


Gli scontri di Bologna riportano alla luce il rapporto irrisolto tra istituzioni e antagonismo. In piazza Verdi, un murales trasforma la violenza contro la polizia in “storia partigiana”: il risultato di una memoria usata non come patrimonio comune, ma come identità politica e legittimazione preventiva.
Gli scontri avvenuti nei giorni scorsi nel centro di Bologna, durante la manifestazione convocata dopo la morte di Abderrahim Fakir, hanno riportato alla luce un rapporto antico e mai risolto tra la città e la violenza antagonista.
Mentre la magistratura dovrà accertare con rigore le circostanze della morte di Fakir, sulle violenze di piazza i fatti sono già sufficientemente chiari: lanci di bottiglie, sedie e petardi contro le forze dell’ordine, mezzi danneggiati e decine di agenti feriti. La legittima richiesta di verità è stata trasformata da una minoranza organizzata nell’ennesima occasione per spaccare tutto.
È a partire da questi fatti che, sull’Huffington Post, Andrea Cangini ha ricostruito cinquant’anni di convivenza tra le istituzioni bolognesi e la sinistra antagonista. Nel suo catalogo compare un dettaglio che merita attenzione.
In piazza Verdi, su un edificio dell’Università, si trova dal 2016 un murales che raffigura agenti in assetto antisommossa colpiti da bottiglie e oggetti contundenti, sormontato dalla scritta “Storia nostra, storia partigiana”. “Quel murales – scrive Cangini – dipinto sulla facciata di Palazzo Paleotti, edificio di proprietà dell’Università, è considerato intoccabile. I ragazzi del Cua (Collettivo universitario Autonomo n.d.r.) non apprezzerebbero. E infatti nessun rettore ha mai osato disporne la rimozione e nessun sindaco ha mai osato sollecitare il rettorato a farlo”.
Cosa fa quel murales? Collega esplicitamente gli scontri del maggio 2013, culminati nella ritirata della polizia dalla piazza, alle barricate antirazziste del giugno 2016. Gli stessi autori parlarono di un “filo rosso” tra quegli episodi e di una comune storia antagonista.
Ma perché gli autori non hanno scritto “storia rivoluzionaria”, che sarebbe stato coerente con la loro cultura politica e hanno scritto “storia partigiana”? E l’hanno scritta con una gerarchia che parla da sola: “storia nostra” in caratteri minori, quasi una didascalia; “storia partigiana” a lettere monumentali, alta quanto il muro.

Hanno cioè iscritto la violenza del 2013 contro agenti della Repubblica democratica nella genealogia di chi combatté i nazifascisti durante la Resistenza.
L’operazione ha una logica precisa. La violenza politica contro le istituzioni democratiche viene presentata come continuazione della Resistenza; e poiché della Resistenza non è consentito dire male, chi obietta si trova collocato dalla parte opposta. La parola opera come una legittimazione preventiva.
Il punto che merita riflessione è che questa operazione non nasce nei collettivi. Presuppone qualcosa che viene da prima e da altrove.
Se nella coscienza pubblica italiana la Resistenza coincidesse con ciò che è nella storia – la lotta contro l’occupante e la dittatura, culminata nella Liberazione e poi nella scelta di deporre le armi, ricostruire le istituzioni e affidare il conflitto politico alla democrazia – quella scritta risulterebbe incomprensibile: un anacronismo privo di senso.
Risulta invece comprensibile, ed efficace, perché per decenni una parte rilevante della memoria pubblica ha rappresentato la Resistenza meno come patrimonio storico dell’intera nazione che come eredità politica di una parte: un’identità che si tramanda, con i suoi eredi riconosciuti e la loro implicita ragione.
In questa impostazione, “partigiano” non designa ciò che alcuni italiani fecero in un tempo determinato: designa ciò che alcuni italiani sono, per discendenza. I collettivi non hanno tradito questa pedagogia. Ne hanno tratto la conclusione logica: se la Resistenza è un’identità che si eredita e che conferisce ragione a chi la rivendica, chiunque se ne proclami erede acquisisce anche la legittimazione che ne deriva.
