione palestinese vittima della tirannia delle ben note organizzazioni terroristiche.
Quindi non solo costoro non si preoccupano delle vittime ebree e israeliane, ma anche di quelle palestinesi che volente o nolente devono sorbirsi angherie e soprusi da parte della dittatura di Hamas e altri.
Considerando che chi fa questo tipo di propaganda in Occidente spesso è affiliato a quei gruppi terroristi, certe notizie non sorprendono.
Semmai la sorpresa è arrivata da quei “leader” in maggioranza europei che hanno voluto riconoscere uno Stato palestinese dopo la reazione di Israele al 7 ottobre, dando così giustificazione e legittimità alle azioni criminali dei terroristi.
Questa è la risposta a tutti i fatti simili a quello segnalato nell’articolo e il rimedio dovrebbe avvenire da coloro sopra menzionati. Invano dopotutto, considerato che la loro sopravvivenza politica dipende dai sondaggi e dagli umori di un certo elettorato.