

C’è una differenza sostanziale tra lo smarrimento e il calcolo, tra il perdere la strada e il vendere la mappa al miglior offerente. Guardando l’attuale sinistra italiana — quella che occupa i talk show e le piazze ma ha disertato il Paese reale — viene il dubbio che non siamo di fronte a un errore di rotta, ma a una raffinata operazione di cinismo autoconservativo.
Il cortocircuito è totale. La sinistra è in guerra con se stessa, con la sua storia e, fatto ancora più grave, con il principio di realtà. Basta osservare la gestione della piazza “pro-Pal”. Non serviva un oracolo per capire che certi slogan, certe adunate urlanti, portavano con sé un retrogusto amaro, un sentore di eversione che ricorda in modo inquietante gli anni Settanta.
Lo ha scritto con lucidità Luciano Violante sulle colonne del Riformista, ma nelle segreterie di partito la storia è evidentemente materia facoltativa.
Dov’è finita quella sinistra? Quella che, di fronte al terrorismo e al caos, sceglieva la responsabilità? Quando le Brigate Rosse rapivano Moro e attaccavano il cuore dello Stato, Enrico Berlinguer non scese in piazza a cercare voti tra gli estremisti. Scelse il Compromesso storico, la solidarietà nazionale, il governo Andreotti IV.
Scelse di difendere le istituzioni democratiche, anche a costo di scontentare la pancia ribollente del movimento. Fu una scelta di gravità istituzionale, di chi anteponeva la tenuta del Paese al decimale nei sondaggi.
Oggi, i nipoti degeneri di quella tradizione sembrano affascinati dal fuoco che brucia, convinti di poterlo maneggiare per riscaldare il proprio consenso elettorale, senza accorgersi che si stanno bruciando le mani e la credibilità.
Ma il tradimento si consuma anche nel balletto ipocrita delle idee rinnegate. Prendiamo la riforma della giustizia e la separazione delle carriere. Per anni è stata un cavallo di battaglia, una proposta presente nei disegni di legge del PD, un tema caro a una certa cultura garantista.
Oggi? Oggi che la propone la destra, diventa improvvisamente un attentato alla Costituzione. Hanno cambiato idea tutti, persino Renzi e quel che resta del fantomatico Terzo Polo, in una rincorsa al “no” che non ha nulla di politico, ma tutto di posizionale.
Se la presidente Meloni dicesse che il cielo è blu, il PD riunirebbe la direzione per votare una mozione a sostegno del grigio.
Lo stesso vale per il Ponte sullo Stretto. Un tempo opera strategica per il lavoro e il Sud, oggi totem del male assoluto solo perché lo vuole “l’altro”. È il trionfo del pregiudizio sulla progettualità.
Da ex attivista di sinistra, guardare questo spettacolo non provoca rabbia, ma estraneità. C’è poco o nulla da riconoscere. I dirigenti sembrano aver sostituito la bussola valoriale con il pallottoliere dei like.
Non è che non capiscano la gravità della situazione; probabilmente la capiscono benissimo, ma hanno deciso scientificamente di lucrare sulle passioni, sacrificando l’interesse generale sull’altare della propria sopravvivenza politica.
Quella sinistra portatrice di valori solidi — il lavoro, la sicurezza sociale, la famiglia come nucleo di solidarietà, il progresso reale — si è fatta semplicemente gioco dei suoi elettori.
E allora, visto che siamo alla vigilia di un nuovo inizio, concediamoci un pensiero, piccolo ma doveroso, mentre i calici si alzano. L’augurio per questo 2026 non è la solita retorica della “pace e serenità”, ma qualcosa di più faticoso: la lucidità.
L’auspicio è che questa classe dirigente, ubriaca di narrazioni, riesca a smaltire la sbornia ideologica e torni a leggere la realtà per quella che è, e non per come vorrebbe che fosse su TikTok o Instagram.
Che smettano di vivere la politica come una metafora di se stessi e tornino a occuparsi della prosa della vita reale. Sarebbe il botto più rumoroso di tutti: il rumore di qualcuno che, finalmente, apre gli occhi.
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«Enrico Berlinguer non scese in piazza a cercare voti tra gli estremisti. (…) Fu una scelta di gravità istituzionale, di chi anteponeva la tenuta del Paese al decimale nei sondaggi.» Il punto centrale è tutto qui.
Quello che sta accadendo alla sinistra oggi è, semplicemente, una deriva populista, che nasce dall’esigenza di recuperare voti (o like) davanti al crollo dei consensi, inesorabile quando un partito comincia a rappresentare solo chi vive in ZTL, magari mugugnando, ma tacendo per proteggere il proprio status.
Vietato parlare di deriva populista perché, sempre secondo la sua stessa narrazione, “populismo” è per definizione solo di destra (come il fascismo del resto, mentre quella famosa realtà negata dice il contrario). Chi lo nega è “fascista”. Ma i fatti parlano chiaro: per far fronte all’emorragia dei voti (o dei like), invece di virare verso i problemi reali (legati ai fondamentali dell’economia e della società) si stringono alleanze con chi, fino a pochi anni fa, gridava “mai col PD!”, con un movimento talmente populista da essersi alleato persino con la Lega, pur di entrare nelle stanze dei bottoni. Non riuscendo a concepire una politica della qualità, si cerca la soluzione in una politica della quantità. Ormai il principale partito della sinistra rappresenta una borghesia che cerca voti ovunque, disperatamente: fra chi è ideologicamente convinto di vivere in un occidente patriarcale (e vorrebbe vederlo dominato da persone che le donne le tengono coperte da testa a piedi e segregate in casa); tra filorussi convinti che finalmente a Mosca ci sia qualcuno che può sconfiggere l’odiata NATO; tra piccolo-borghesi innamorati di ideali “green” (gente che può permettersi di non lavorare per trascorrere le proprie giornate in piazza a manifestare, o comuni cittadini che non hanno familiari licenziati da imprese dell’automotive), ecc.
“Drogata” da vent’anni di antiberlusconismo – un ventennio nel quale la demonizzazione del nemico n. 1 ha disabituato alla dialettica e all’analisi (bastava professarsi anti-Berlusconi per avere una patente di legittimazione a sinistra, cosa accaduta anche a tanti intellettuali liberali), occultando la perdita di identità che, in realtà, si stava verificando sotto-traccia – la sinistra ha perso totalmente per strada i «valori solidi», «il lavoro, la sicurezza sociale, la famiglia come nucleo di solidarietà, il progresso reale». Senza recuperare questi ultimi come cuore della politica, la sinistra regalerà altri vent’anni di governo alla destra. Sempre che non arrivi il magistrato di turno a ricompensarla della giravolta compiuta in tema di separazione delle carriere, demolendo la premier o qualche figura centrale della coalizione dell’attuale governo (con accuse che, magari, dopo 15 anni si riveleranno infondate). Ma anche questo sarebbe un film di ennesima visione.