Il silenzio delle istituzioni conferma l’analisi. Nessun rettore e nessun sindaco è intervenuto, non per distrazione, ma per un calcolo comprensibile: rimuovere il murales significherebbe apparire come chi ha cancellato la “storia partigiana” – non l’apologia della violenza contro gli agenti, che è ciò che il muro effettivamente raffigura, ma la parola che la ricopre.
Il fatto che questo timore agisca proprio sugli amministratori dell’area politica che di quella memoria si dichiara custode dimostra quanto la premessa sia radicata: la parola è percepita come appartenente a una parte, e la parte esita a contraddire chi la invoca.
La questione, evidentemente, non è bolognese. Il murales di piazza Verdi rende visibile, in forma estrema, un uso che attraversa da decenni il discorso pubblico italiano: “Resistenza” e “antifascismo” impiegati non come categorie storiche aperte alla discussione, ma come criteri di appartenenza, destinati a distinguere gli italiani in eredi e sospetti.
È un uso che danneggia per prima la Resistenza stessa, la quale fu anche, e per molti soprattutto, la scelta di consegnare la violenza politica alla storia e le istituzioni ai cittadini: la parte dell’eredità che nessuno rivendica.
Come si sia formato questo regime della memoria, chi lo abbia costruito e perché sopravviva ai suoi costruttori è una questione che eccede lo spazio di questo articolo e che meriterà di essere affrontata per intero.
Qui basti la constatazione: finché “partigiana” potrà stare scritta sopra l’immagine di un poliziotto colpito da una bottiglia senza che le obiezioni producano alcuna conseguenza in chi di quella parola si professa custode, non ci sarà da stupirsi che il 25 aprile fatichi a diventare la festa di tutti.
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Il 25 aprile non dovrebbe comunque essere accomunato a certe prese di posizione eversive.
Certo le varie parti politiche locali e non, per convenienza elettorale e di quieto vivere, hanno una grossa responsabilità di fronte a certi fatti e movimenti tollerati.
Non si combattono la violenza e gli assalti alle istituzioni facendo finta di niente, sperando che passi la giornata coi minori danni possibili.
Così come altre parti politiche oggi anche al governo non prestavano e non prestano attenzione e interesse, quando in certe zone del Paese si organizzavano e si organizzano raduni per ricordare membri e date riguardanti il passato regime fascista.
Sempre per il discorso che ho scritto sopra.
Dopodiché anche da alcune parti delle forze dell’ordine, esistono delle importanti questioni da affrontare.
E’ un enorme problema al limite del crimine se non riescono a gestire il fermo di un uomo che poi in seguito muore in loro presenza in circostanze non chiarite. Poi chiaramente le responsabilità sono individuali e non imputabili all’intero corpo di polizia o di altro tipo di forza dell’ordine, anche se certe macchie non svaniscono facilmente specie se non si fa una seria chiarezza a livello giudiziario.
Non dovrebbe assolutamente succedere una cosa del genere normalmente, la sfiducia e lo screditamento delle istituzioni si rafforzano nella società civile davanti a certi fatti tragici ed evitabili.
Vero, Filippo. Da 80 anni ormai Resistenza e Fascismo non descrivono più realtà storiche, ma sono diventate parole in codice per scatenare la rivolta delle rispettive eredità. Nadia
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D’altronde, la stessa sopravvivenza dell’ANPI alla naturale dipartita di tutti i suoi soci che avevano davvero “fatto la resistenza”, e soprattutto il ruolo che l’ANPI sta giocando nell’attuale dibattito politico italiano su temi che nulla hanno a che vedere con quel fatto storico (dall’opposizione al governo, fino al sostegno a posizioni pro-pal) è la dimostrazione dello stesso concetto.