Per meglio illustrare il clima che si respirava ai tempi della Grande Rivoluzione culturale proletaria, anche detta Seconda Rivoluzione cinese, vorrei parlarvi della scena mostrata nella serie tv il Problema dei 3 corpi.
Quella che apre il primo episodio è una “seduta di critica pubblica” ed è l’atto finale di quella che è stata la più grande caccia ai controrivoluzionari dell’ultimo periodo di regno del Grande Timoniere.
Solitamente le persone che erano prese di mira venivano condotte in sedute pubbliche di umiliazione, nelle quali erano costrette a confessare le loro mancanze e accettare il giudizio del “tribunale del popolo”. Il tribunale popolare era composto dalle “guardie rosse”, studenti poco più che adolescenti che avevano risposto all’appello del loro leader contenuto nella direttiva di “Bombardare il quartier generale”. Una direttiva impartita da Mao in persona insieme all’invito a spazzare via i “quattro vecchiumi”, cioè vecchie idee, vecchia cultura, vecchie abitudini e vecchi comportamenti.
La vera ragione sociale dietro l’enorme astio delle Guardie Rosse risiede nel risentimento di classe e nella frustrazione di tutti quegli studenti delle medie che non avevano avuto la possibilità di entrare a far parte di un’università a causa del ridotto numero di posti disponibili.
L’idea dichiarata di Mao era di “denunciare le persone nel Partito che hanno preso la via del capitalismo” ma in realtà stava soltanto presentando il conto a tutti quelli che gli si erano opposti durante il Grande Balzo in Avanti e che aveva dovuto accontentare per via del conto troppo alto in termini di vite umane.
Le Guardie Rosse miravano non solo a saccheggiare le case della famiglie benestanti, distruggendo tutti i beni trovati in loco, ma anche alla distruzione del patrimonio culturale cinese.
Il tempio confuciano di Qufu e le moschee uygure nella regione dello Xinjiang furono tra i primi a cadere, solitamente per salvare i siti storici dalla furia distruttrice si poteva invocare una precedente visita di Mao in loco, oppure era sufficiente dimostrare che fossero gli oppositori di Mao a sostenerne la distruzione. Ad esempio per salvare la Città Proibita fu inventata la storia che Peng Zhen (allora sindaco di Pechino non visto di buon occhio dal Grande Timoniere) volesse raderla al suolo, e per evitare di essere associati alla figura di quest’ultimo nessuna tra le Guardie Rosse portò a termine questo compito. In tutto questo fervore ideologico le scuole di ogni ordine e grado vennero chiuse e gli insegnanti criticati, alcuni persero la vita in seguito alle feroci manifestazioni studentesche, un’intera generazione non completò gli studi.
Il numero di vittime comprensivo del disastro economico che ne conseguì è difficile da stabilire, alcuni storici parlano di una cifra tra il mezzo milione e i due milioni di persone, mentre il numero di persone perseguitate o imprigionate si aggirò intorno ai 30 milioni.
Tra questi ricordiamo le persecuzioni verso Liu Shaoqi e Deng Xiaoping i quali sono allontanati dal Partito e accusati di aver “intrapreso la via del Capitalismo”.
Liu Shaoqi venne imprigionato nel 1968 e continuamente percosso in pubblico nello stesso anno. L’ex presidente della Repubblica Popolare Cinese malgrado il diabete e la polmonite si vide negare le cure dalle Guardie Rosse i quali ne causarono la morte nel 1969.
Deng Xiaoping venne prima di tutto umiliato pubblicamente, dovette confessare i propri peccati di capitalista di fronte ad una folla di studenti inferocita e suo figlio Deng Pufang venne imprigionato dalle Guardie Rosse per poi essere torturato e gettato dal terzo piano di uno degli edifici dell’Università di Pechino, rimase paralizzato a vita a causa della direzione capitalista attribuita a suo padre.
Già nel 1969 lo stesso Mao aveva capito che la Rivoluzione culturale era fuori controllo, fece quindi leva sull’ELP per instaurare un regime autoritario di stampo militare, per cui milioni di giovani furono spediti nella Cina rurale dove la vita era sotto il limite della sussistenza per “rieducarsi attraverso il lavoro” e per “imparare dai contadini”.
La Rivoluzione culturale viene considerata chiusa solo nel 1976, un decennio dopo il suo inizio alla morte del Grande Timoniere.
Solo allora il Partito poté ristabilire la sua autorità addossando le colpe del decennio precedente alla cosiddetta “Banda dei quattro” (la vedova di Mao Jiang Qing, Zhang Chunqiao, Yao Wenyuan e Wang Hongwen) che fu processata e condannata.
Jiang Qing si vide commutare la pena di morte in ergastolo e si impiccò nel bagno dell’ospedale dove si era recata per un cancro all’esofago nel 1991.
Alla morte di Mao ritornarono gli elementi contro i quali lui aveva agito.
Deng Xiaoping che era stato epurato rientrò dal confino ed ebbe la forza di avviare quel processo di riforma di stampo capitalistico “con caratteristiche cinesi” dal quale è nata la Cina contemporanea.
L’anniversario della Rivoluzione Culturale è una data che non viene commemorata, l’evento è censurato dai libri di storia cinese.
Il giudizio storico-politico cinese sugli eccidi di quel periodo l’ha dato Deng Xiaoping che definì l’eredità lasciata dal suo predecessore buona al 70% e cattiva al 30% includendo proprio la Rivoluzione Culturale e gli anni del Grande Balzo in Avanti tra gli errori di Mao Zedong.



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